TTIP: le ragioni del sì e del no
TTIP: le ragioni del sì e del no
Economia

TTIP: le ragioni del sì e del no

Dalla sicurezza alimentare ai farmaci: i punti chiave della trattativa Usa-Ue sull'area di libero scambio transatlantica

Da una parte c’è la promessa di grandi vantaggi come più export, crescita del Pil e nuovi posti di lavoro. Dall’altra, ci sono i rischi per l’ambiente, la sicurezza alimentare, i consumatori e le piccole imprese europee. In mezzo ai due piatti, un ago della bilancia difficile da tenere in equilibrio. Già, perché fra le ragioni del «sì» e quelle del «no» all’accordo commerciale transatlantico in discussione fra Usa e Ue (meglio noto come Ttip, Transatlantic trade and investment partnership) la distanza resta abissale.


Di certo, la portata dell’eventuale accordo è enorme perché tocca, praticamente, ogni aspetto della nostra vita quotidiana: i cibi, gli abiti, le auto, i farmaci, i cosmetici, la chimica. E ancora, le gare d’appalto locali o gli investimenti. Mentre i «dazi» sono già oggi piuttosto bassi, è sulle cosiddette «barriere non tariffarie» che si gioca la partita decisiva: sono le norme, gli standard tecnici, i livelli di qualità e sicurezza l’ostacolo principale a molti scambi. Ma anche il più scivoloso.


Washington e Bruxelles hanno iniziato gli incontri a luglio 2013. Da allora, ci sono stati tredici cicli di colloqui (l’ultimo a fine aprile), seguiti da altrettanti resoconti. Ma molti lamentavano che, dietro l’informazione di facciata, nessuno conoscesse il reale contenuto delle trattative. Finché lunedì 2 maggio, il braccio olandese di Greenpeace ha reso noto il contenuto di una parte consistente dei documenti del negoziato, grazie a una «fuga di notizie». Per i contrari le rivelazioni confermano i timori nutriti finora. I favorevoli smentiscono un accordo al ribasso. E tutto è ancora aperto.  

Sicurezza alimentare

PERCHÈ Sì
Cuore del negoziato, l’agroalimentare è un terreno di scontro cruciale. I favorevoli vedono l’enorme potenziale che si aprirebbe per cibi e bevande europee. Gli Usa penalizzano ancora alcuni prodotti con dazi proibitivi (ben il 140 per cento, per esempio, sul comparto lattiero-caseario). Senza contare i tempi di autorizzazione per la vendita sul mercato statunitense:
le pesche dell’Ue attendono da 12 anni.


PERCHÈ NO
Numerose le frecce all’arco dei contrari: chi può assicurare che non ci troveremo pomodori con Ogm o una bistecca ingrassata con ormoni? E ancora: come controllare l’uso di antibiotici più disinvolto negli allevamenti animali americani? Il nocciolo sta nel «principio di precauzione», asse portante della nostra sicurezza alimentare.
Per l’Ue quando i dati scientifici sono insufficienti a certificare l’innocuità di una sostanza, sussiste un «ragionevole dubbio» per non approvarla. Per gli americani, senza prova di nocività, c’è la luce verde.

FARMACI E BREVETTI

PERCHÈ Sì
Secondo i sostenitori dell’accordo, una migliore collaborazione fra le due autorità responsabili (la Food and drug admnistration americana e la European medicines agency) porterebbe più sicurezza nel delicato capitolo
dei farmaci. Lo scambio di informazioni aumenterebbe la sicurezza anche sui dispositivi medici (come protesi, valvole cardiache, peacemaker) visto che gli Usa hanno criteri molto stringenti.


PERCHÈ NO
Per gli oppositori, i due punti più controversi sono prezzi e generici.
I paesi Ue fissano il prezzo di un farmaco rimborsabile tramite trattativa fra governi e case farmaceutiche. E, una volta scaduto il brevetto di chi lo ha inventato, il principio attivo può essere usato per produrre un generico. Mentre le pressioni di Big Pharma minerebbero entrambe le cose.

COSMETICI

Tokyo, Giappone, terza Fiera internazionale dei cosmetici

EPA/EVERETT KENNEDY BROWN

PERCHÈ Sì
Con un giro d’affari di 70 miliardi di euro annui per l’Ue e 49 miliardi per gli Usa, la cosmetica è un capitolo pesante della trattativa. Lo scambio commerciale fra le due sponde vale già oggi tre miliardi di euro ma, abbattendo gli ostacoli normativi, l’export Ue crescerebbe (la Francia
è il primo esportatore, l’Italia il quarto) creando nuova occupazione
(fra diretti e indiretti, il settore impiega già 1,7 milioni di lavoratori).


PERCHÈ NO
Nei prodotti di bellezza e cura personale, l’Ue vieta 1.372 sostanze ritenute a rischio per la salute contro le appena 11 degli Usa (peraltro, non ovunque). Inoltre, mentre le 26 fragranze potenzialmente allergene devono essere specificate fra gli ingredienti nell’etichetta delle merci cosmetiche del Vecchio Continente, Washington non prevede nulla su questo tema.

CHIMICA QUOTIDIANA

PERCHE' Sì
Una migliore cooperazione fra Ue e Usa nei prodotti chimici eviterebbe alle aziende costi, spesso molto alti, causati dalle diverse regole. I favorevoli puntano anche a una classificazione internazionale dei gas infiammabili e refrigeranti (ora distanti) e a standard comuni per la valutazione del rischio. Fra i settori toccati anche il tessile: dal 2008, gli Usa impongono
a tessuti e capi  di abbigliamento  in seta una certificazione speciale equiparandola a cotone e fibre artificiali infiammabili, con danni all’export Ue.


PERCHE' NO
Per i contrari, con la cosiddetta direttiva Reach, l’Ue si è dotata di norme nel settore chimico fra le più avanzate per la salute dei consumatori  e dell’ambiente, obbligando chi produce a registrare le sostanze  e all’onere delle spese  per misurare l’eventuale tossicità.  Inoltre, l’Ue prevede una rigida etichettatura delle sostanze chimiche assente Oltreoceano.

VINI E CIBO

PERCHÈ Sì
Con oltre 1.500 fra Dop, Igp e Stg (specialità tradizionale garantita), l’Ue è l’angolo del pianeta che più protegge qualità e tipicità della tavola
(e l’Italia, con 283 marchi, è in vetta alla classifica). Chi è favorevole all’accordo ritiene che, senza i dazi imposti alle specialità tipiche, ci sarebbero nuove occasioni per l’export, tanto più per il «made in Italy».

PERCHÈ NO
Il fronte del «no» è compatto nella difesa delle eccellenze agroalimentari tradizionali dell’Ue, per il benessere dei consumatori, dei produttori e degli stessi animali, visto che per ottenere il riconoscimento del marchio Ue occorre rispettare precisi protocolli.  Favorite anche economia del territorio, ambiente e biodiversità. Difficile, si obietta, far valere il bollino di qualità con le aziende agricole a stelle e strisce che vorrebbero lo sdoganamento del termine «parmesan».

VEICOLI E SICUREZZA

PERCHÈ Sì
Oggi il 20 per cento dell’export dei veicoli dell’Ue è venduto negli Usa mentre un’auto su otto in circolazione sulle strade europee è americana. La creazione di un mercato transatlantico darebbe grande impulso
al settore, arginando la concorrenza giapponese e coreana. Si punta
ad abbattere le tariffe doganali e riconoscere la reciprocità dei rispettivi standard di sicurezza: ora, i diversi parametri previsti per ogni componente costringono le case automobilistiche a dispendiosi adattamenti dei modelli.  


PERCHÈ NO
Confortati da uno studio dei due centri di ricerca più avanzati, i «no» obiettano che i  passeggeri delle auto costruite nell’Ue sono il 33 per cento più al sicuro in caso di scontri frontali. 

IL NODO DELLE CAUSE AI GOVERNI

giudici iStock

PERCHÈ Sì
La risoluzione delle controversie in appositi tribunali di arbitrato (nome tecnico Isds) è uno dei nodi decisivi dei negoziati. Chi sostiene l’accordo vuole anche la creazione di queste «corti commerciali», in caso di divergenze fra aziende e governi nazionali evitando la lunga trafila della giustizia ordinaria e spese onerose.

PERCHÈ NO
Per i contrari, il rischio è che una multinazionale o un grande investitore possa citare uno Stato, per esempio ritenendo una nuova legge lesiva dei suoi interessi. Con conseguenze imprevedibili:  sanzioni e, per paradosso, l’applicazione delle norme solo alle aziende (più piccole) europee e non alle americane. Un ricatto per i governi.

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