Selvaggia Lucarelli
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Selvaggia Lucarelli: «Mi sono liberata di amore tossico e ora lo racconto»

La giornalista, che ha ideato e realizzato il podcast Proprio a me, racconta le dipendenze affettive e parla anche i suoi quattro anni di storia con un narcisista patologico, che le hanno tolto dignità e sicurezza.

Se ne parla poco, e spesso male, ma le dipendenze affettive non sono più un tabù. Capita quando capita e ci si trova imbrigliati in amori tossici, si cade nella trama di bugiardi cronici e manipolatori seriali che soffocano la propria "preda", imprigionandola in una ragnatela da cui è difficile liberarsi. A tutte le età e in ogni condizione sociale ed economica. Di queste storie – tutte diverse ma legate da filo invisibile – ha deciso di parlare Selvaggia Lucarelli nel suo primo podcast, Proprio a me, prodotto dalla Chora Media, la company di Guido Brera, Mario Gianani e Mario Calabresi, che la dirige. Ed è una Lucarelli inedita, lontanissima dai cliché sul suo personaggio, narratrice di legami malati letali ma a sua volta protagonista: nella prima puntata si mette infatti a nudo raccontando la relazione durata quattro anni che le ha cambiato la vita, tolto dignità e sicurezze, facendola sprofondare in un baratro in cui ha toccato il fondo per poi rialzarsi e rimettere in equilibrio la sua esistenza.

Partiamo dal titolo del podcast, Proprio a me. I protagonisti delle puntate se lo sono chiesto "perché proprio a me"?

«È inevitabile. Queste situazioni capitano all'improvviso quando ormai si crede di aver capito tutto di sé e dell'amore, non ci si aspettano sorprese dalla sfera affettiva. Invece arrivano e ti travolgono, diventano totalizzanti e ti annullano».

Alla base c'è più predisposizione, casualità o graffi emotivi che si trascinano in maniera inconscia?

«Predisposizione non direi. Piuttosto c'è una ferita antica, qualcosa d'irrisolto nella sfera emotiva e sentimentale. Spesso c'è una precoce responsabilizzazione, un vissuto familiare in cui magari non è mancato l'amore ma la capacità di trasmetterlo e dimostralo. Non ci si è sentiti abbracciati da quell'amore e inconsapevolmente lo si ricerca altrove».

C'entra la «fame d'amore», dunque.

«Sì, un vuoto enorme e difficile da riempire. Non a caso capita all'uomo navigato dal lungo passato sentimentale, alla donna realizzata, a una studentessa o a una donna di spettacolo dalla personalità apparentemente inscalfibile».

La prima storia è proprio la sua. Dei suoi quattro anni di «amore tossico» parlò in un'intervista a Daria Bignardi, a L'assedio, innescando un effetto valanga.

«Posso dire che la "colpa" di questo podcast è di Daria. Raccontai quella vicenda quasi per caso e volevo che finisse lì. "Non ne parlerò più", pensai tornando a casa quella sera. Invece, senza volerlo, avevo scoperchiato un vaso di Pandora».

Cosa accadde quella notte?

«Fui travolta da migliaia di messaggi. Avevo detto ad alta voce qualcosa che raccontava le vite di tante persone. Le frasi più ricorrenti erano: "Finalmente hai dato un nome a ciò che mi è successo". Ho capito che quell'intervista non poteva esaurirsi così».

Poi entra in gioco Pablo Trincia, l'autore di un podcast dal successo clamoroso, Veleno, che diventerà presto una serie tv di Amazon Prime.

«Mi aveva chiesto di realizzare un podcast e avevo fatto diverse proposte che erano però rimaste nel cassetto. Il click è scattato dopo l'intervista dalla Bignardi. Avevamo tra le mani centinaia di storie ed era giusto raccontarle».

Come le avete selezionate?

«La cernita è stata complessa perché i messaggi privati e le storie raccontate nei commenti sui social erano centinaia. Debora Campanella ed io abbiamo scelto le più interessanti, scartato decine di storie che sembravano più che altro racconti di amori infelici o non corrisposti. Poi ci sono state le telefonate chilometriche per raccogliere i dettagli, abbiamo fatto le verifiche necessarie e scelto le cinque storie».



L'impatto emotivo, all'ascolto, è molto forte: lei come lo ha gestito.

«Non è stato facile. Infatti finite le registrazioni, che duravano anche due ore, qualche pianto me lo sono fatto».

I protagonisti hanno seguito un copione scritto nel dialogo con lei?

«No, non sapevano cosa avrei chiesto loro. Abbiamo avuto solo contatti telefonici, non ci siamo conosciuti prima né accordati sulle domande. La cosa che più mi ha colpito è stata la bravura con cui si sono raccontati senza goffaggini o imbarazzi. Su questa cosa ci ho riflettuto».

Come se l'è spiegata?

«Questi amori malati sono talmente dolorosi e abbruttenti che ti costringono a un'autoanalisi profonda, lasciandoti una buona conoscenza di te. Questo ti toglie ogni pudore, abbassa ogni difesa e perciò tendi a essere generoso nel raccontarti».

È successo anche a lei?

«Sì, tanto che mi sono impuntata con Pablo per raccontare in prima persona la mia storia, senza il filtro di un'intervista. Era giusto che scegliessi io con cura le parole».

C'è voluto più coraggio o più incoscienza a mettersi così a nudo?

«Non mi sento coraggiosa. Raccontare la mia storia non è stato un atto di coraggio, piuttosto il desiderio di condivisione e voglia di onestà».

Perché si è raccontata così senza filtri solo ora, a distanza di tanti anni?

«Perché la sicurezza che ho conquistato oggi mi permette di raccontarmi senza sentirmi fragile. E perché vivo una relazione che mi ha dato stabilità. Avere la capacità di scoprirsi e di mettersi a nudo è un indizio di forza».

Ne viene fuori una Lucarelli molto diversa dal cliché della polemista un po' stronza un po' provocatrice.

«C'è sempre questa narrazione che mi precede, di una donna incrollabile e coriacea: è un bluff o un equivoco, il percepito deriva spesso dalla mia scelta di comunicare una parte di me. Ma è giusto e bello raccontare anche altri lati di sé».

Le reazioni le aveva calcolate?

«Non m'interessava farlo. Per questo mi ha stupito l'onda di affetto e di condivisione, quasi un abbraccio collettivo che mi ha riconciliato con il mondo del web, spesso feroce nei miei confronti. L'impressione è che il dolore provocato da queste storie si possa metabolizzare in parte anche solo parlandone».

Qual è il sottile filo rosso che lega la sua storia alle altre cinque?

«Cambiano i luoghi, le età, i tratti dei manipolatori i momenti di vita ma sono tanti i tratti somiglianti e poi c'è una similitudine che fa impressione».

Quale?

«C'è un apice, un picco di pericolosità. Queste persone che non si conoscono, mi hanno raccontato la loro storia in momenti diversi ma a un certo punto arrivano sempre tutti a parlare di morte. In tutte queste vicende, era un'eventualità da calcolare».

Anche lei l'aveva messa in conto?

«No, ma ripensandoci sarebbe potuto capitare un epilogo tragico. In quel periodo ero talmente tormentata, stordita e poco centrata, che spesso facevo degli incidenti d'auto. Forse per un puro caso non me ne è capitato uno più grave».

Il suo fidanzato dell'epoca si è fatto vivo riascoltando il suo racconto senza sconti?

«No, nemmeno m'interessava che lo facesse: non dobbiamo condividere nulla, quella è la mia versione della storia. Ma essendo un narcisista patologico, immagino che per lui sia una ferita rievocare quegli anni. In ogni caso non cercavo una vendetta».

Rivisti con gli occhi di oggi, che coppia eravate?

«Eravamo due co-dipendenti e infelici».

Quand'è che ha capito che quello era un amore malato?

«Non c'è un momento esatto e a lungo ho pensato di essere solo profondamente infelice. Ma un giorno mi si aprì un mondo quando capitai su un sito che parlava di dipendenze dalla droga, alcol e gioco. Capii che avevo gli stessi sintomi, le stesse reazioni psicosomatiche».

Il trauma l'ha elaborato con la psicoterapia?

«No, quel lascito l'ho metabolizzato a modo mio perché avevo la presunzione di potercela fare da sola. Se al primo segnale mi fossi invece rivolta a un esperto, avrei capito che c'era una cura e ne sarei uscita prima».

Suo figlio Leon cosa le ha detto dopo aver ascoltato la sua storia, in cui si parla molto anche di lui.

«La prima reazione che ha avuto è stata quella di un adolescente scemo. "Ora so perché sono così", ha ironizzato, come a rinfacciarmi ciò che gli ho fatto passare. Ma mi conosce bene, conosce i miei limiti e le mie imperfezioni: non ha un modello inarrivabile di genitore perfetto».

È una madre ingombrante?

«Ingombro meno nel privato che nel pubblico».

Era un bambino quando vi trasferiste dal suo ex: che ricordo lui ha di quella casa?

«Ricorda il posto dove dormiva, che detestava, e ricorda che questa persona non gli piaceva. Per fortuna non molto altro. Mi colpisce però una cosa: se a Leon cade qualcosa per terra o sporca per sbaglio, va nel panico. Penso derivi da un ricordo inconscio di quella persona, che era un maniaco della pulizia e dell'ordine e mi sgridava continuamente se trovava qualcosa fuori posto».

Nel podcast rivela che in quel periodo visse una profonda difficoltà economica. Si è chiesta se il suo essere workaholic sia una sorta di compensazione rispetto a ciò che ha vissuto?

«In realtà credo che la compulsione derivi più dall'entusiasmo di fare cose che mi sono preclusa di fare per molti anni pensando di non essere all'altezza di certi obiettivi. Prevalgono il fattore scoperta e quello economico: non voglio mai più provare una preoccupazione simile, perché quella situazione mi ha privato della libertà, anche quella di pensare».

Radio, giornali, tv. Anche quella per il lavoro è una sorta di dipendenza?

«In parte sì. Mi sento in colpa se non faccio niente per due giorni. E allora smonto casa o dipingo pareti, facendo irritare Lorenzo, il mio compagno (chef e musicista Lorenzo Biagiarelli, ndr). In qualche modo le personalità dipendenti rimangono sempre tali, anche se oggi mi sento come un'asintomatica che ha imparato a proteggersi dal virus e sa governare le situazioni».

Proprio a me potrebbe diventare una docu serie?

«Può essere ma se lo diventerà sarà una cosa molto diversa dal podcast. Perché la sua forza è la voce, che rende meno riconoscibi e consente di raccontarsi senza il filtro della telecamera».

E un libro?

«Sì, ma non sarà una raccolta delle storie. È un libro che già avevo in cantiere e che questa esperienza ha reindirizzato sul tema dell'amore, anche quello tossico».

Ci sarà una seconda stagione del podcast?

«Ho già in mente un altro podcast che ho proposto a Pablo. E poi non sono una da sequel, soprattutto se una cosa viene bene. Però mi piacerebbe raccontare l'altra faccia di queste storie».

Ovvero?

«Il punto di vista dei manipolatori. Mi hanno scritto una decina di persone raccontandomi di aver compreso di essere dei "predatori seriali" e in qualche modo di voler cambiare e diventare inoffensivi. Tra di loro c'è anche una donna e la sua storia mi ha colpito: "Ero convinta di essere la manipolata, invece mi sono rivolta a una psicologa e ho scoperto di essere io la manipolatrice"».

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