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Economia

35 anni di investimenti, vola la tecnologia e cresce il risparmio degli italiani

Uno studio di Milano finanza racconta l'andamento del mercato e degli investimenti degli italiani, e non solo. Con un occhio al futuro

Ci sono tanti modi per leggere la storia, i suoi cambiamenti, innovazioni e stravolgimenti. E uno di questi è l'economia, anzi, gli investimenti. Milano finanza ha voluto festeggiare così i suoi 35 anni raccontando questa faccia del mercato, mostrando cosa è andato bene e cosa invece ha reso meno.

I titoli tecnologici hanno conquistato il cuore della finanza negli ultimi 10 anni, registrato un risultato a doppia cifra. Stando all’elaborazione effettuata dall’ufficio studi di Milano Finanza i migliori sono stati: Tesla +18.547%, Nvidia +7.034%, Dexcom +6.107%, Netflix +5.643%, Align +2.540% e Adobe +2.141 considerando solo il listino tecnologico del Nasdaq. Tra i big del principale listino di New York il primato decennale va invece a Microsoft +1.493%, Home Depot (+1148%) ed Apple +1.146%. Se si va invece a considerare un periodo di tempo più ampio la situazione cambia. E infatti negli ultimi 35 anni le azioni quotate dai mercati americani hanno registrato ottime performance, a differenza dei titoli di Piazza Affari. E infatti, le azioni di Wall Street si sono rivalutate ogni anno a partire da novembre 1986 a un tasso vicino alle due cifre. Ma non solo perché gli ultimi 35 anni sono andati bene anche per chi ha investito in Europa. Le azioni della borsa di Francoforte hanno performato meglio (7,09%) dei titoli di Stato italiani. “I 100 euro investiti in Btp (Indice Ftse Mts ex Bankitalia Btp) alla fine del 1986, valgono 900 euro alla fine del 2021 (corrispondenti al 7% di rendimento annuo), mentre 100 euro investiti a Wall Street sono diventati una piccola fortuna, 4.295 euro per i componenti dell’indice Nasdaq e a 1.907 euro per i 30 titoli del Dow Jones Industrial Index”, si legge dall’analisi di MF. Se poi si vuole stringere il cerchio e cercare i top performer in Europa e negli Usa troviamo, il colosso delle assicurazioni sanitarie, United health (+149.522%), Microsoft (+85.414%) e Apple (+56.139%). Segno che lo zampino delle bigh tech stava già iniziando a cambiare le carte in tavolo nel mondo della finanza.
Italia, un risparmio che cresce
Negli ultimi 35 anni l’industria del risparmio gestito ha aumentato il patrimonio in gestione, passando dai 39 miliardi del 1986 a 1.100 miliardi di euro del 2021. Una crescita legata alla nascita di nuovi strumenti finanziari che hanno permesso alle famiglie italiane di non concentrare i loro risparmio solo sui titoli di Stato. Negli anni inoltre si sono fatti sempre più strada anche gli asset manager esteri, inizialmente europei ma poi anche statunitensi, che sono entrati in Italia attratti proprio dalla gran massa di risparmio privato del Paese. Anche grazie alla presenza di operatori esteri l’offerta finanziaria in Italia si è articolata sempre più. Se inizialmente i pionieri erano i fondi bilanciati o azionari, poi hanno iniziato a farsi strada anche prodotti specializzati su mercati lontani, come quelli emergenti. Ma non finisce qua perché se fino a qualche anno fa il focus degli azionari e degli obbligazionari era sulla specializzazione geografica, negli ultimi anni l’attenzione si è spostata anche sugli investimenti tematici. E quindi parliamo di prodotti nati ad hoc sul business dell’acqua, delle materie prime, sull’intelligenza artificiale, sulla mobilità elettrica, sulla salute e infine proprio in periodo di pandemia sui vaccini anti Covid. Insieme a tutti questi c’è però un altro tema su cui il mondo della finanza si è concentrato molto negli ultimi anni, ed è la sostenibilità. Oggi gli investitori possono infatti scegliere anche un investimento etico che rispetta determinati criteri ambiatali, sociali, di governance, registrando anche performance gradevoli.
Se si parla di risparmio non si possono non citare i piani di risparmio individuali (Pir) che a determinate condizioni permettono un investimento esentasse. I Pir sono prodotti pensati per sostenere l’investimento nelle pmi di Piazza Affari e hanno debuttato a inizio 2017. Nel 2022 per i primi sottoscrittori scadranno i 5 anni di detenzione minima richiesta per avere l’agevolazione fiscale dell’azzeramento delle imposte sui capital gain. Secondo le stime redatte da Banca d’Italia a fine 2020 le famiglie italiane detenevano circa il 90% delle quote dei fondi comuni conformi alla normativa sui piani individuali di risparmi, per un valore di 14,5 miliardi. Da non dimenticare come poi nell’ultimo anno sono nati anche i Pir alternativi, destinati a risparmiatori un po’ più sofisticati e che possono contare su un maggiore capitale che sono disposti a immobilizzare per alcuni anni a fronte di rendimenti attesi maggiori.
Fondi e obbligazioni tra alti e bassi
Nel portafoglio degli italiani, nel corso degli anni, si sono alternati fondi e obbligazioni. La storia dei fondi comuni vede infatti un andamento altalenante. Il picco della raccolta è stato raggiunto nel 1998 (167 miliardi) perché il rally delle borse di quegli anni aveva convinto sempre più famiglie, i cui portafogli erano concentrati sui Btp, a entrare nel risparmio gestito per partecipare al rimbalzo. Poi però è iniziata la frenata dei flussi perché le banche hanno puntato sul collocamento dei propri bond. “Come ricostruisce una pubblicazione del 2016 della Banca d’Italia, la spinta è arrivata dal venir meno nel 1996 del trattamento fiscale privilegiato dei certificati di deposito che ha determinato la loro sostituzione con le obbligazioni bancarie, tassate invece come i titoli di Stato”, sottolinea l’analisi di MF.
La diffusione delle obbligazioni è stata anche favorita dal riconoscimento a tutte le banche della possibilità di emetterle. Inoltre, all’inizio degli anni 2000 le crisi che hanno coinvolto emittenti sovrani (Argentina) e imprese hanno favorito sempre più la domanda di bond bancari, il cui peso è cresciuto a discapito dei fondi. Quello che dunque è successo è che le emissioni obbligazionarie hanno permesso alle banche di soddisfare, fino alla crisi del 2008-2009, la domanda di prestiti a medio e a lungo termine (mutui casa).
Come per i fondi anche il periodo d’oro delle obbligazioni ha iniziato il declino. Dal 2012 il trattamento fiscale privilegiato dei bond è infatti venuto meno. Gli interessi sui depositi e sulle obbligazioni sono stati sottoposti all’aliquota del 20%, introducendo un vantaggio fiscale invece per i titoli pubblici. E così dal 2013 la raccolta delle obbligazioni bancarie si è fermata e in parallelo la raccolta fondi è tornata a farsi sentire. Ma, il progressivo abbassamento dei tassi, a opera delle banche centrali ha reso sempre meno favorevole l’investimento in Btp, da sempre considerati l’alternativa ai fondi.
Le famiglie così sono tornate a guardare al risparmio gestito.

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