È il 1962, quando Marilyn Monroe sale sul palco del Madison Square Garden avvolta in un abito beige, tempestato di cristalli, così aderente da sembrare inesistente. Più che un vestito, una dichiarazione. Il corpo diventa linguaggio, la trasparenza un gesto di potere. Eppure, le radici di questa estetica affondano ancora più indietro, nei costumi di scena di Josephine Baker, che già negli anni Venti giocava con l’illusione della nudità come forma di espressione artistica, o nelle silhouette provocatorie di Jayne Mansfield, costruite per amplificare una sensualità dichiarata, quasi teatrale.
Negli anni Sessanta e Settanta, il naked dress si libera progressivamente dalla dimensione spettacolare per entrare in una sfera più quotidiana, ma non meno radicale. Jane Birkin lo interpreta con una naturalezza disarmante, tra trasparenze leggere e abiti appena accennati, trasformando la nudità in gesto spontaneo, mai costruito. Poco dopo, Cher ne offre una versione opposta e complementare: eccessiva, scenografica, firmata da Bob Mackie, dove il corpo diventa spettacolo puro.

Negli anni Novanta, quel codice cambia tono. Non più soltanto seduzione o performance, ma un’estetica urbana, disinvolta, quasi casuale. A incarnarla è anche Kate Moss, che rende iconico il cosiddetto naked dress in versione slip, leggerissimo, quasi trasparente, indossato con nonchalance. Parallelamente, a renderlo mainstream è la televisione e, in particolare, Sex and the City. Nella prima stagione del 1998, Sarah Jessica Parker, nei panni di Carrie Bradshaw, indossa un abito sottile, impalpabile, che aderisce al corpo come una seconda pelle. E così il naked dress si trasforma in fenomeno pop. Non più evento straordinario, ma parte di una quotidianità stilizzata, fatta di appuntamenti, taxi e marciapiedi newyorkesi.

È proprio questa eredità stratificata che oggi DKNY riprende e rielabora. Per la Primavera 2026, il brand continua a raccontare la sua identità attraverso una città precisa e un’attitudine riconoscibile. A incarnarla è Hailey Bieber, scelta come icona globale capace di tradurre quel minimalismo metropolitano in chiave contemporanea. Il risultato è una nuova versione dell’iconico “abito nudo”, più strutturata ma ancora essenziale, che dialoga con il passato senza indulgere nella nostalgia.
L’abito viene abbinato a una giacca da motociclista in pelle nera, elemento che rompe la linearità e introduce una tensione visiva. È qui che si legge l’evoluzione del DNA del marchio. La femminilità non è più solo fluida e leggera, ma si confronta con codici più duri, maschili. A quasi trent’anni dalla sua consacrazione televisiva, il naked dress torna per una nuova generazione. Non come revival, ma come linguaggio aggiornato, capace di adattarsi a un’idea di corpo e di stile profondamente mutata.


