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Hannah Martin, vent’anni di ribellione preziosa

Hannah Martin, vent’anni di ribellione preziosa

La designer londinese festeggia l’anniversario con la collezione The Perfect Drug [02] e il volume Hannah Martin: Iconoclast, A Jewellery Rebellion.

Hannah Martin, vent’anni di ribellione preziosa
Hannah Martin, vent’anni di ribellione preziosa
Hannah Martin, vent’anni di ribellione preziosa

Il gioiello, per Hannah Martin è un gesto, un atto fisico, una presa di posizione. Vent’anni dopo la nascita del suo marchio, la designer londinese celebra un percorso che ha sempre rifiutato l’idea di ornamento fine a sé stesso, scegliendo piuttosto la strada della ribellione, della sensualità e dell’identità vissuta sulla pelle. La ricorrenza prende forma nella collezione The Perfect Drug [02] e nel volume Hannah Martin: Iconoclast, A Jewellery Rebellion, un doppio progetto che racconta coerenza più che celebrazione. Nata in Inghilterra nel 1980, formata alla Central Saint Martins e passata dai banchi di Cartier in Place Vendôme, Martin ha scelto presto una traiettoria autonoma. Oggi lavora nel suo laboratorio indipendente a East London, dove continua a fondere artigianalità impeccabile e attitudine controculturale. “In un mondo intorpidito dal sovraccarico digitale, sentire è l’atto più radicale che ci resti”, ha raccontato la designer. “Ed è proprio per questo che la gioielleria diventa il luogo ideale per affermare un’identità, prendere posizione, sottrarsi alle regole”. Le sue creazioni nascono da un rapporto diretto con il corpo. Curve carnali in oro e argento si alternano a strutture ingegnerizzate, bracciali che sembrano architetture da indossare, superfici pensate per essere percepite prima ancora che osservate. “Ogni pezzo nasce per essere sentito, più che indossato. Perché la gioielleria è un’estensione del sé. È tutto, tranne che ornamentale”. Guardando a questi vent’anni, Martin rifiuta l’idea di una linea retta. Ogni collezione è stata un passaggio di crescita personale oltre che creativa: “Nascono con sangue, sudore e lacrime. Ognuna mi trasforma, aggiunge uno strato alla complessità che ci rende umani”. Un processo che trova nella nuova The Perfect Drug [02] una sintesi più consapevole. “Col tempo ho imparato a non avere paura di mostrarmi per quella che sono. Ad accettare desideri e inclinazioni. Questo mi ha resa più libera e più chiara nel linguaggio”. Già due decadi fa Martin esplorava la fluidità di genere nella gioielleria, quando il tema era ancora marginale nel lessico del lusso. “All’epoca ero vista come un’eccentrica. Non esistevano nemmeno le parole giuste per descrivere ciò che stavo facendo”. Oggi quel linguaggio è entrato nel dibattito, anche se lei rifiuta qualsiasi rivendicazione pionieristica, preferendo parlare di coerenza e insistenza. Fondamentali nel suo percorso sono state anche le collaborazioni con il mondo della musica, vissute come dialoghi spontanei più che operazioni strategiche. È il caso dell’incontro con Guy Berryman, nato casualmente durante un volo e trasformato nella collezione Vanitas. “Indossava un mio gioiello da sedici anni. Sarebbe stato un crimine non cogliere quel segno”. Un progetto che ruota intorno alla consapevolezza del tempo e al vivere intensamente ogni istante. “Sono arrivata alla gioielleria quasi per caso”, ha concluso Martin, “e appena ho imparato le regole ho sentito il bisogno di infrangerle tutte”.

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