impatto zero
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Economia

Net zero: 2050 no, 2060 forse, probabilmente mai

Paesi ed aziende si stanno ricredendo sui piani fatti in passato in nome dell'ambiente. Perché forse hanno capito che dire è una cosa, realizzare un altra

La leggenda narra che Icaro, figlio di Dedalo e di Naucrate, rinchiuso dal re di Creta nel labirinto costruito da suo padre vi fuggi con le ali di penne modellate con la cera sul suo corpo dal padre stesso. Il padre conscio dei rischi della soluzione utilizzata raccomanda al figlio di non avvicinarsi al sole. Com’è finita lo sappiamo tutti: Icaro si avvicinò al sole e le ali sciogliendosi lo fecero precipitare in mare.

Analogamente chi oggi si avvicina troppo alla realtà della transizione energetica si trova alle prese con una soluzione che gli si scioglie tra le mani.. Lo scetticismo pervade i dirigenti delle società alle prese con le sfide legate all'attuazione dei piani di decarbonizzazione. Oltre a prendere coscienza della complessità di quanto sono chiamati a fare, realizzano che probabilmente l’idea di cambiare le fondamenta energetiche di un'economia mondiale da 90 trilioni di dollari in un quarto di secolo è un’altrettanto grande corbelleria.

Un sondaggio di Bain & Co certifica come circa i due terzi dei dirigenti dei settori idrocarburi, servizi pubblici, chimica, estrattivo ed agroalimentare che operano nel business climatico ritiene sia opportuno spostare Net zero dopo il 2060. La realtà pare sia più efficace del sole a sciogliere la cera.. Tradotto: la disponibilità dei clienti a pagare per questi investimenti è un problema crescente che ne fa crollare la redditività.

E per quanto ci siano trilioni di dollari di investimenti di capitale in tutto il mondo alla ricerca di opportunità nei sistemi energetici a basse emissioni di carbonio, la logica, secondo cui i capitali cercano rendimenti si scontra con la realtà che non trova la disponibilità dei clienti a pagare prezzi più elevati. A bloccare l'espansione dei sistemi a basse emissioni di carbonio non è l'accesso al capitale ma la garanzia di ritorni sufficienti a remunerare il capitale cioè l’indisponibilità dei consumatori a pagare prezzi più alti per ridurre le emissioni di gas serra.

Intanto le compagnie petrolifere internazionali stanno affrontando critiche per aver ridimensionato i loro impegni sul clima per aumentare i dividendi agli azionisti. Shell ha annunciato un rallentamento dei suoi obiettivi di riduzione delle emissioni per il 2030 analogamente alla britannica BP. E’ opportuno osservare che le nuove norme introdotte a Bruxelles con il CBAM hanno trovato un’immediata risposta: alcune società hanno recentemente ritirato la loro quotazione dalle borse dei paesi del blocco dell'UE per eludere i severi requisiti che entreranno in vigore.

Oltre 1.000 aziende, tra cui Microsoft e Unilever, che rappresentano 23 trilioni di dollari di capitalizzazione di mercato hanno risposto ad un appello prima della COP26 nel 2021 a Glasgow per impegnarsi a fissare obiettivi di emissioni nette zero. Centinaia di loro non hanno raggiunto gli obbiettivi o ne hanno presentati di troppo poco ambiziosi.

Nonostante la pandemia e la guerra in Europa, gli investitori in titoli legati alle materie prime hanno goduto di rendimenti record negli ultimi anni. Collettivamente, i bilanci delle compagnie non sono mai stati così floridi. Questo riflette una rigorosa disciplina finanziaria, margini record del settore e solidi fondamentali di mercato. Questo ha consentito di assorbire, senza contraccolpi finanziari, la virata al ribasso dei mercati delle materie prime sulla scia di una domanda vacillante, di un’economia globale debole mentre l'offerta continua a salire e le eccedenze aumentano.

Per comprendere l’inadeguatezza degli obbiettivi climatici basta osservare che gli investimenti in conto capitale, di quelle compagnie che dovrebbero “costruire” la transizione, sono sostanzialmente rimasti invariati rispetto ai minimi del 2015. E se il modello economico cinese consente alle compagnie minerarie statali di vivere in un universo parallelo di sussidi, le compagnie private devono agire secondo i dettami dei loro azionisti che non consentono loro di aumentare le spese in conto capitale necessarie per realizzare una decarbonizzazione più rapida.

Dall’analisi dei bilanci degli ultimi 20 anni delle prime 40 compagnie minerarie globali emerge con chiarezza come la spesa in conto capitale che, in genere, superava il 20% dell'EBITDA, com’è lecito attendersi in un settore dove il tenore dei giacimenti esistenti è in progressivo calo, negli ultimi anni sia crollata del 50% portando i livello degli investimenti al 10% dell'EBITDA. Inoltre la traiettoria dei prossimi anni indica un calo delle spese in conto capitale di oltre il 70% fino al 2026. Escludendo gli investimenti nel settore del litio, nel 2026 le spese in conto capitale si attesterebbero ad appena il 6% del totale del 2012.

Si premiano i rendimenti agli azionisti e le risorse finanziarie delle compagnie vengono utilizzate per operazioni di fusione e acquisizione ma questo non fa aprire nuove miniere, non aumenta la produzione e l’anelasticità dell’offerta mineraria garantisce tempi lunghi per svilupparla: figurarsi in un mondo che si sta fratturando lungo linee di faglia geopolitiche sempre più profonde.

È facile addossare alle compagnie minerarie la responsabilità di aver parcheggiato il treno della transizione su un binario morto. Ma prima è opportuno chiedersi chi sono gli azionisti che continuano a chiedere dividendi e riacquisti di azioni che offrano i rendimenti che desiderano nel breve termine? Siamo noi, il pubblico, gli investitori nei fondi. La transizione è importante solo fino a quando la paga qualcun altro.

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Giovanni Brussato