A chiusura della settimana di alta moda, la sfilata di Valentino , firmata da Alessandro Michele , lascia negli occhi il piacere della meraviglia. Non una passerella classica bensì una visione privata e nello stesso tempo collettiva pensata come un vecchio KaiserPanorama, gli storici caroselli con le prime immagini in movimento. È sempre generoso e sorprendente il designer romano nelle sue narrazioni e la messa in scena della collezione è un continuum con le collezioni stesse: contenuto e contenitore assurgono alla stessa importanza e incisività speculativa. L’impronta autoriale è fortissima: Michele porta in passerella il suo universo riconoscibile, fatto di stratificazioni barocche, riferimenti colti e ossessivi, una teatralità che sfiora il costume e una narrazione visiva che sembra sempre sul punto di esplodere sotto il peso delle citazioni. Colte, spesso coltissime, a differenza di altri suoi colleghi. Ma il rischio rimane quello di costruire un palcoscenico troppo ricco, dove ogni abito è un racconto affascinante, ma iperbolico. Il virtuosismo artigianale è indiscutibile, ma viene quasi inghiottito da un’estetica che non conosce sottrazione. Tanti look colpiscono per potenza immaginifica, invece altri sorprendono solo per un eccesso di decorativismo, i più interessanti rimangono quelli dove il virtuosismo artigianale della maison emerge in tutta la sua poesia. Dichiaratamente anti-minimalista, Michele dialoga a suo modo con l’eredità dello stilista appena scomparso Valentino Garavani riscrivendo un’estetica che affascina più come esercizio concettuale che come visione di bellezza senza tempo.

Stratificazioni barocche, teatralità e virtuosismi artigianali definiscono la nuova narrativa della Maison. Tra poesia e ossessione nel solco del suo fondatore.




