Eurofascism
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Ogni epoca ha le proprie convenzioni e i propri luoghi comuni. È normale e inevitabile che sia così. Prendiamo per esempio la politica: una delle cose che vengono date per scontate è l’esistenza di una categoria che si chiama “totalitarismi”. I totalitarismi possono essere di destra o di sinistra, anzi di solito sono pensati o modellati sulla base rispettivamente della Germania nazista e dell’Unione Sovietica, e possono essere storicamente distanti o nemici, ma questo non conta: misteriosamente divengono simili tra loro, se non equivalenti. Non proprio “uguali”, per carità; non si è ancora arrivati a questo, ma sicuramente appartenenti a un ambito comune e distantissimi dai regimi non totalitari, ovverossia al modello, anche questo a metà tra storico e teorico, delle democrazie liberali.

Da questo mito superiore deriva poi un mito inferiore e conseguente, ossia quello della vicinanza e collaborazione degli opposti estremismi, per così dire: altro luogo comune ben diffuso e vitale nella nostra società.

Ovviamente questi miti sono falsi: i vari movimenti fascisti sono stati, nella realtà dei fatti, manifestazioni di società ed economie capitalistiche, e non sono stati osteggiati o considerati spuri dalle democrazie dell’epoca (a differenza di quanto accaduto all'Unione Sovietica). E tuttavia in questi casi il mero richiamo alla storia valeva a poco: come se, in un certo senso, questa fosse tutta roba del passato, di un passato ancora fatto di opposizioni ormai prive di senso, mentre adesso avere opinioni radicali è di fatto totalitario, e tutti i totalitarismi vanno a finire in uno stesso calderone: non ci sono due modi diversi di essere nemici della libertà, una volta stabilito che la libertà esiste in una sola forma.

I fatti di Odessa del 2 maggio 2014 mi pare abbiano smentito una volta per sempre questa lettura dei fatti. A Odessa, il 2 maggio 2014, un pogrom di estremisti di destra - “fascisti” - ha preso di mira un gruppo numeroso ma inerme di dimostranti di sinistra, che da settimane occupavano una piazza contro il colpo di stato del febbraio 2014. Come noto l’assalto si è concluso con una quarantina di “comunisti” bruciati vivi o uccisi con armi da fuoco. A quell’episodio hanno fatto seguito numerosi altri eventi, per così dire, preoccupanti, e in ogni caso difficilmente compatibili con una qualsiasi definizione di democrazia: l’operazione “anti-terrorismo” contro la parte orientale del paese, costata migliaia di morti pur nella persistente assenza di qualsiasi atto terroristico, le elezioni vietate al partito delle Regioni (maggioritario nel 2010) e lo scioglimento del partito comunista, la glorificazione per legge dei collaborazionisti della seconda guerra mondiale e dei nazionalisti, criminali e anti-semiti quanto i loro successori, che tennero il potere a Kiev tra 1918 e 1919, e più in generale l'imposizione per legge di una lettura - parziale e anche falsa - della storia e di un'opinione politica e "nazionale", l’eliminazione fisica di varie figure dell’opposizione politica e culturale, nonché un’ondata di hate crimes rivolti in primis contro la presenza ebraica ma anche contro polacchi, omosessuali, stranieri in genere; il tutto coronato da una presenza anche troppo scenica dei gruppi neofascisti, con le loro marce e i loro simbolismi, e da una disumanizzazione del nemico e del diverso che è, torna alla mente Mosse, una delle caratteristiche prime della propaganda dell’estrema destra novecentesca.

In tutto questo il governo post-colpo di stato, già riconosciuto molto rapidamente dai paesi occidentali nonostante la propria peculiare genesi, non ha subito contraccolpi per nulla di tutto ciò; anzi, il clima di piena normalità è tale che tra qualche giorno si terrà a Kiev l’Eurovision 2017, uno dei templi del pop e del kitsch europeista; da cui tra l’altro, sempre senza averne alcuna conseguenza, le autorità ucraine hanno bandito la rappresentante russa. Questo significa in qualche modo che le democrazie occidentali approvino, per esempio, l’utilizzo propagandistico e apertamente anti-storico della memoria, con gli assassini di Babij Jar divenuti combattenti per la libertà (o, proprio in questi giorni, un ex membro ebreo delle forze di sicurezza sovietiche, il novantaquattrenne Boris Steckler, messo a processo per aver ucciso un collaborazionista), o che ad esse piacciano i monumenti dell’Olocausto profanati e distrutti? Non c’è motivo di ritenere questo. C’è però modo di credere, visti i fatti, che questi ed altri eventi siano visti come affari interni o perfino folklore locale, e ignorati o privati di significato.

La lezione che se ne trae è dunque duplice: da un lato, in senso ampio e teorico, la conferma che il mito dei totalitarismi affini è una bubbola, e che le varie teorie degli estremismi che si toccano sono ciarpame interessato; dall’altro, in termini più attuali, si tratta della tremenda conferma che possono mutarne le forme, ma che comunque il fascismo non è morto e che esso costituisce tuttora una minaccia reale e un possibile futuro anche per il nostro continente.

I morti di Odessa sono ricordati poco e malvolentieri, proprio per quello che significano e testimoniano. Eppure dobbiamo tenerli a mente, perché ci ricordano quel che succede quando le narrazioni di comodo prendono il sopravvento e quando una realtà complessa viene cancellata e quando il male viene attribuito non a chi l’ha commesso o lo architetta, ma a chi fa più comodo affibbiarlo.

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