Cosa sta succedendo (di nuovo) in Argentina

Inflazione, dollaro forte e siccità fanno crollare il peso: la banca centrale costretta ad aumentare i tassi del 40 per cento

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Il presidente dell'Argentina Mauricio Macri – Credits: EPA/DAVID FERNANDEZ

Massimo Morici

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Se in Europa, l'inflazione sonnecchia, altrove è fuori controllo. Talmente tanto, da spingere la banca centrale dell'Argentina a effettuare ben tre rialzi in una sola settimana, tra la fine di aprile e i primi di maggio, per frenare la caduta del peso. L'impennata dei tassi d'interesse è stata del 40 per cento. Buenos Aires ha bruciato così in pochi giorni 5 miliardi di dollari per sostenere la sua divisa.

Per comprare un biglietto verde un anno fa erano necessari 15 peso argentini: oggi ne servono più di 23: siamo di fronte a tango bond 2, l'ennesima crisi che rischia di mettere in ginocchio la terza economia del Sud America? Proviamo a vedere.

Il cordone con l'estero

Il presidente Mauricio Macri ha ricordato che l'Argentina è una nazione che continua a dipendere molto dai finanziamenti esterni a causa "dell’enorme spesa pubblica che abbiamo ereditato". E anche questa volta l’unica soluzione sembra essere il ricorso al Fondo Monetario Internazionale. Macri sta discutendo una nuova linea di aiuti da 30 miliardi di dollari per rimborsare le obbligazioni che scadranno il 16 maggio.

L'obiettivo numero uno è scongiurare lo spettro del default che farebbe ripiombare il paese ad anni drammatici, come il 2001 e il 2014. Il presidente dell'Fmi Christine Lagarde ha assicurato che il fondo sta lavorando con Macri per rafforzare l’economi: i finanziamenti, quindi, dovrebbero arrivare nei prossimi giorni. 

Il crollo del peso

Ma a cosa è dovuto questo nuovo crollo della valuta? La causa numero uno è il rafforzamento del dollaro americano, che ha aggravato una situazione già di per sé debole: il paese sta lottando contro l'inflazione al galoppo (attorno al 25 per cento) e non riesce a ridurre il deficit fiscale e commerciale, che anzi sono in aumento.

Secondo gli analisti, il crollo del peso argentino - e della lira turca - è un segnale che, pur trattandosi di casi isolati, i paesi emergenti stanno iniziando a guardare con preoccupazione all'impennata del biglietto verde: il dollaro forte, in genere, mette in difficoltà le valute di questi paesi che dipendono molto dagli investimenti esteri. L'Argentina, inoltre, teme di perdere fiducia degli investitori che potrebbero decidere di togliere le fiches dal tavolo per puntarle magari sui Treasuries americani i cui rendimenti stanno diventando sempre più allettanti.

La via di Macri

L'Argentina, come il vicino Cile, alle ultime elezioni ha optato per l'ortodossia economica tradizionale, una strada che piace al Fmi e ai mercati. Il paese negli ultimi tre anni è riuscito a risollevarsi dalla crisi: nel 2017 ha chiuso con una crescita del 3 per cento del Pil, dopo il dato negativo dell'anno precedente; e quest'anno dovrebbe proseguire a correre anche se a un ritmo più contenuto (+2 per cento le stime del Pil e +3,2 per cento il prossimo anno).

Inoltre, il paese per ora non è toccato dalla guerra commerciale scatenata da Trump, che sembra più una tattica negoziale, con Pechino come obiettivo principale: a Buenos Aires è stata concessa una deroga temporanea ai dazi (assieme ad Australia, Ue e Corea del Sud). Ma a rovinare il "mood" positivo, oltre al dollaro e alle recenti perplessità degli investitori, è stata anche la siccità che pesa sulle coltivazioni di soia e mais.

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