Tasse

Cos'è il "Profit Shifting", il vero dramma fiscale dell'UE, che penalizza l'Italia

L'elusione fiscale con dei paesi che somigliano a paradisi fiscali costa all'Italia una perdita di introiti di 6,6 miliardi

L'ultima azienda italiana, in ordine di tempo, a spostare la sede legale in Olanda è stata Campari. La ditta della famiglia Garavoglia si unisce così a tutte quelle multinazionali che, a livello mondiale, attuano quello che in inglese viene elegantemente definito "Profit Shifting", ma che altro non è se non elusione fiscale.

Quello che accade, in parole povere, è che grandi aziende dai profitti milionari operino in un Paese, ma paghino le tasse in un altro facendo confluire i profitti dove è un vigore un regime fiscale più vantaggioso.

Una pratica lecita che, però, solo in Italia si traduce in 6,6 miliardi di dollari di tasse in meno che dovrebbero entrare nelle casse italiane e che invece finiscono in uno paradisi fiscali del mondo, molti dei quali fanno parte dell'Unione europea. I "fantastici sei" dell'UE sono Lussemburgo, Irlanda, Olanda, Cipro, Belgio e Malta; campioni di quella fiscalità aggressiva che non dovrebbe essere permessa all'interno dell'UE e che invece è consentita attraverso alcuni meccanismi del tutto legali frutto del principio della libera circolazione del denaro nel territorio europeo.

I paradisi dell'Unione altro non fanno se non attirare l'attenzione delle grandi aziende promettendo sconti e detrazioni che arrivano quasi ad azzerare la base imponibile.

Perché in realtà le aliquote di queste nazioni non sono molto differenti da quelle del resto dell'Unione; quello che cambia sono gli sconti fiscali. Se si guarda alle aliquote, infatti, quella italiana, al 28%, è addirittura più bassa di quella belga del 30% o quella di Malta che è al 35%. Peccato che tra sconti e detrazioni la nostra arrivi a un minimo del 26,9%, mentre in Belgio dal 30% si passa al 3% e a Malta al 5%. Ancora più vantaggi a Cipro dove a fronte di un'aliquota del 13% si può arrivare allo 0 assoluto esattamente come in Irlanda. In Lussemburgo, addirittura si passa dal 26% allo 0,3% e in Olanda da una base imponibile del 25% si può arrivare tra sconti vari a pagare il 2,44%. Nonostante questa bassissima tassazione, vista la mole di denaro spostata, il gettito raccolto dalla tassazione delle società è molto elevato e gli investimenti societari nei paradisi fiscali hanno percentuali di crescita a tre zero.

Chiaro che le grandi multinazionali non possono che essere attratte da questo atteggiamento di favore e cercano tutte le strade per trasferire profitti e capitali là dove sono più tutelati.

Il modo più facile per pagare meno tasse è quello di fissare la sede fiscale di una grande azienda in una di queste nazioni e per farlo basta dimostrare di essere residenti in quel determinato paese e quindi concentrare lì riunioni aziendali e meeting. Oppure si può scegliere di fatturare tutto in un Paese dalla fiscalità agevolata. E' la pratica che preferiscono i colossi del digital che usufruiscono del tax ruling per pagare meno imposte. Aziende come Google, Booking o Uber emettono fatture in Olanda anche se vendono servizi ad esempio in Italia, Francia o Spagna. Non solo: per merito del tax ruling questi colossi hanno sottoscritto accordi privati con le autorità fiscali locali al fine di non subire controversie in futuro.

Infine c'è la possibilità di effettuare transazioni economiche tramite controllate che hanno sede legale e fiscale in uno dei paradisi europei e che in questo modo fungono da vera e propria "banca" interna all'azienda.

A livello mondiale i profitti che si spostano da un paese all'altro valgono 544 miliardi di euro. Solo nel 2019 l'Italia ha perso quasi 24 miliardi di dollari di profitti, 21 dei quali sarebbero rimasti in Europa in una delle sei nazioni d'oro. Tra le grandi multinazionali italiane campioni di profit shifting oltre a Campari ci sono Luxottica e Tenaris che hanno sede legale in Lussemburgo, Fca e Cnh (Iveco)che hanno sede legale in Olanda così come Ferrari, Perfetti Van Melle, STMicroelectronics e Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli.

L'Olanda in particolare è un caso a sé stante. Tanto ostile alla solidarietà europea post Covid, l'Olanda è la destinazione perfetta di chi voglia approfittare fino all'ultimo centesimo della fiscalità agevolata visto che l'Aja non tassa dividendi in entrata e uscita, plusvalenze derivanti dalla cessione di partecipazioni societarie, interessi e royalties. I soldi che si guadagnano restano nelle tasche di chi li guadagna e si ha la possibilità di mantenere il controllo totale sulla propria azienda anche se se ne possiede solo una quota di minoranza. Ogni anno il flusso di denaro estero che passa dalle 15.000 aziende che hanno sede legale in Olanda è di circa 4.500, 5.000 miliardi di euro dei quali ne vengono tassati solo 199 miliardi. Nelle casse dell'erario olandese finiscono 11,2 miliardi di euro che dovrebbero essere versati al Fisco di altre nazioni.

L'Europa è consapevole di questo grande problema di fiscalità disomogenea, ma visto che la materia fiscale è argomento di sovranità nazionale non si riesce a trovare una strada condivisa per interrompere questo ciclo. Due sarebbero i cardini su cui lavorare ovvero l'ipotesi di creare una tassazione comune oppure quella di imporre un limite fiscale sotto cui non si può scendere. Ma dato che in entrambi i casi servirebbe il voto unanime di tutti i paesi membri è ovvio che le nazioni che proliferano grazie al profit shifting mettono i bastoni di traverso al resto dell'Unione. L'Italia, infatti, sul fronte dell'elusione fiscale infra europea è in buona compagnia visto che i profitti societari drenati all'estero ammontano, ad esempio, a 48,4 miliardi per la Germania e a 28,2 per la Francia, per un mancato gettito fiscale che vale 14,3 per Berlino e 9,44 miliardi per Parigi.

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