Dario Argento
credit: Marco Rossi
Dario Argento
Cinema

Dario Argento: «Sono tornato a farvi paura»

A 10 anni dall’ultimo film, il Maestro del brivido lancia un nuovo horror, Occhiali neri, splatter più che mai. «Credo sia il più crudo che io abbia mai girato» dice il regista. Che a Panorama racconta flashback della sua vita. A partire dal rapporto con la figlia Asia (co-protagonista e produttrice della pellicola) passando per i ricordi con Sergio Leone (ha scritto con lui C’era una volta il West) fino alle serate a parlare di cinema con l’amico Guillermo del Toro.

«Nel 2001 ho scritto una sceneggiatura, l’ennesima storia di una donna, in questo caso una escort, che viene perseguitata da un serial killer. Però a differenza di altri miei film ho deciso di inserirvi un lato tenero, perché la protagonista incontrerà un bambino con cui stabilirà quasi un rapporto tra madre e figlio, che poi si capovolgerà. Credo di aver pensato al rapporto con mia figlia Asia, che è stata una delle esperienze più belle della mia vita». Dario Argento, 81 anni, descrive così Occhiali neri, con cui ritorna al cinema a 10 anni di distanza dal suo ultimo Dracula 3D. Dopo essere stato presentato al Festival di Berlino, il film arriva nei cinema dal 24 febbraio. Utilizzando lo stesso linguaggio secco dei gialli e horror che lo hanno reso un maestro del genere, da Quattro mosche di velluto grigio a Profondo Rosso e Suspiria.

Argento apre il film con la scena di una escort che, uscita da un lussuoso hotel romano, viene sgozzata da un omicida, finendo agonizzante per la strada in un lago di sangue (grazie agli effetti speciali del fido collaboratore Sergio Stivaletti) di fronte allo sguardo inorridito dei passanti («Credo sia la sequenza più cruda che io abbia mai girato» dice l’autore). A questo punto la vicenda vira sulla protagonista Diana (Ilenia Pastorelli), prostituta d’alto bordo che diventa suo malgrado bersaglio del killer. Nel tentativo di sfuggirgli durante un inseguimento, Diana ha un incidente d’auto, in cui perde la vista e causa la morte di una coppia di cinesi che lasciano così solo il figlioletto Chin (Andrea Zhang). Convalescente e costretta ad abituarsi alla sua nuova vita da non vedente, cui si adatta anche grazie all’aiuto di un’assistente sociale (Asia Argento), Diana tenta di stabilire un rapporto con il piccolo orfano, mentre l’assassino torna in breve tempo sulle sue tracce. «Avevo già avuto personaggi ciechi, per esempio Franco Ardò, l’appassionato di enigmistica interpretato da Karl Malden ne Il gatto a nove code» dice Argento. «La disabilità rende il protagonista più fragile, più esposto ai pericoli e alla malvagità, quindi deve combattere con ancora maggior vigore la propria battaglia per la sopravvivenza».

Come mai ha scelto Ilenia Pastorelli, lanciata da Lo chiamavano Jeeg Robot e vista in Non ci resta che il crimine, per il ruolo di protagonista?

Sono rimasto conquistato dalla sua bellezza, ma anche dalla fragilità del suo aspetto in netto contrasto con la potenza del suo sguardo, uno sguardo che cambierà quando dovrà indossare gli occhiali neri del titolo.

Nel film sua figlia Asia interpreta la donna che aiuta Diana a imparare a vivere da non vedente. È lei che ha ritrovato la sceneggiatura del 2001 e l’ha convinta a girare questo film. Com’è il vostro legame?

Si avvicina un po’ a quello tra Chin e Diana nel film, siamo padre e figlia, ma anche amici e a volte i nostri ruoli si invertono. Già da piccola veniva sui set dei miei film dove ho capito che sarebbe diventata un’ottima regista, tanto che uno, Scarlet Diva, l’ho prodotto. E poi abbiamo girato sei film insieme, compreso questo, anche se sul set l’ho sempre trattata come tutte le altre attrici. È cresciuta con me fin da quando era adolescente, insieme all’altra mia figlia Fiore (nata dall’unione di Argento con Marisa Casale, ndr) e ho tanti bei ricordi, per esempio dei tanti viaggi fatti insieme in auto, dove giocavamo immaginando di essere protagonisti di un rally, io guidavo e Asia con la cartina stradale in mano mi diceva il susseguirsi di curve e rettilinei.

Dopo la prima del suo film a Berlino il critico Paolo Mereghetti ha scritto che guardando Occhiali neri si intuisce che lei ha un grande passato, ma il film non ha un vero perché. Qual è stato il suo rapporto con i critici?

Pessimo fin dall’inizio della carriera, infatti qualche volta ho desiderato farli finire ammazzati come nei miei film. A parte gli scherzi, una volta mi arrabbiavo per le critiche negative, ora non mi importa più nulla. Il fatto è che sono sempre stato considerato un autore di serie B, perché la critica italiana ha sempre avuto un problema con il cinema di genere. Essere stato a lungo disprezzato mi rende onore perché mi avvicina ad alcuni miei idoli, come l’amico Sergio Leone (con cui Argento nel 1967 scrisse la sceneggiatura di C’era una volta il West, ndr), che fu rivalutato solo con C’era una volta in America, perché i suoi western erano considerati troppo commerciali. Quando uscì Per un pugno di dollari facevo il critico cinematografico anch’io, per Paese Sera, e scrissi che era uno dei più bei film visti negli ultimi anni. Il direttore mi chiamò per dirmi che non potevo pubblicare quella recensione perché il giornale aveva un pubblico colto. Questo snobismo però adesso è finito.

Perché?

I film di genere ora vincono premi nei grandi festival e battono i cosiddetti film impegnati. Questo è dovuto soprattutto al cambio generazionale, al fatto che i critici di oggi non mostrano quella sufficienza nei confronti dell’horror, prima considerato un genere minore. Che poi a dire la verità a me Titane, che ha vinto la Palma d’oro a Cannes, non è neanche piaciuto, l’ho trovato banale e pieno di trovate gratuite. Molto meglio Parasite, quello sì un gran film, e La forma dell’acqua del mio amico Guillermo del Toro. Quando ci troviamo parliamo di vecchi film e facciamo a gara a trovare scene che l’altro non ricorda.

Gli horror italiani le piacciono?

Non granché. Sinceramente non sento di avere eredi, anche se molti si sono ispirati ai miei film. Non amo neanche le serie tv che fanno impazzire tutti, me le hanno offerte e ho rifiutato. Mi annoiano.

Tra i suoi film, di quale va particolarmente orgoglioso?

Suspiria, perché quando l’ho girato mi sono prefissato di non realizzare neanche due inquadrature uguali e, salvo piccole eccezioni, penso di esserci riuscito.

Molti non sanno che ha girato un film storico, Le cinque giornate. Come mai è stata la sua unica escursione nel genere?

Non dovevo girarlo io, ma il regista si ritirò, così Adriano Celentano che è simpaticissimo ed era il protagonista disse di farlo fare a me. Mi è piaciuta molto quell’esperienza, ma poi sono tornato a quello che mi è più congeniale.

Vale a dire?

Quando penso al cinema mi vengono in mente soprattutto immagini bizzarre, piene di stranezze, ferocia e crudeltà.

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