Lavoro

Nomadi digitali: Và dove ti porta il web

Girano il mondo alla ricerca di un lavoro ma non vogliono il posto fisso. Ritratto della wireless generation che non ama mettere radici né i legami fissi. E ha un’unica guida: la rete.

Credits: Elaborazione di Stefano Carrara

di Terry Marocco e Francesco Bisozzi

Da Londra all’Australia per raccogliere ramoscelli e foglie che ingombrano le strade dell’altra parte del mondo. «Road picking», questo è il lavoro che Angelina Cecchetto, 35 anni, italiana, che a Londra era assunta in una società con stipendio di 5 mila euro al mese, ha deciso di andare a fare lontano da casa. «A Sydney guadagnavo 800 euro al mese. Stabilivo io dove fare tappa. Mi guidavano i mestieri temporanei che secondo internet sarei stata in grado di trovare sul posto».

Siti come Jobsabroadbulletin.co.uk o Thecareerbreaksite.com sono la bibbia di chi ha deciso non di spostarsi per lavorare, ma di lavorare spostandosi. Anatomia dell’irrequietezza di una generazione che vive il viaggio non più come una vacanza, ma come forma di nomadismo. Un giorno si offrono per la vendemmia in Nuova Zelanda e il mese dopo accettano un posto come chef in un ristorantino in Nicaragua, a cucinare tortillas. Il web li guida, i blog di viaggio diventano (come quello di Abigail King, Insidethetravellab.com, segnalato anche dal National Geographic) più letti di un romanzo di Bruce Chatwin, il guru sempreverde del nomadismo esistenziale.

In Italia è arrivato quest’anno Nomadidigitali.it, che intercetta il fenomeno in crescita di quanti al posto fisso preferiscono un’attività online per girare il mondo. «Internet consente di sganciarsi dai lacci territoriali, lavorando strada facendo in condizioni molto particolari, soprattutto per i “knowledge worker”, ossia programmatori, creativi, architetti, avvocati, traduttori, addetti ai social network» spiega Arianna Dagnino, un tempo cassiera a Londra e cameriera a Boston, oggi scrittrice dal Sud Africa, dove si è trasferita con la famiglia. È stata la prima a studiare il fenomeno nel suo I nuovi nomadi (editore Castelvecchi).

Ma non basta viaggiare su internet per potersi definire un nomade digitale, è necessaria un’idea nuova della vita. Il mondo anglosassone ha già capito che questo è il futuro. La «location independent» è una filosofia che alimenta un sito americano nato nel 2005: 15 milioni di visitatori al mese e una guida che spiega come diventare un viaggiatore 2.0. In America si stima che la «wireless generation», la generazione senza fili, conterà 63 milioni di lavoratori nel 2016 (stima del Forester Research), praticamente un americano su cinque.

Alberto Mattei è stato il più veloce a recepire la lezione americana, creando Nomadidigitali.it, primo sito italiano in grado di mettere in connessione viaggi e lavoro. Diecimila seguaci: «Non bisogna partire con l’idea del guadagno, prima bisogna capire quali sono le nostre competenze, poi imparare a sfruttarle. Il guadagno arriva dopo». Come? Con le sponsorizzazioni delle aziende che producono l’attrezzatura tecnologica: dalle telecamere ultraleggere fino alle piattaforme più cliccate dal freelance del web in cerca di consulenze. Oppure scrivendo e vendendo guide o ebook, nuove frontiere della Lonely Planet. Così ha fatto fortuna Gaspare Armato, 51 anni, partito da Trapani oltre trent’anni fa: architetto paesaggista in Marocco, skipper ad Alicante, poi in giro per il Sud America, dove è stato falegname e, infine, stanziale in Colombia, professore di storia antica. Ora sta scrivendo le «mémoires» dal suo giardino a Bogotá. Titolo: Esperienze e avventure di un nomade digitale. Spende al massimo 900 euro al mese, affitta le sue case e non ha figli: «Certo, non avrei potuto fare questa vita con dei bambini».

Giulia Cimarosti, genovese, 29 anni, è ancora più minimalista: ha viaggiato in Medio Oriente, soprattutto in Egitto, durante la primavera araba, facendo dalla babysitter all’animatrice: ha vissuto sette mesi con 2.500 euro. «Con il mio blog di viaggio riesco a guadagnare il necessario per vivere. Il futuro? Non sento il bisogno di smettere questa vita».

Anche Jonathan Pochini, 38 anni, viaggia in Asia senza mai staccare la spina dal lavoro. Con internet svolge attività di consulenza come esperto di web marketing per numerosi clienti, anche italiani, che ancora non ha avuto modo d’incontrare di persona.

Era stato profeta Italo Calvino nelle sue Lezioni americane con l’elogio delle leggerezza. Oggi a una generazione che vive di software non interessa avere case, auto, vestiti: la vita si impacchetta in una valigia. Pochi legami, niente famiglia, si dorme grazie al couch surfing, la mutua ospitalità concordata sul web. «Ho dormito sui divani di tutto il mondo, dal Mozambico alla Patagonia» racconta Daniele Montemale, 29 anni, che si occupa di viral marketing da Berlino, riuscendo a guadagnare gli 800 euro al mese che occorrono per una vita low cost.

Non sono backpacker, ossia i saccopelisti degli anni Settanta, ma piuttosto fastpacker, quelli che viaggiano con un bagaglio ridotto all’indispensabile, carichi di computer e file più che di magliette. Non più di 15 chili per tutta una vita da cybernomade. «Solo chi è immobile è vittima dei cecchini» teorizza Simone Perrotti, guru del mollo tutto e vado via. «I cecchini sono fisco, costo della vita e la difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro. Chi lo capisce e sa piegare ai suoi bisogni l’era digitale ha vinto».

Così ha fatto Luca Del Giglio, 41 anni, che viveva a Scorzè, vicino a Venezia, folgorato come san Paolo sulla via di Damasco: «Sviluppai la sindrome del semaforo rosso: facevo il commerciale in un’azienda e quando tornavo la sera i tramonti li vedevo solo da fermo al semaforo». Nel 2001 lascia il posto e parte con una vecchia Tipo verso la Repubblica Ceca. In testa ha l’idea che gli cambierà la vita: «Convincere le vecchiette che alla stazione di Praga affittavano i loro appartamentini a mettersi su un sito». Funziona: «Il primo anno ho guadagnato 10 mila euro. Al terzo ero già a 35 mila, oggi 100 mila». Poi il Sud America, l’Asia, due mesi a Ubud (Bali), il computer sempre aperto: «Il mio sogno è creare una casa del viaggiatore, una community di chi vive come me, un luogo virtuale dove riposarsi e scambiarsi informazioni».

«Però in una vita fuori dagli schemi si rischia di cadere in una routine destabilizzante» avverte Maximilian Unger, 33 anni, ingegnere italosvedese che si è fatto tutto il Sud America saltando da un paese (e da un lavoretto) all’altro. «Molti di quelli che ho incontrato come me viaggiavano e lavoravano allo stesso tempo, grazie agli annunci reperiti sul net. Tanti però mi confessavano che non riuscivano più a smettere. Per loro girare il pianeta era diventata una droga». E il web diventa l’unico cordone ombelicale che lega questi nuovi migranti alla realtà.

Andrea Bicini, veterinario, a 36 anni decide che è arrivato il momento di conoscere il Sud-Est asiatico. Da cinque anni fa base a Bangkok e gira il vecchio Siam con il computer acceso: al momento lavora per l’Agoda, leader delle prenotazioni alberghiere online. Prossima tappa, la Cambogia: «Lì il mercato del lavoro è in fermento anche per gli over 40 come me». Guadagna 1.200 euro al mese, poco meno di quando era in Italia, ma la vita gli costa molto meno.

Un tempo le mete ambite dai fricchettoni erano Katmandu e Goa. Oggi ci si sposta non inseguendo panorami esotici, ma fuso orario e connessioni veloci. Argentina e il Lago Atitlan in Guatemala, secondo il sito Location independent, sono le mete più ricercate. «Il paradiso digitale è Chiang Mai» spiega Andrea Di Rocco, 25 anni, romano, un lavoro alla Procter & Gamble lasciato per fare il consulente per aziende italiane dalla Thailandia. «Guadagno 3 mila euro al mese e riesco a risparmiare. Lavoro anche dalla spiaggia, a volte fino a 12 ore al giorno». La vita da moderno nomade è più faticosa di quella del travet: non si smette di lavorare, non esiste più la parola vacanza. «Sei sempre in vacanza, ma sgobbi più di prima» sintetizza Giuseppe Colucci, 28 anni, da due a Berlino, dove lavora nel social network Ploonge. «Per i miei amici di Brindisi sono uno che ce l’ha fatta, ma per mio padre resto un povero emigrato».

I nuovi siti di collocamento online non riscuotono entusiasmo solo tra i viaggiatori. Sono una sorpresa anche per chi cerca manodopera. «Per merito vostro questa estate in poco tempo ho trovato persone altamente motivate che hanno lavorato per me per qualche mese» scrive, sulle pagine di Jobsabroadbulletin, Gareth Marshall dell’agenzia Simply Morzine, che affitta chalet e appartamenti nel sud della Francia. E i ringraziamenti arrivano anche da aziende vinicole della Nuova Zelanda, da società di management americane, piccole imprese greche.

Meglio precari nel mondo che precari in patria. Destino della civiltà globale preconizzava Jacques Attali ne L’homme nomade: «L’uomo è nomade fin dalle sue origini. Dopo qualche episodio di vita sedentaria, tornerà sulla via del nomadismo. E questa è la ragione della mondializzazione».

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