Tasse

Gioco d'azzardo e fisco: ecco perché in Italia lo Stato fa festa

Secondo un autorevole studio, il nostro Paese, a livello europeo, è quello che incassa più tasse dalla passione di milioni di giocatori

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Giuseppe Cordasco

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Che il gioco d’azzardo fosse causa di problemi per tanti cittadini, ma fonte di guadagno per le casse dello Stato, grazie alle tasse applicate su tale attività, è cosa ormai risaputa. Ma che il nostro Paese potesse addirittura detenere un record di livello internazionale in questo ambito, risulta una novità quanto mai imbarazzante.

A stabilirlo è un focus realizzato dall’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), un organismo indipendente che ha il compito di svolgere analisi sulle attività economiche dei governi nazionali e di valutare il rispetto delle regole di bilancio.

Ebbene, da questo studio emerge che l’Italia, tra i membri dell’Unione europea, è il Paese che, a livello fiscale, incassa di più dal gioco d’azzardo, un primato del quale sinceramente si sarebbe fatto volentieri a meno. Ma vediamo nel dettaglio quali sono i numeri messi in evidenza dall’Upb.

Primi in classifica…purtroppo

Secondo i dati raccolti nel focus dell’Upb emerge che rispetto ai principali paesi europei, l’Italia mostra un livello di tassazione sul gioco d’azzardo superiore in tutto l’ultimo decennio, con un gettito mediamente più che doppio rispetto a Francia e Regno Unito, e quasi quattro volte quello di Spagna e Germania.

Lo stesso Upb sottolinea che un confronto sui dati della raccolta in effetti non è possibile per mancanza di dati; tuttavia, se si considera la spesa effettiva dei giocatori in rapporto al Pil, nel 2015 l’Italia si collocava, tra i principali paesi europei, al primo posto (0,8 per cento), dopo il Regno Unito (0,7 per cento), la Spagna (0,5 per cento), la Francia (0,4 per cento) e la Germania (0,3 per cento).

L’Italia veniva superata dal Regno Unito solo in termini di spesa effettiva pro capite (rispettivamente circa 355 e 362 euro annui, per la popolazione adulta).

Un mercato in espansione

L’aumento del peso fiscale, che abbiamo visto essere praticamente da record, è andato tra l’altro di pari passo con l’espansione di un fenomeno, quello del gioco d’azzardo che, come sappiamo, è causa spesso di gravi problemi finanziari e sociali per migliaia di cittadini.

Basti pensare che, sempre secondo le risultanze dello studio dell’Upb, tra il 2000 e il 2016, la raccolta complessiva da giochi è aumentata di cinque volte, passando da 20 a circa 96 miliardi di euro. Da notare che stime recenti quantificano in oltre 102 miliardi la raccolta nel 2017.

Nel 2016, le vincite hanno superato i 77 miliardi e il payout, cioè la percentuale della raccolta che in media viene restituita ai giocatori sotto forma di vincita/premio, si è attestato a circa l’80 per cento.

Il restante 20 per cento, pari a una spesa effettiva dei giocatori di oltre 19 miliardi, si è ripartito tra le consistenti citate entrate erariali, pari a circa 10 miliardi (10,5 per cento della raccolta), e il fatturato del settore, valutato in circa 9 miliardi (8,5 per cento della raccolta).

Diffusione territoriale

Per quanto riguarda la distribuzione regionale del volume di gioco, l’Upb spiega che due sono le informazioni interessanti da tenere in considerazione: la raccolta pro capite (ossia il rapporto tra la raccolta e la popolazione adulta, 18-74 anni) e il rapporto tra la raccolta e il reddito disponibile delle singole regioni.

Il primo indicatore fornisce, seppure in maniera approssimativa, un’indicazione dell’intensità dell’attività di gioco. In questo senso l’Abruzzo risulta la regione con la raccolta pro capite più alta (1.767 euro), seguito dalla Lombardia e dall’Emilia Romagna (rispettivamente 1.748 e 1.668 euro). Nel Mezzogiorno i valori medi della raccolta sono invece generalmente più bassi della media complessiva (rispettivamente 1.291 e 1.475 euro).

Il secondo indicatore fornisce invece una approssimazione della propensione alla spesa per il gioco d’azzardo. In questo caso, i dati mostrano una maggiore propensione nelle regioni del Mezzogiorno, con una percentuale dell’8,3 per cento, a fronte di una media nazionale del 7,2 e di quella del Nord pari al 6,5 per cento. In questo caso, spiccano le propensioni relativamente più elevate in Campania e in Abruzzo (rispettivamente 10,2 e 9,7 per cento).

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