Televisione

«Ossi di seppia», la serie non fiction di RaiPlay racconta l'importanza della memoria

La serie non fiction più vista di sempre su RaiPlay. Ossi di Seppia è una serie prodotta da 42°Parallelo (dall'innovativo romanzo di John Dos Passos), una società editoriale impegnata esclusivamente nella produzione di contenuti “non fiction". Una scelta di campo ben definita che trova riscontro in quello che tutti abbiamo potuto sperimentare nell'ultimo anno segnato dalla pandemia di Covid-19: la realtà oggi ha il potere di far scaturire emozioni e di influenzare l'immaginario collettivo più in profondità di qualsiasi prodotto di finzione.

Ossi di Seppia è composto da 52 storie, una ogni settimana, che ci porta in viaggio tra alcuni degli avvenimenti che hanno segnato la nostra storia. Avvenimenti che, come ci ha spiegato Mauro Parissone di 42°Parallelo, «sono passati distrattamente sotto gli occhi dei Millennials e dei ragazzi della Generazione Z quando erano bambini».

«Ci interessa ripensare la memoria dopo il coronavirus» ha dichiarato Parissone. «Agganciarci alla nuova necessità di ricordare. Riabilitare storie e frammenti che prima non avremmo preso in considerazione». Ossi di Seppia non parla di Covid-19, quello è il nostro presente, ma sceglie alcune storie che in maniera a volte sorprendente ci ricordano noi stessi e ci aiutano ad affrontare il presente. Un esempio è l'episodio dedicato alla morte di Vanessa Russo. La puntata, narrata da Pietrangelo Buttafuoco, riesce a essere specchio di un sentimento che da un anno non ha fatto che accentuarsi: la paura degli altri, la diffidenza verso chi non conosciamo. «Ricordare una storia significa ricordare noi stessi. Chi eravamo, come eravamo, dove eravamo in quel giorno, in quella precisa ora. E come siamo oggi. Perché ricordare una storia significa ricollocare noi stessi».

Perché scegliere il formato della “non fiction"? Mauro Parissone ci ha spiegato come 42°Parallelo si sia sempre impegnato nella creazione di qualcosa di innovativo che sostituisca il documentario, da lui stesso definito «un modello narrativo del secolo scorso». La non fiction permette infatti di «produrre contenuti sulla realtà che vanno oltre la realtà. Oltre la cronaca stringente. Così che il passato si faccia presente». Interessante notare anche come ogni episodio di Ossi di Seppia non superi mai i 20 minuti. Una scelta pensata per un pubblico giovane, ormai abituato a consumare contenuti brevi, uno dopo l'altro.

Ossi di Seppia trasforma così RaiPlay, la piattaforma OTT del servizio pubblico, in uno strumento capace di riconnettere le giovani generazioni con quel recente passato di cui spesso non hanno memoria, di ricucire quei frammenti, visti di sfuggita alla tv, in una narrazione dotata di senso. Ma soprattutto in grado di ricostruire fra le generazioni di ieri e quelle di oggi un immaginario collettivo condiviso. «Perché non è possibile affrontare il futuro se non si conosce il passato».

«Nella nostra serie utilizziamo un linguaggio filmico, emozionale ed immersivo» ha concluso Parrisone. «Il linguaggio è il punto di vista con cui vediamo il mondo. Il materiale storico (reperito dagli archivi Rai e da Ansa) diventa incendiario perché svela ma non anticipa».

Gli episodi raccontano i fatti più disparati: quella sul metodo Di Bella, il primo caso mediatico che ha visto le persone schierate contro gli esperti; la vicenda di Carlo Urbani, il primo medico ad identificare un virus sconosciuto e letale persino per lui, la Sars. La tragedia di Rigopiano, l'omicidio di Giulio Regeni e le dimissioni di Papa Benedetto XVI. La morte improvvisa del calciatore Davide Astori, quella divisiva di Dj Fabo. Ma anche il disastro nucleare di Fukushima, l'incidente di Seveso e la scomparsa del campione Ayrton Senna, di cui vi offriamo una clip in anteprima.

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