A Venezia il massacro di Srebrenica (e le macchie dell'Onu) dagli occhi di una donna
Immagine del film "Quo vadis, Aida?" (Foto: Biennale di Venezia)
A Venezia il massacro di Srebrenica (e le macchie dell'Onu) dagli occhi di una donna
Cinema

A Venezia il massacro di Srebrenica (e le macchie dell'Onu) dagli occhi di una donna

Il concorso inizia subito con un film forte, Quo vadis, Aida? della regista bosniaca Jasmila Žbanić, che si candida a premi. E scuote la freddezza in cui ci ha fatto piombare la pandemia

La bellezza arriva alla Mostra del cinema di Venezia 2020. E ce n'è tanto bisogno, di bellezza, in questo anno segnato dalla pandemia. Sono sbarcati i primi film in concorso e, ironia della sorte, a raccogliere i primi applausi della stampa, in un'edizione dove la freddezza del distanziamento sociale sembra freddare pure le esternazioni in sala (zero applausi in Sala Grande per il corto di Almodóvar con Tilda Swinton), è un film forte e dolorosissimo che coglie tutta la bruttezza di cui l'uomo è capace: Quo vadis, Aida?, ovvero il massacro di Srebrenica dal punto di vista di una delle donne di Srebrenica. Buon cinema che sa rievocare e colpire al cuore e Jasna Đuričić, la protagonista, che si candida alla Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile.

Ma anche Amants di Nicole Garcia, un triangolo amoroso di tinte noir, è un film che ha non poche qualità. Controverso, ma particolare nei suoi spigoli misteriosi. E ha un cast di buoni divi, che risuonano abbastanza in questa Mostra scarsa di glam: Pierre Niney, Stacy Martin, Benoît Magimel.

Spetta quindi a due registe donna, una francese e l'altra bosniaca, Jasmila Žbanić, aprire ufficialmente il concorso di Venezia 77. Sono ben otto quest'anno le registe (due italiane e sei straniere) in concorso sui diciotto film in gara al Lido. A chi lo fa notare alla Garcia, lei risponde: «Forse un po' è dovuto alla pandemia. Forse è perché è generazionale: c'è un movimento di donne nel cinema. Ormai è una frontiera che abbiamo superato».

Ma è Quo vadis, Aida? il film dei primi due in concorso che potrà fare breccia nella giuria e ambire a qualche premio. Siamo così straniati dalla realtà vera che stiamo vivendo fuori dal cinema, sotto la pressione del Covid, che serve forse un film così forte per scuoterci e tenerci incollati allo schermo.

Bosnia, luglio 1995. Aida (Đuričić) è un'interprete che lavora alle Nazioni Unite nella cittadina di Srebrenica. Ha addosso tutta la forza della disperazione, di una leonessa che vuole difendere i suoi cari. Traducendo, partecipa ai tavoli delle grandi decisioni. O meglio, della grande impotenza. L'Onu, che con un contingente olandese cerca di proteggere i civili musulmani bosniaci dalla furia dei combattenti del criminale di guerra Mladić, mostra invece tutte le sue incapacità, schiavo delle trame omicide, gelide e pianificate, di Mladić. Il triste bollettino della Storia lo conosciamo già: 8.372 morti, soprattutto ragazzi e uomini disarmati, barbaramente uccisi.

«Siamo felici di essere qui a Venezia, che ci sia questo Festival ora è importante. Questo film è dedicato alle donne che hanno perso i lori famigliari. Sono state cancellate intere generazioni». Dice la regista Žbanić classe 1974, già Orso d'oro a Berlino nel 2006 con il suo film d'esordio Il segreto di Esma. E poi specifica: «Quo vadis, Aida? non è un film contro le Nazioni Unite. Abbiamo bisogno dell'Onu, dobbiamo anzi cercare di rafforzarlo e di renderlo migliore».

La regista Jasmila Žbanić (Foto: Biennale di Venezia / ASAC / Andrea Avezzù)

Nelle ricerche per il film, Žbanić, che ha realizzato anche la sceneggiatura, ha cercato di rintracciare i veri protagonisti dell'Onu di venticinque anni fa ma, soprattutto le alte cariche, molti si sono rifiutati. Ha parlato invece con alcuni di quelli che allora erano giovani soldati sul posto, rimasti traumatizzati dal genocidio. «Alcune delle piccole storie raccontante all'interno del film sono vere, come quella del soldato che piangeva per l'impotenza che provava. All'interno delle truppe di pace olandesi c'era chi comandava, che poteva cambiare qualcosa: avevano come missione la protezione della popolazione, anche con le armi, ma non hanno sparato una pallottola. Ci sono poi anche i soldati che non potevano fare niente e hanno vissuto l'esperienza come un trauma, con sensi di colpa».

Aida, dalla sua postazione apparentemente privilegiata all'interno della base Onu, cerca con i pochissimi poteri a disposizione di salvare il suo popolo e, soprattutto, la sua famiglia. Quando sopraggiungono gli autobus vuoti per portare i cittadini di Srebrenica, rifugiatisi a migliaia dentro la base militare Onu e fuori, ammassati, Aida capisce subito che quei pullman «generosamente» orchestrati da Mladić non sono altro che una condanna a morte.

La regia ora indugia sulla massa spaventata, poi sulle angosce del figlio minore e prediletto (Boris Ler) di Aida, ora sulla frustrazione del sergente Franken (Raymond Thiry), quindi sul carisma imperioso e ambiguo di Mladić (Boris Isakovic). E poi torna su di lei, su Aida, che prova tutto quello che può provare per salvare suo marito e i suoi figli. Sono le individualità, le storie dei singoli, la pena di Aida, a restituirci l'eco frastornante dell'immane tragedia, che si costruisce lenta, mentre sale il senso di tensione per un finale che, pur conoscendolo già, speriamo non avvenga davvero. Impossibile trattenere le lacrime.

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