Francesco De Gregori
Francesco De Gregori (Getty Images).
Musica

De Gregori e il compleanno di Santa Lucia

La canzone che si rivolge alla patrona della vista oggi compie 45 anni. E resta un invito a ripensare ai bisogni dell’uomo attuale. Scegliendo di volere il bene dell’altro, anziché odiarlo.

Quattro strofe scritte nel 1976 da un venticinquenne Francesco De Gregori, insolitamente al pianoforte. Questa è Santa Lucia, una delle canzoni più intense del cantautore romano e oggi, 13 dicembre 2021, il pezzo, con l’intero album che lo contiene, Buffalo Bill, compie 45 anni.

Si tratta di una piccola ricorrenza per la storia della musica italiana ma probabilmente, con un po’ di lungimiranza, anche per una pagina della letteratura italiana contemporanea, seguendo il corso dei riconoscimenti letterari che in tempi recentissimi hanno premiato Bob Dylan, maestro di De Gregori, con il Pulizer prima e il Nobel poi, rendendolo pioniere dei cantautori che bussano alla porta della letteratura.

Santa Lucia, quindi. È un’invocazione, non per forza confessionale, a una santa della tradizione cristiana che ha avuto moltissima fortuna nel corso dei secoli tra i fedeli e nella cultura popolare. A Lucia fu particolarmente devoto Dante Alighieri, tanto da inserirla tra le tre donne, con la Madonna e Beatrice, che si mossero per salvarlo sin dal secondo canto dell’Inferno.

Santa Lucia, patrona della vista, è detentrice di una forte tradizione popolare: porta con sé un detto che i nostri nonni ripetevano ogni anno: «Santa Lucia il giorno più corto che ci sia». Ma è anche una festa molto amata dai bambini perché in diverse zone d’Italia la santa siracusana porta doni ai più piccoli, da Bergamo a Cremona, da Parma a Piacenza, fino a Siracusa appunto, e non solo. In Scandinavia, per esempio, è una festa molto sentita.

La canzone del principe De Gregori, pop e lirica insieme, è in primo luogo un pezzo ancora bellissimo da ascoltare sia nella versione originale, ormai datata, che nella riedizione del 2016 che si chiude con un omaggio che commuove alludendo a Lucio Dalla e al suono mondo artistico. Il testo ha da dirci qualcosa qui e ora, perché soffermandosi sui versi delle strofe si trovano spunti validi per riflessioni attuali, vale a dire odierne ma anche, filosoficamente, da mettere in atto in questi tempi difficili.

De Gregori non dimentica nessuno e si rivolge alla santa siracusana posando il suo sguardo sugli ultimi, chiedendone protezione: lo fa pregando per «la tranquillità per chi va per mare», quindi per cui per chi è in viaggio, nel cammino dell’esistenza e in ricerca, ma questo verso non può non gettare una luce su chi naufraga e muore a pochi chilometri dall’Europa. Oggi sono loro, e non solo loro, i poveri a cui resta la «barca sfondata», sono anche loro quelli a cui si rivolge quando pensa a chi «cade sul suo ultimo metro».

Ancora, la canzone riflette sugli ultimi e su ognuno di noi nel momento in cui si sente o si ritrova ultimo nella propria vita, e allora la canzone è anche «per chi vive all’incrocio dei venti ed è bruciato vivo». Servono un conforto e una parola per tutti quelli che non ce la fanno più, per quelli che «hanno perduto l’anima e le ali», per i disperati, «per chi beve di notte e di notte muore», per chi non riesce a dare un senso ai propri giorni. A loro De Gregori pensa e chiede «che sia dolce anche la pioggia nelle scarpe/anche la solitudine».

Lo spunto che risuona utile in questi giorni è il pensiero che De Gregori affida a Santa Lucia «per le persone facili che non hanno dubbi mai». È un invito a pensare a chi è lontanissimo per modi e costumi e chiederne – laicamente – il bene per anziché odiarlo, disprezzarlo, deriderlo, attaccarlo. Una ricorrenza è sempre un’occasione per riscoprire pezzi di noi che sono già a stati scritti e che, riaffrontati, possono ancora dirci e darci tanto. È così per questa canzone, per Santa Lucia: riascoltiamola e riviviamola. Alla peggio, sarà stato un piccolo percorso nella bellezza dell’opera di un artista della parola e del suono.

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Marcello Bramati