Daft Punk album random access memories, 2023
(Ansa)
Musica

Quando l'elettronica suona geniale

Torna, dopo 10 anni, l’album random access memories, capolavoro dei daft punk, in versione rimasterizzata e con 35 minuti inediti. Viaggio guidato nei segreti dei due artisti mascherati francesi e nei loro brani innovativi tra effetti speciali e voci robotiche.

E' l’ultimo grande classico della musica contemporanea, un lampo di creatività umana nell’era delle canzoni di sottofondo che escono dal radar delle orecchie e della memoria in poche settimane.

Random Access Memories, il capolavoro dei francesi Daft Punk che quest’anno compie dieci anni, e che viene celebrato con una riedizione arricchita da 35 minuti di musica inedita, non è soltanto un disco bellissimo. Si tratta, infatti, di un manifesto senza tempo, un puzzle magico popolato da artisti straordinari, suoni, effetti speciali, citazioni subliminali voci robotiche, e voci umane, come quelle eteree dei bambini che intonano a loop «you’re home, hold on, if love is the answer», nel brano Touch, del pioniere italiano della disco music Giorgio Moroder, che in una manciata di secondi racconta la nascita della musica da dancefloor o dell’astronauta Gene Cernan a bordo dell’Apollo 17 che, nel 1972, rivela in diretta alla base Nasa quello che vede intorno a lui lungo la strada verso la luna: «C’è un oggetto luminoso che ruota e lampeggia in modo ritmico. Non so se questo possa servire a qualcosa, ma c’è qualcosa là fuori...».

Mostrare al mondo che c’è un’enorme differenza tra pigiare tasti sul pc e suonare degli strumenti, riportare la vita e il tocco umano nella musica (da qui il titolo del primo brano del disco, Give Life Back to Music): è questo l’obiettivo perseguito da Thomas Bangalter e Guy Manuel De Homen-Christo, i Daft Punk, due musicisti e produttori francesi di mezza età, con il volto celato da due caschi stile robot, per anni signori incontrastati della dance elettronica, che nel momento di maggiore successo, invertono la rotta e realizzano il disco più importante (e analogico) del nuovo Millennio.

Random Access Memoriesè storia della musica contemporanea perché, dall’ideazione alla realizzazione rispetta i canoni dell’entertainment che vuole essere arte e non tappezzeria. Gli album che restano per sempre sono figli della complessità della loro registrazione, dell’interazione e anche dello scontro tra le diverse personalità di chi li realizza. Ci vogliono dedizione, passione, il coraggio di rifare e scartare quello che non funziona e, meno romanticamente parlando, un budget con molti zeri. Anche per questo il classic album dei Daft Punk si muove nella scia di pietre miliari come The Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd, Thriller di Michael Jackson o Breakfast in America dei Supertramp.

Random Access Memories è una sfida all’industria discografica sempre più votata al modello del successo basato sulla singola canzone che accumula clic in streaming e poco propensa a investire sul concept di disco come opera in sé. Che richiede, prima di tutto, tempo. Ecco perché i due francesi controcorrente si sono presi cinque anni utilizzando le migliori sale d’incisione americane e circondandosi da un «dream team» di tecnici del suono e della masterizzazione. Pare addirittura che le bobine con le incisioni siano state trasferite in auto da uno studio all’altro, dalla California a New York, per evitare, nel caso dell’utilizzo di un corriere, controlli con metal detector o scanner che avrebbero potuto danneggiare il nastro. L’effetto di questa cura maniacale è che il disco cult dei Daft Punk suona meglio di qualsiasi altro album contemporaneo, sia che lo si ascolti su giradischi, in formato cd o in streaming.

Ma al di là dei dettagli tecnici c’è poi il lato artistico, la scelta della direzione musicale, quella che è alla base di cinque Grammy Award conquistati dal disco. Il punto di partenza era un omaggio analogico alla grande musica dance degli anni Settanta e Ottanta, ma poi la visione si è allargata trasformando l’album in un viaggio al centro della musica senza distinzioni di genere e stile, coinvolgendo un veterano delle colonne sonore come Paul Williams (premio Oscar nel 1977 per il brano Evergreen che accompagna le immagini di È nata una stella), il geniale pianista canadese Chilly Gonzales, Nile Rodgers, chitarrista, produttore di David Bowie e Madonna, oltre che leader degli Chic, Pharrell Williams alla voce, Julian Casablancas, cantante dei newyorkesi Strokes, e infine due session man a cinque stelle come Nathan East (Eric Clapton) al basso e Omar Hakim (Sting) alla batteria.

Funk, disco music, echi dei Pink Floyd, psichedelia, rock, atmosfere maestose da colonna sonora, musica «spaziale» e ballad al pianoforte: tutto nella stessa opera lanciata in orbita dal più formidabile hit single degli ultimi decenni, ovvero Get Lucky.

Un capolavoro controcorrente, un atto rivoluzionario in tutti i sensi. A cominciare dalla campagna promozionale, apparentemente più minimal della storia: due caschi uno color oro e l’altro argento, fusi in un unico oggetto su sfondo nero che appaiono in sordina prima su Facebook e poi, a sorpresa, a tutto schermo nel mezzo del Saturday Night Live con cinque secondi di musica in sottofondo.

A seguire una serie di maxi manifesti con l’iconica immagine che inondano le strade di New York, Londra, Los Angeles e Parigi, ispirati dalle immagini vintage dello splendido libro fotografico di Robert Landau, Rock’n’Roll Billboards of the Sunset Strip, che rimanda alla golden age della musica quando il Sunset Strip di West Hollywood era letteralmente tappezzato da cartelloni pubblicitari che annunciavano l’uscita dei dischi dei Doors o di Elvis Presley.

Rivoluzionaria la promozione e rivoluzionaria la scelta di non andare in tour, di lasciare l’album come unica espressione di un atto creativo unico e non replicabile. Nemmeno in concerto. E, infine, non meno deflagrante, la scelta di sciogliere i Daft Punk all’apice della loro traiettoria artistica. Con un semplice post di addio sui social e una dichiarazione di Thomas Bangalter: «A questo punto della storia sono spaventato dalla natura del rapporto tra le macchine e l’uomo. Come Daft Punk abbiamo cercato di usare la tecnologia per esprimere qualcosa di commovente ed emozionante, qualcosa che una macchina non può provare, ma un essere umano sì. Il nostro processo creativo era basato sull’uomo e non sugli algoritmi. Siamo sempre stati dalla parte dell’umanità e non dalla parte della tecnologia... Per quanto mi piacciano i nostri personaggi e le nostre maschere, l’ultima cosa che vorrei essere, nel mondo in cui viviamo, nel 2023, è un robot».

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Gianni Poglio