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Il ritorno della Toile de Jouy

Il ritorno della Toile de Jouy

Nasce a Parigi nel Settecento (la usava per i suoi picnic la regina Maria Antonietta). Oggi, questa tela stampata a motivi bucolico- romantici è diventata una stoffa iconica, utilizzata dalle maison d’alta moda, e una trama che veste la casa e gli oggetti. E sulla tavola rappresenta la bandiera inconfondibile delle buone maniere.


C’è un filo rosso o se volete bluette, écru, ruggine che unisce il Palazzo Trianon di Luigi XV con Battipaglia passando per l’avenue Montaigne di Parigi, e si dipana nel corso di due secoli e mezzo vestendo di romantico barocco tutto: dalle persone, alle case, alle cose. È la «toile de Jouy» tornata prepotentemente di moda da quando Dior ne ha fatto il suo tessuto iconico, così come la decorazione di molti degli oggetti di Dior maison, e che in Italia oltre a ispirare stilisti e designer ha trovato una declinazione diversa: è la bandiera delle buone maniere.

Curiosa e interessante è la storia che racconta le origini di questa stoffa. La regina Maria Antonietta, stanca dei ricevimenti a Versailles nel suo privatissimo padiglione, il Trianon appunto, apparecchiava i suoi picnic – li ha inventati lei – con le tovaglie in toile de Jouy facendo di questa stoffa illustrata il massimo della moda. Osservando questo ordito si legge una trama d’incontri, di coppie che passeggiano, di paesaggi bucolici.

Christophe-Philippe Oberkampf, di origini teutoniche ma francesissimo per cultura e modi, aprì una bottega di stampa di tessuti a Jouy-en-Josas: un bellissimo borgo nella regione di Parigi, attraversato dalle acque molto particolari della Bièvre, che era il secondo fiume della capitale francese prima di essere ricoperto. La Bièvre ha a che fare con le stoffe fin dal primo Cinquecento. Quante volte avrete sentito parlare del gobeline come tessuto? Ebbene, anche questo deve la sua origine al fiume perché sulle sue rive, nel tratto parigino, c’era in avenue des Gobelins la tessitura di Gilles Gobelin: l’inventore dello scarlatto, il rosso aranciato che è divento un «indispensabile» degli arazzi proprio grazie alla composizione di quelle acque.

Oberkampf doveva conoscere questa storia e, arrivato a Jouy, si comprò i due mulini che sorgono ancora sul braccio artificiale del fiume che attraversa il borgo, insediando lì la sua tintoria. Maria Antonietta se ne invaghì. Così dal 1760 è nata la toile de Jouy, sinonimo di tela stampata a motivi bucolico-romantici. La filologia vuole che i disegni siano monocromi; i colori classici sono rosso, viola, ecrù quasi sempre su fondo seppia, ma ormai ci sono colorazioni molto più tenui come il giallo, il rosa, l’azzurro. «La difficoltà consiste nello scegliere materiali naturalissimi di ottima qualità ed eseguire la stampa con perizia certosina» spiega Raffaella D’Andrea che l’ha riportata in auge, restituendo alla Campania il primato nelle telerie che i Borbone avevano con la real tessitura della reggia di Carditello. «La bellezza consiste nel fatto che ci si può fare di tutto e ogni artigiano può scegliere un suo disegno come marchio del proprio lavoro».

È quello che ha fatto maison Dior con le sue collezioni, ribadendolo con l’aggiunta degli accessori come le introvabili borse e la serie di oggetti per la casa con questa trama. Che, mai passata di moda, ha ispirato moltissime produzioni country chic: alcune linee di ceramiche di Victoria & Albert e di altre case come Johnson Bros, Mason’s, Wedgwood, Spode. Per rendere l’idea di come la stoffa sia diventata ubiqua nei luoghi di culto e del lusso basta un esempio. A Paraggi, in Liguria, a due curve da Portofino, oltre ad aver aperto una boutique, Dior ha personalizzato il beach club dei Bagni Fiore, acquisiti lo scorso anno da Langosteria e gestiti in partnership con Belmond.

La classica toile de Jouy della maison di Lvmh in verde vivace ha decorato le cabine della spiaggia ma anche i lettini, cuscini e ombrelloni, così come il bar e la zona lounge. Un relax griffato che si poteva vedere non solo presso i bagni, ma anche nei giardini del Belmond hotel Splendido. Dopo che Dior ha rilanciato lo stile della regina, quasi tutti gli stilisti si sono misurati col tema. In Italia Funky Table ne ha fatto cuscini e tovaglie, Jeremy Scott e Moschino l’hanno scelta come tema dello scorso anno, Marta Forghieri e Virginia Simoni hanno creato la collezione Tea Room in sete di Como.

Ma la scelta più forte l’ha fatta Rafaella D’Andrea che ha riportato alle origini la toile de Jouy. «Sono una mamma felice che ha scelto di diventare una perfetta padrona di casa. Così è nato il mio blog (cliccatissimo, ndr) spadellatavola.it. Non ho fatto altro che pubblicare le mie ricette, il modo di apparecchiare e far diventare la casa il luogo degli affetti e dell’accoglienza». D’Andrea aveva bisogno però di un tocco di ulteriore sentimento: «Così ho pensato di recuperare queste stoffe che fin da bambina mi hanno circondato per farle diventare il buongiorno a chiunque accedesse al mio sito».

Dalle tovaglie alla moda il passo è stato breve. «Questo stile può diventare un total look e c’è una cosa cui tengo particolarmente: la toile de Jouy è davvero una stoffa sostenibile. A parte la naturalità dei materiali, sono cotone italiano al 100 per cento, con colori tutti vegetali, c’è la possibilità di trasformare una gonna in una tovaglia, una tovaglia in un cuscino: insomm, con un pezzo di questa stoffa si fa di tutto e si ricicla all’infinito». La difficoltà è stata trovare non tanto i tessitori e gli stampatori «qui in Campania c’è ancora un artigianato di raffinata capacità», quanto piuttosto le sarte e i modellisti. «Ho cominciato con le tovaglie, con le gonne, poi un paio di borse e ora ho richieste da tutto il mondo. Il segreto è produrre su richiesta del cliente». È il massimo del taylor made. La prossima tappa? «Penso a una linea maschile, un po’ di grazia non fa male ai signori uomini». Neppure Maria Antonietta si era spinta a tanto.

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