Disoccupazione da Robot? No, è colpa delle competenze sbagliate

Il mondo avanzato registra scarsità di manodopera non sovrabbondanza. Competenze insufficienti e "skill mismatch" più colpevoli dell'automazione

Robot

Robot alla catena di montaggio - 29 giugno 2017 – Credits: iStock - PhonlamaiPhoto

Stefania Medetti

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Secondo uno studio firmato dal National Bureau of Economic Research, una società di ricerca indipendente americana, un robot industriale è in grado di sostituire 5,6 operai.

A oggi, stima la International Federation of Robotics, ci sono fra 1,5 e 1,75 milioni di robot al lavoro nel mondo, il 39% dei quali impiegati nell’industria automobilistica.

L’automazione, come fa notare Bloomberg Businessweek, si sta estendendo anche a settori come la radiologia e l’allenamento per la pallavolo: la preoccupazione dei lavoratori per il proprio posto, dunque, è comprensibile. Ma se i robot stanno rubando il lavoro alle persone, come si spiega il 2,8% di disoccupazione del Giappone, una fra le nazioni più robottizzate al mondo? E perché gli Stati Uniti devono fare i conti con sei milioni di posti di lavoro vacanti alla fine di aprile, il dato più alto nei sedici anni di esistenza di questa statistica?

La verità, risponde il magazine americano, è che il problema oggi sono troppo pochi lavoratori e non troppi. 

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La minaccia che non c’è

Il tanto temuto passaggio del testimone dagli uomini alle macchine, infatti, non è ancora avvenuto e non se ne vedono tracce nei dati.

Gli economisti definiscono la produttività come l’output economico per ogni ora di lavoro umano. Il dato, in teoria, dovrebbe tendere all’infinito nel momento in cui le macchine sostituiranno tutti i lavoratori. Al momento, le cose non stanno andando così: nel settore non agricolo, la produttività media è cresciuta di un magro 1,2% nel periodo 2007 - 2016, in calo rispetto al 2,6% registrato fra il 2000 e il 2007.

La debole produttività ha causato una mancanza di lavoratori che è stata poi aggravata dalle forze demografiche: il Giappone, per esempio, deve fare i conti con una popolazione di lavoratori che invecchia e anche negli Sati Uniti gli studi prevedono una contrazione della forza lavoro fino al 2030.

Le imprese hanno bisogno di talenti

La mancanza di lavoratori si manifesta come una mancanza di competenze, perché le imprese hanno bisogno di talenti e non di corpi.

In base ai dati della società di selezione del personale ManpowerGroup che ha preso in considerazione i paesi Ocse, le principali economie risentono di una mancanza di competenze e questo è vero soprattutto per Germania, Australia, Grecia, Messico, Turchia, Brasile, India, Giappone e Stati Uniti.

Mentre molte posizioni aperte a tutt’oggi hanno a che fare con camerieri, friggitori di hamburger e guardie di sicurezza, il futuro apparterrà sempre di più ai lavoratori della conoscenza.

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Trarre vantaggio dai robot

Come scrive Peter Coy su Bloomberg Businessweek, il problema vero in questo momento è la difficoltà di far coincidere domanda e offerta di lavoro.
Chi non ha lavoro fatica a trovarlo o si accontenta di lavoretti di basso livello o a tempo parziale. Questo per quello che viene definito "skills mismatch".
Negli Stati Uniti si sono persi 8 milioni di posti di lavoro nell'industria manifatturiera fra il 1979 e il 2009 e da allora ne sono stati recuperati solo 1 milione.

Il futuro sta sicuramente nel lavoro molto qualificato - il knowledge work - e tuttavia, nel frattempo, ci sono molte richieste di lavoratori poco qualificati nei servizi, come operatori delle catene di fast food o guardie di sicurezza.
In sostanza, lo skill mismatch non si riesce ad annullare nel breve periodo, sia per la differenza fra le competenze offerte e necessità delle aziende sia per il tempo necessario all'economia complessiva (domanda e offerta di lavoro, quindi) per sostituire i vecchi lavori qualificati con i nuovi.
Tanto è vero che nei paesi occidentali la percentuale di forza lavoro precaria, temporanea, "a chiamata", impiegata in cooperative terze, padroncini o free-lance è aumentata notevolmente negli ultimi 20 anni (raddoppiata negli Stati Uniti, per esempio).

Una buona parte delle preoccupazioni legate all’automazione, in realtà, deriva dall’idea che si tratti di un modo per sostituire i lavoratori, ma spesso le cose non vanno esattamente così, perché i robot possono essere un complemento, qualcosa che aumenta le possibilità dei lavoratori.

In futuro, dunque, è ipotizzabile che chi utilizzerà l’automazione a proprio vantaggio tenderà a essere un lavoratore più adattabile, con una maggiore formazione. I dati confermano questa tendenza: la percentuale di disoccupazione fra chi, negli Stati Uniti, possiede un dottorato si attestava sullo 0,7% nel mese di maggio.

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