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Perché bitcoin e neutralità della rete sono legati da un destino comune

Al di là del futuro di app e servizi di streaming, la decisione della FCC avrà conseguenze anche sulla criptomoneta

net neutrality bitcoin

Antonino Caffo

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Oramai lo sappiamo bene, i bitcoin non dipendono da nulla. O meglio: nessuno può decidere a priori il loro valore di scambio, vista l’assenza di un organo centrale di controllo. Nonostante questa certa indipendenza, siamo anche ben consci del fatto che se il numero di bitcoin, data la loro natura matematica, è ben definito, arriverà un momento in cui non si potranno più minare e dunque l’unico modo per averne ancora sarà comprarli con soldi veri o con altre criptovalute.

Questa nascente economia, esplosa solo qualche settimana fa a seguito del record dei 19 mila dollari, è direttamente collegata al concetto di neutralità della rete. Per quest’ultima si intende l’esistenza di un panorama di connettività uguale per tutti, secondo l'idea che chiunque abbia pagato per accedere a internet possa farlo senza limitazioni dovute, ad esempio, ad accordi speciali tra gli internet service provider (gli operatori), i produttori di contenuti e i gestori di piattaforme digitali.

Addio neutralità

Se oggi la net neutrality è in una situazione di sopravvivenza non ancora minacciata in Europa, negli Stati Uniti, per volere del governo Trump, non esiste più, a seguito del voto maggioritario della FCC, l’agenzia che gestisce le telecomunicazioni nel paese. Nel concreto, in qualsiasi momento, chi offre servizi di connettività ai cittadini può decidere di bloccare, arbitrariamente, l’accesso a certi siti oppure, ed è uno degli obiettivi del tycoon, proporre ai clienti il pagamento di un canone extra, oltre all’abbonamento dovuto mensilmente, per navigare in modalità premium, più velocemente e privi di restrizioni.

Due concetti, stesso destino

Cosa c’entrano i bitcoin con la neutralità della rete è presto detto. Non tutti gli istituti bancari al mondo vedono di buon occhio l’oro in bit, così come è stato definito dagli esperti. Il motivo è che più crescerà la loro notorietà, più negozi fisici e online, cominceranno ad accettarli quali forme di pagamento ufficiose. Già grandi nomi del panorama mondiale, tra cui Tesla, permettono di comprare un veicolo con i bitcoin mentre un costruttore di case nel quartiere San Lorenzo di Roma (precisamente nel complesso De Lollis) si è aperto all’opzione di acquisto tramite criptovaluta, dando il via a una vera rivoluzione nel mercato immobiliare.

Da qui all’ingresso nel giro di assicurazioni, agenzie di viaggio e altre tipologie di attività manca davvero poco. A quel punto, a cosa serviranno le banche? Le più lungimiranti ci stanno provando a cogliere l’attimo, sfruttando la tecnologia della blockchain, che è alla base dei coin, ma il timore di perdere risparmiatori è più alto del pensiero di eventuali nuove opportunità. Non è un caso se proprio dalle banche arriva il monito: il bitcoin è una bolla pronta a esplodere.

Accesso negato

L’addio alla neutralità della rete mette nelle mani delle banche USA un grande potere: la censura. Spinto da pressioni che vengono dall’alto (i grandi conglomerati bancari ma anche il governo stesso), un fornitore potrebbe tranquillamente vietare ai propri utenti l’accesso alle piattaforme di mining o ai portafogli (i cosiddetti wallet) con i bitcoin guadagnati fino a quel momento. Ciò rifarebbe piombare nel buio l’intero movimento, relegandolo (come agli albori) a mezzo utile solo per comprare armi e droga sul dark web.

bitcoin usa

La maggioranza delle transazioni entra ed esce dagli USA – Credits: http://fiatleak.com/

Viceversa, creare altre monete

Ma mettiamo il caso che i vari Verizon, AT&T e Comcast (come tanti altri colleghi negli States) decidano di cavalcare l’onda della criptovaluta, creandone delle proprie, con la stessa logica della blockchain. Una probabile VeriCoin, ad esempio, avrebbe la possibilità di passare velocemente dall’anonimato al successo, incoraggiata dalle strategie della fornitrice del collegamento.

Verizon infatti potrebbe creare un’offerta in cui è incluso un pacchetto di VeriCoin in omaggio per ogni nuovo cliente, con il vantaggio di operare online, con la moneta, beneficiando della migliore connessione possibile e di sconti per l’acquisto di servizi ulteriori (streaming video, canzoni, p2p, ecc.).

E se anche dovessero permettere la continua ascesa dei bitcoin, credete che i provider non cercherebbero di portare più acqua al loro mulino mettendo in piedi promozioni pensate apposta per appassionati e investitori pur di vendere un abbonamento in più?

Torna l’incubo per le piccole imprese

Dire addio alla neutralità non darà uno svantaggio competitivo solo alle startup concorrenti dei grossi nomi della fruizione multimediale (Netflix, YouTube, Prime Video) ma anche alle piccole compagnie che sui bitcoin hanno costruito tuto il loro business.

Perché accontentarsi di un sito di cambio, dove navigo lentamente anche se gratis, invece di pagare qualche dollaro in più per l’exchange sponsorizzato da Verizon senza limiti? Ecco la logica delle lobby che prepotentemente prende il largo sul web.

E non è limitato tutto agli USA

Però, direte voi, che ci importa degli USA se i bitcoin vivono slegati da un determinato territorio e se ne fregano di ciò che accade localmente continuando a lavorare altrove? Vero, se non fosse che gli Stati Uniti sono il primo paese al mondo per transazioni di cryptocurrency, presenza di bancomat per il cambio di dollari in soldo digitale e diffusione di negozi che accettano l’innovativo strumento di pagamento, come spiega il sito news.bitcoin.com.

Un danno globale

Altre realtà, come l’Estonia e la Danimarca, rappresentano casi di successo non unici ma è evidente che ciò che accade oltreoceano può avere un impatto devastante anche a migliaia di chilometri di distanza, con il rischio maggiore di causare una rapida discesa del valore dei coin, un incubo per ogni minatore che si rispetti.

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