«Petite maman», un film che è una carezza: intervista a Céline Sciamma
Immagine del film "Petit maman" (Teodora Film)
«Petite maman», un film che è una carezza: intervista a Céline Sciamma
Cinema

«Petite maman», un film che è una carezza: intervista a Céline Sciamma

Miglior film ad Alice nella Città, è l'ennesima conferma della regista francese, che regala un prezioso abbraccio tra madre e figlia, al di là del tempo: «È la possibilità di un incontro con i propri genitori che prescinda dal bisogno di fare domande, solo per conoscersi e amarsi»

Intimo misterioso ed essenziale, Petite maman è una carezza sul viso. Quella che ogni figlio vorrebbe ricevere dalla mamma. Quella che ogni mamma vorrebbe avere. Céline Sciamma, regista francese Prix du scénario al Festival di Cannes 2019 con il turbinoso ed elegante Ritratto della giovane in fiamme, fattasi conoscere e amare dieci anni fa con Tomboy, conferma il suo tocco sensibile che fruga nei sentimenti non detti e crea connessioni ancestrali.
Dal 21 ottobre nelle sale italiane con Teodora Film, Petite maman, bonbon delicato che sussurra al cuore, ha appena vinto il Premio come miglior film ad Alice nella Città, sezione parallela e autonoma della Festa del cinema di Roma.

L'idea alla base del film è semplice e luminosa: e se da bambini incontrassimo nostra madre, anche lei bambina e coetanea, che rapporto si costruirebbe? La piccola protagonista di Petit maman, Nelly (interpretata da Joséphine Sanz), ha 8 anni e incontra sua madre Marion (da piccola interpretata dalla gemella dell'attrice protagonista, Gabrielle Sanz, da adulta da Nina Meurisse) nel bosco vicino alla casa dell'infanzia materna. È appena morta la mamma di Marion, la nonna di Nelly, e, sul filo di quel lutto che crea tra mamma e figlia silenzi dolenti, si apre un nuovo racconto magico ma estremamente realistico. Eccole Nelly e Marion, entrambe a 8 anni, mentre giocano insieme con innocenza. Costruiscono una capanna di rami, preparano frittelle, inscenano sceneggiature. Diventano amiche e si amano, senza segreti e con poche parole, franche. La messa in scena pensata da Sciamma amplifica la sensazione di verità, che va al di là del tempo e delle generazioni, e sembra non collocare la storia in un'epoca precisa.

Abbiamo incontrato Céline Sciamma, che nel cognome svela le origini italiane e infatti capisce l'italiano, anche se preferisce rispondere in francese.

Céline Sciamma (Foto: Claire Mathon)

Petite maman può essere definito un racconto soprannaturale, una fiaba o una poesia. Ma quello che colpisce, invece, è che tutto così realistico. Come se questo incontro tra mamma e figlia coetanee fosse assolutamente possibile e concreto.
«Sì, il film appartiene a uno dei primissimi generi cinematografici, peraltro inventato dalle donne, che è il realismo magico, che realizza film immaginando che la magia stessa sia il cinema e magici siano gli strumenti che il cinema utilizza, dal montaggio a tutta una serie di strumenti della drammaturgia. Ho voluto usare questi stessi strumenti».

Spesso da figli ci dimentichiamo che anche i nostri genitori sono stati figli, che sono fallibili, fragili. E il frutto dei bambini che erano. Questo film è una sorta di perdono delle mancanze genitoriali e un trovarsi al di là del tempo e delle generazioni?
«Sì, sicuramente Petite maman, come recita la canzone che c'è nel film, di cui ho scritto io il testo, è "il sogno di essere bambina con te", la possibilità di essere un bambino insieme ai propri genitori, ma senza che questo ci metta nella posizione di fare domande, che è la postura che normalmente abbiamo quando siamo bambini nei confronti dei genitori. La possibilità di un incontro che prescinda dal bisogno di fare domande e avere risposte. Lo stesso è il viaggio nel tempo, è un percorso per poter vivere un tempo presente in modo pieno: si viaggia nel tempo ma senza il bisogno di interrogare, solo per trovare un tempo comune, per potersi conoscere e potersi amare. Era questa la possibilità che volevo creare nel film».

Se a 8 anni avesse incontrato sua madre a 8 anni, sareste diventate amiche?
«Ho fatto un film intero per rispondere a questa domanda. Naturalmente Petite maman è un film che non riguarda soltanto le mie di domande, ma anche le domande di tutti noi, degli spettatori. Ed è il motivo per cui nel film do pochissimi dettagli della famiglia sullo schermo, proprio per consentire a ciascuno di proiettare la propria storia, a prescindere dal fatto che i genitori siano vivi o morti, si abbiano rapporti più o meno intensi, che ci sia stata una conoscenza più o meno approfondita. Ho cercato di dare un corpo alla mia domanda: se io bambina incontrassi mia mamma bambina si creerebbe tra noi un rapporto fraterno, come quello di una sorella, e avremmo la stessa madre».

Il suo film è essenziale in tutto, anche nella durata, 72 minuti, un miracolo di minimalismo in questi tempi prolissi. Anche Tomboy durava solo 84 minuti, La mia vita da Zucchina, di cui ha scritto la sceneggiatura, 66 minuti. L'essenzialità per lei è un valore?
«Sì, anche perché è un modo per proporre un'esperienza democratica, per permettere ai bambini di vedere questo film. Il mio sogno è che è di fronte a Petite maman ci sia una sala piena di adulti e bambini. La riflessione che faccio sulla durata riguarda anche l'impatto: è vero, è un film breve, ma è estremamente concentrato, dura 24 ore, comprende anche la notte e i sogni».

Una frase bellissima di Petite maman è "Non hai creato tu la mia tristezza", una di quelle risposte rassicuranti che probabilmente nella vita spesso vorremmo ricevere. È la frase chiave del film?
«Sì. Sempre di più mi rendo conto che nei miei film ci sono delle frasi che assumono un ruolo di guida nella riflessione, hanno un impatto forte anche a livello emotivo. È successo anche in Ritratto della giovane in fiamme, con la frase "Non abbiate rimpianti, ricordate": è una frase che è stata assolutamente consolatoria per tantissime persone, che crea quasi uno stato ipnotico, sono le frasi che avremmo voluto ascoltare, che avremmo voluto che qualcuno ci dicesse, come in questo film. In fondo fare un film per me è un modo di consentire di guadagnare del tempo e pacificarci con il tempo. È una sorta di costruzione architettonica che vuole essere da un lato liberatoria e dall'altro qualche cosa che ci tocca profondamente».

Petite maman esce in autunno in Italia, è stato girato nell'autunno del 2020, con il bosco dai colori autunnali. È una stagione che ha un valore simbolico, magari nostalgico?
«È da tempo che voglio fare un film in autunno. Per i colori che ha, perché è una stagione di transizione: se da un lato apre la porta alla fine delle cose, dall'altro lo fa con un caleidoscopio di colori bellissimi, con bellezza. Anche Ritratto della giovane in fiamme era stato girato in autunno ma avevo avuto un autunno che sembrava un'estate. Questa volta con questa foresta avevo voglia di natura e di un autunno fiammeggiante, con una gamma cromatica autunnale, quindi con la troupe abbiamo cercato tante foglie e arricchito il bosco di foglie rosse, gialle, per dare tutte le nuance. Non uso tanto i simboli, cerco prima di tutto la bellezza».

È stata tra le sostenitrici del collettivo 50/50 per il 2020, per raggiungere la parità tra uomini e donne nel mondo del cinema entro il 2020. Intanto siamo nel 2021, una regista donna ha vinto a Cannes, una a Venezia, l'Oscar 2021 è andato a una donna. A che punto siamo? «I successi individuali dicono poco in termini di equilibri generali. Però è vero che questi esempi mostrano la possibilità di un sostegno internazionale, ci sono donne registe che hanno un successo internazionale. Questo dimostra che c'è anche un aspetto positivo nella globalizzazione, la solidarietà artistica e politica. E questo significa ampliare, andare al di là dei confini del proprio Paese, può dare delle speranze».
Ti potrebbe piacere anche

I più letti