Per quasi tremila anni l’Odissea ha fatto esattamente quello che fa il suo protagonista: ha viaggiato, si è trasformata, ha assunto identità diverse senza smarrire la propria origine. È stata poema tramandato oralmente, testo scolastico, modello letterario, avventura per ragazzi, oggetto di studi accademici, teatro, opera, cinema, serie televisiva. Ulisse è diventato di volta in volta esploratore, ingannatore, marito infedele, reduce di guerra, uomo moderno incapace di fermarsi.
Nell’estate del 2026, però, è accaduto qualcosa di diverso. L’Odissea non è semplicemente tornata di moda: è diventata un oggetto culturale totale.
Il film di Christopher Nolan è naturalmente il detonatore. Ma intorno alla pellicola si è formato un fenomeno che supera la durata della proiezione e persino i confini del cinema. Ci sono gli spettatori che hanno organizzato viaggi internazionali pur di raggiungere una delle poche sale capaci di proiettarla nel formato voluto dal regista. Ci sono gli abiti drappeggiati, le trecce da dea, i sandali alla schiava e i richiami ad Atena comparsi durante il tour promozionale. Ci sono le nuove guide ai personaggi di Omero, i riassunti dei ventiquattro canti, gli itinerari sulle tracce di Ulisse e la riscoperta dei luoghi italiani utilizzati come set.
L’Odissea è contemporaneamente il film dell’estate, un pellegrinaggio cinematografico, un’estetica social e una storia che moltissimi spettatori sentono di conoscere, anche quando ne ricordano soltanto frammenti: il Ciclope, le sirene, Circe, Penelope che tesse e disfa la tela.
Nolan non ha adattato un classico: ha costruito un evento
Il progetto aveva già tutte le caratteristiche necessarie per attirare l’attenzione. Nolan tornava dietro la macchina da presa dopo il successo mondiale di Oppenheimer, scegliendo uno dei racconti fondativi della cultura occidentale e affidandolo a un cast che riunisce Matt Damon, Anne Hathaway, Tom Holland, Zendaya, Robert Pattinson, Lupita Nyong’o e Charlize Theron. Il film è arrivato nelle sale il 17 luglio ed è il primo lungometraggio girato interamente con cineprese IMAX su pellicola 70 millimetri.
Ma la tecnologia, in questo caso, non è soltanto uno strumento produttivo. È parte integrante del racconto promozionale. Nolan ha trasformato il formato nel suo equivalente contemporaneo del canto dell’aedo: non basta conoscere la storia, bisogna assistervi nel luogo e nel modo giusto.
Al BFI IMAX di Londra sono stati venduti più di 28 mila biglietti nelle prime ventiquattro ore, per un incasso di circa 750 mila sterline, un risultato molto superiore a quello ottenuto nello stesso intervallo da Oppenheimer. Alcune proiezioni sono andate esaurite per settimane e fan provenienti dagli Stati Uniti, dalla Svizzera e da altri Paesi hanno raggiunto Londra appositamente per vedere il film in IMAX 1570.
Nell’epoca della disponibilità immediata, Nolan ha creato scarsità. In quella della visione domestica, ha imposto la dimensione dello schermo. Nel momento in cui quasi ogni contenuto può essere interrotto, accelerato o guardato distrattamente, ha chiesto agli spettatori di mettersi in viaggio e consegnargli quasi tre ore della propria attenzione.
È un paradosso perfetto: il film più atteso del 2026 propone il futuro del cinema attraverso la pellicola, l’analogico e un’esperienza che non può essere completamente riprodotta sul televisore di casa.
Omero aveva già inventato la serialità
Una parte del successo dipende dal fatto che l’Odissea è antica, ma non appare mai davvero vecchia. Sotto la solennità del poema esiste una struttura sorprendentemente compatibile con il modo contemporaneo di consumare le storie.
Ci sono episodi riconoscibili, creature fantastiche, seduzioni, naufragi, dèi che intervengono nelle vicende umane e personaggi che entrano ed escono dal racconto. Ogni tappa ha una propria identità visiva e narrativa. Il Ciclope, Circe, Calipso, le sirene, Scilla e Cariddi potrebbero essere i protagonisti di altrettanti episodi di una grande serie televisiva.
Anche la costruzione temporale è tutt’altro che lineare. Quando il poema comincia, la guerra di Troia è già terminata e Ulisse è lontano da casa da molti anni. Una parte della sua avventura viene ricostruita attraverso il racconto dello stesso protagonista. Omero entra nella storia quando il viaggio è già iniziato, alterna presente e memoria, cambia punto di vista e lascia che sia Ulisse a costruire la propria leggenda.
Soprattutto, il protagonista non è un eroe semplice. È intelligente, ma anche manipolatore. È coraggioso e curioso, ma la sua curiosità mette continuamente in pericolo chi viaggia con lui. Dice di desiderare soltanto Itaca, eppure sembra incapace di sottrarsi alle deviazioni. Mente per salvarsi e talvolta mente perché raccontare una versione diversa di sé è parte della sua natura.
È forse per questo che continua a sembrarci contemporaneo. Ulisse non possiede un’identità stabile: la modifica a seconda dell’interlocutore, del luogo e del pericolo. È re, guerriero, naufrago, straniero, mendicante e, davanti al Ciclope, persino “Nessuno”. In una cultura digitale nella quale ciascuno costruisce ogni giorno molteplici versioni di sé, l’eroe omerico assomiglia meno a una statua e più a un profilo costantemente aggiornato.
La moda ha trovato la sua nuova dea
L’ossessione non si è fermata alle sale cinematografiche. Il tour promozionale ha trasformato il mito in un’estetica immediatamente riconoscibile.
Zendaya, che interpreta Atena, ha indossato abiti bianchi, drappeggi, silhouette scultoree e accessori ispirati alla dea della saggezza e della guerra. Con il suo storico stylist Law Roach ha costruito una narrazione visiva parallela al film, culminata anche in un abito dotato di grandi ali per la première di New York. Anne Hathaway e Charlize Theron hanno partecipato alla stessa costruzione simbolica attraverso acconciature regali, tessuti metallici e forme che richiamano statue e armature.
Sono tornati i sandali gladiatore, le trecce ad aureola, la pelle luminosa, il bianco e l’oro. Le riviste internazionali hanno già definito quella del 2026 una “Greek goddess beauty summer”, collegando la promozione dell’Odissea a una più ampia riscoperta dell’immaginario ellenico.
Naturalmente la moda non ha atteso Nolan per scoprire l’antica Grecia. Il drappeggio, la tunica e il corpo liberato dalle strutture rigide hanno attraversato il lavoro di Madeleine Vionnet, Madame Grès, Fortuny, Versace, Dior, Valentino e molti altri. Il film, tuttavia, ha fornito a riferimenti già presenti un racconto unitario e facilmente condivisibile.
Non si indossa semplicemente un abito bianco: si diventa Atena, Circe o una moderna Penelope. Il guardaroba smette di essere decorazione e diventa appartenenza al fenomeno.
Il Mediterraneo trasformato in set
Per il pubblico italiano esiste poi un ulteriore elemento di familiarità. L’Odissea non appartiene soltanto ai ricordi scolastici: possiede un paesaggio che riconosciamo.
Nolan ha girato una parte importante del film tra Favignana, le Eolie e il litorale di Ostia. A Favignana la produzione ha utilizzato, tra gli altri luoghi, il Castello di Santa Caterina e le coste scavate nella roccia. Alle Eolie le riprese hanno coinvolto Lipari, Vulcano, Basiluzzo e le formazioni rocciose associate alle sirene e alle “rupi erranti”. Anche il porto di Ostia è stato trasformato in un grande set cinematografico.
Questi luoghi non sono rimasti semplici fondali. Guide turistiche, magazine di viaggio e operatori locali hanno cominciato a proporre percorsi dedicati alle location, inserendo Favignana e le altre tappe della produzione in una nuova geografia del cosiddetto set-jetting: il turismo alimentato da film e serie televisive.
Il risultato è un cortocircuito particolarmente efficace. Le isole italiane hanno probabilmente contribuito, nei secoli, alla costruzione dell’immaginario geografico legato al poema. Ora il cinema utilizza quegli stessi paesaggi per ricreare il mito e, a sua volta, li trasforma in destinazioni contemporanee.
Il pubblico non cerca soltanto la spiaggia vista sullo schermo. Cerca la possibilità di entrare fisicamente nel racconto, attraversare lo stesso mare e osservare le rocce immaginando che dietro di esse possano ancora nascondersi le sirene.
La sfida con Spider-Man
La dimensione culturale del fenomeno non esclude naturalmente quella commerciale. Al contrario: il botteghino sarà il luogo in cui si misurerà la capacità di un poema studiato a scuola di competere con uno dei personaggi più popolari dell’intrattenimento contemporaneo.
Secondo un’analisi degli esperti Sisal, basata sui risultati precedenti di Nolan e sull’attuale scenario cinematografico, in Italia Odissea potrebbe concludere la propria corsa superando i 27 milioni di euro raggiunti da Oppenheimer nel 2023. A favorirla sono la notorietà universale del materiale di partenza, il legame con le location italiane, il richiamo dell’esperienza IMAX e la forza di un cast costruito quasi interamente con protagonisti capaci di attirare pubblici differenti.
La vera prova arriverà con l’uscita italiana, il 29 luglio, di Spider-Man: Brand New Day. Da una parte il cinema d’autore trasformato in spettacolo epico; dall’altra una saga che da quasi vent’anni accompagna spettatori di età diverse e può contare su un personaggio immediatamente riconoscibile in ogni parte del mondo.
Al centro della sfida ci sono, curiosamente, Tom Holland e Zendaya. I due neosposi compaiono in entrambe le produzioni e nelle ultime settimane hanno dovuto dividersi tra il tour promozionale di Spider-Man e quello dell’Odissea. Holland passa da Telemaco a Peter Parker, mentre Zendaya da Atena torna a essere MJ.
Qualunque film conquisti il primo posto, loro non possono realmente perdere. Sono contemporaneamente il volto della mitologia più antica e quello del supereroe moderno: una coppia capace di collegare Omero e la Marvel, la pellicola analogica e il franchise, il pubblico adulto di Nolan e le generazioni cresciute con Spider-Man.
Ogni epoca ha l’Ulisse di cui ha bisogno
Resta la domanda più importante: perché proprio adesso?
La risposta più semplice è che Nolan possiede una capacità rara di trasformare soggetti apparentemente difficili in grandi eventi popolari. Lo aveva già fatto con la fisica di Interstellar, la struttura temporale di Tenet e la biografia di un fisico teorico in Oppenheimer. Con l’Odissea dispone però di qualcosa di ancora più potente: una storia già presente nella memoria collettiva.
Quasi tutti conoscono almeno un’immagine del poema, anche senza averlo letto interamente. Il nome Ulisse significa viaggio. Penelope significa attesa. Le sirene sono diventate il simbolo di ogni tentazione pericolosa. Il Ciclope rappresenta la forza sconfitta dall’intelligenza. Itaca è molto più di un’isola: è la meta alla quale attribuiamo un senso anche quando non sappiamo più come raggiungerla.
Ma l’ossessione del 2026 rivela anche una fame di racconti capaci di durare. In un sistema culturale che produce continuamente contenuti destinati a essere sostituiti nel giro di poche ore, l’Odissea offre il conforto di una storia sopravvissuta a civiltà, lingue, guerre e tecnologie.
Non è un racconto rassicurante. Parla di violenza, perdita, desiderio, menzogna, trauma e morte. Ulisse torna a Itaca, ma non è più l’uomo che era partito. Anche la casa alla quale aspira è cambiata e deve essere riconquistata. Il ritorno non cancella il viaggio: ne porta per sempre le conseguenze.
Forse è proprio questo il punto. Non siamo improvvisamente ossessionati dall’antica Grecia. Siamo ossessionati dall’idea che, dopo essersi perduti, sia ancora possibile ritrovare una direzione.
Nolan ha trasformato questa speranza in immagini gigantesche, onde, dèi, mostri e pellicola IMAX. Ma sotto lo spettacolo rimane la stessa domanda che accompagna il poema da quasi tremila anni: dopo tutto ciò che abbiamo attraversato, esiste ancora un luogo che possiamo chiamare casa?
