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Economia

Suisse Secrets, cosa svela l’ennesima inchiesta giornalistica su Credit Suisse

Dopo un anno di lavoro il consorzio giornalistico OCCRP rivela i nomi dei 18.000 correntisti che avrebbero trasferito in Svizzera i proventi di affari illeciti. La banca si difende: «fatti vecchi e superati». Siamo sicuri sia tutto marcio?

Un ennesimo scandalo finaziario minaccia di scuotere (ancora una volta) il sistema bancario svizzero. Nel mirino, tanto per cambiare, è finito l’istituto bancario Credit Suisse reo, secondo un’inchiesta giornalistica internazionale, di aver accettato come clienti correntisti dal “curriculum” non esattamente immacolato.

Uomini d’affari corrotti, dittatori, trafficanti di esseri umani, membri della malavita organizzata figurano infatti tra i 18.0000 nominativi degli oltre 30.000 conticorrenti con un totale di miliardi di euro depositati i cui dati sono stati trafugati da una talpa anomima.

Da dove nasce l’inchiesta

Proprio questa fuga di dati ha dato origine all’inchiesta denominata Suisse Secrets. Tutto inizia un anno fa quando un anonimo informatore passa alla testata tedesca Süddeutsche Zeitung il fasciolo. Il giornale subito coinvolge l’Organized Crime and Corruption Reporting Project ovvero quel consorzio di 47 media che appartengono a 39 paesi che include testate giornalistiche come Le Monde, The Guardian e Miami Herald. Per hanno partecipato il quotidiano La Stampa e IrpiMedia con un totale di 160 giornalisti coivolti.

Il risultato di 12 mesi di analisi e incrocio di dati hanno portato alla pubblicazione dell’inchiesta Suisse Secrets. La tesi fondamentale dell’intero impianto giornalistico – come sottolinea Le Monde – è che, scrive il magazine francese: “a dispetto delle regole di vigilanza imposte alle grandi banche internazionali, l’establishment nato a Zurigo ha ospitato fondi legati alla criminalità e corruzione per diversi decenni”.

Quali sono i nodi della vicenda

Gli aspetti più gravi della questione sono sostanzialemte due come sottolinea IrpiMedia che fa parte di OCCRP: “Da un lato, nonostante il segreto bancario non sia più un dogma indiscusso, la cultura e la legge bancaria svizzera difendono ancora i patrimoni nascosti in quel paese, dall’altro i clienti più a rischio, lungi dall’essere analizzati più a fondo, beneficiano di un attenzione particolare e i loro conti sono gestiti esclusivamente da un élite all’interno della banca stessa”.

In Svizzera, infatti, sono poche le eccezioni in cui il segreto bancario può essere sospeso. Se lo richiede un tribunale svizzero oppure se lo richiede un tribunale straniero ma solo nel caso in cui il crimine presupposto sia riconosciuto in entrambi i Paesi. Ad esempio Le mafie, in generale, in Svizzera non sono considerate organizzazioni criminali e pertanto – non essendo, quello mafioso, un crimine riconosciuto - il segreto bancario non può essere sospeso.

Il periodo preso in analisi in Suisse Secrets

L’inchiesta Suisse Secrets copre un periodo storico molto ampio che va dagli Anni ’40 agli Anni 2000 e snocciola nomi di finanziari, affaristi, uomini condannati per corruzione, delinquenti di varia sorte e natura che sarebbero riusciti a portare in Svizzera fiumi di denaro sottratto o guadagnato illecitamente. Soldi che qualunque tribunale avrebbe confiscato per restituirli alle casse dello Stato e che invece sono stati versati su conti depositati in Credit Suisse.

I nomi coinvolti

Tra i nomi più grossi citati dai giornali ci sarebbero quelli del dittatore filippino Ferdinand Marcos, che assieme al suo entourage portò milioni in Svizzera negli anni '90 proprio tramite Credit Suisse, e l'ex presidente nigeriano Sani Abach. Anche l’ex primo ministro ucraino Pavlo Lazarenko aprì un conto da 8 milioni di franchi nel 1998 dopo esser stato costretto a dimettersi per accuse di corruzione nel paese d'origine.Nell’elenco figurerebbero anche membri della famiglia dell'ex presidente del Kazakistan, Nursultan Nazarbayev, il re Abdullah II di Giordania (sospettato di corruzione), i figli dell'ex capo di Stato egiziano Hosni Mubarak e l'ex viceministro dell'energia del Governo venezuelano di Chavez, Nervis Villalobos, finito al centro di inchieste per riciclaggio. Le ricerche parlano anche di esponenti di spicco di altri Paesi, tra cui Azerbaijan, Zimbabwe, Ucraina e Serbia.

Anche 700 italiani tra i clienti di Credit Suisse

Tra i clienti “speciali”del Credit Suisse figurerebbero almeno 700 nomi di cittadini italiani, quasi tutti residenti o domiciliati all’estero e con interessi nel settore petrolifero o minerario o nel gaming in Asia. Inoltre, secondo il quotidiano Le Monde, ci sarebbero anche alcuni esponenti dell’ndrangheta italiana nella lista. Personaggi che sarebbero riusciti ad aprire un conto – perfettamente in regola – in Svizzera senza che l’istituto facesse troppo domande e portando all’estero ingenti somme di denaro proventi della malavita organizzata.

I precedenti di Credit Suisse

Le rivelazioni dell’inchiesta non sono una novità per Credit Suisse, anche se negli anni tutti questi presunti scandali, in realtà, hanno portato ad un niente (o poco) di fatto. Le regola restano invariate e i correntisti impuniti tanto più che la maggior parte dei conti correnti resta aperta per pochi anni e poi il denaro viene ritirato o spostato altrove. Tanto rumore per nulla, insomma. Quanto accaduto in passato del reato fa scuola.

Nel 2000 era emerso che tra i correntisti di Credit Suisse c’era stato il dittatore nigeriano Sani Abacha, che aveva nascosto in Svizzera oltre 200 milioni di dollari. E più di recente, nel 2014, aveva accettato di pagare circa 3 miliardi di dollari di sanzioni alle autorità statunitensi per aver aiutato cittadini americani a presentare false dichiarazioni dei redditi ed evadere le tasse. Era stata inoltre sanzionata per oltre mezzo miliardo di dollari per aver aggirato le sanzioni statunitensi contro alcuni paesi, tra cui Iran e Sudan.

Nel 2001 era avvenuto il equestro di circa 140 milioni di dollari su un conto di un businessman di Taiwan che avrebbe pagato tangenti a Elf. La società petrolifera francese, allora statale, era al centro di uno scandalo di corruzione internazionale.

Nel dicembre del 2009 – come ricorda sempre IrpiMedia - Credit Suisse aveva patteggiato con la Giustizia americana una pena di 536 milioni di dollari per avere accettato clienti provenienti da Paesi sulla lista nera delle sanzioni americane.

Nel 2009 in Vaticano era scoppiato lo scandalo dell'immobile di Sloane Avenue 60 a Londra, comprato con i soldi delle donazioni dei fedeli con conto corrente in Credit Suisse. E così via per arrivare al 2022 con l’nizio del processo a Credit Suisse per i conti correnti di proprietà di Evelin "Brendo" Banev, riciclatore di denaro legato a narcos bulgari e italiani. L’uomo era stato condannato in via definitiva per narcotraffico nel 2017.

Tra le persone intervistate dal team giornalistico che ha curato l’inchiesta Suisse Secrets c’è anche un ex banchiere che lavorava nella sede di Zurigo della banca e che avrebbe dichiarato:

“La cultura del malaffare è radicata in profondità in Credit Suisse. Le regole sono semplici. Il dipartimento di compliance della banca è maestro nella negazione plausibile (cioè nel dichiararsi estraneo a misfatti commessi da terzi sotto i suoi occhi, ndr): non si appunta nulla che potrebbe esporre un conto corrente non in regola e non si chiede mai nulla di cui non si vuole sapere la risposta. E certamente, non si scava a fondo”.

La replica di Credit Suisse

Credit Suisse ha diffuso una presa di posizione in cui sottolinea che “la maggior parte dei conti correnti in questione sono già stati chiusi o erano oggetto di procedura di chiusura” prima dell'inizio dell'inchiesta giornalistica. “Queste presunte rivelazioni - si legge - ci sembrano uno sforzo concertato di screditare la banca e la piazza finanziaria svizzera, che negli ultimi anni ha intrapreso significativi cambiamenti”.

“I fatti presentati sono prevalentemente storici, in alcuni casi risalenti addirittura agli anni ‘40, e i resoconti sono basati su informazioni parziali, imprecise o selettive estrapolate dal contesto - ha replicato la banca - Possiamo confermare che le azioni sono state intraprese in linea con le politiche e i requisiti normativi applicabili ai tempi in questione, e che le relative questioni sono già state affrontate».

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