Lavoro

Laurearsi conviene, si guadagna il 43% in più. L'importante è scegliere bene

I risultati di un'indagine di Jobpricing per Panorama confermano l'importanza di un titolo di studio in materie tecniche e scientifiche

Guido Fontanelli

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No, a un ragazzo che ha voglia di studiare non conviene seguire i consigli di Mauro Gola: in una lettera aperta ai genitori del Cuneese, il presidente della locale associazione degli industriali li invitava a considerare, prima di iscrivere i figli alle scuole superiori, le esigenze delle imprese della zona, che hanno un gran bisogno di operai e tecnici specializzati. Implicitamente, il suggerimento di perdere meno tempo sui libri e iniziare subito a lavorare. La lettera naturalmente ha fatto scalpore ed è stata sommersa dalle critiche. Letta nel modo corretto, rivela un problema vero: troppo spesso le famiglie lasciano che i figli imbocchino percorsi scolastici di scarso interesse per il mondo del lavoro invece di puntare su corsi ad alto contenuto tecnico e scientifico, che offrono molte più opportunità. 

Ma è proprio per questo che un giovane di buona volontà dovrebbe ignorare la lettera degli imprenditori di Cuneo: un laureato infatti guadagna in media il 42,6 per cento in più rispetto a un non laureato. L’importante è scegliere le facoltà giuste e avere tanta voglia di studiare. Altrimenti è meglio rinunciare da subito al liceo (che dal 2015 è al primo posto per  numero di iscrizioni, il che la dice lunga sulle aspettative delle famiglie) ed entrare in un buon istituto tecnico come consiglia Mauro Gola.

La ricerca in dettaglio

Il dato sul gap retributivo è stato calcolato dalla società Jobpricing, nata nel 2014 con l’obiettivo di fornire indagini sulle retribuzioni ad aziende e istituzioni. Creata da un gruppo di consulenti e manager, la società ha raccolto nei suoi computer 400 mila profili retributivi di lavoratori dipendenti di 35 settori diversi: per Panorama ha realizzato una mappa con le 100 posizioni più diffuse nelle imprese e il relativo stipendio lordo. 

"In media" spiega Alessandro Fiorelli, amministratore delegato di Jobpricing, "un lavoratore laureato guadagna 39.534 euro lordi all’anno contro i 27.726 di un non laureato. La differenza varia a seconda dell’età: tra i 25 e i 34 anni il gap è del 22 per cento e cresce fino al 70 per cento oltre i 45 anni, questo perché la laurea consente di salire nella gerarchia aziendale".

Fondamentale però aver studiato nelle università "giuste". Secondo l'University Report realizzato da JobPricing in collaborazione con Spring Professional (società del gruppo Adecco), chi si è laureato alla Bocconi di Milano, università privata specializzata in Economia, parte da subito con una retribuzione lorda annua di 35 mila euro, più alta del 16,5 per cento rispetto alla media dei laureati italiani. E chi esce dal Politecnico di Milano, specializzato in Ingegneria, prende nei primi anni di attività quasi il 10 per cento in più del laureato medio. "In genere tutti i profili legati a Ingegneria e alle discipline tecnico-scientifiche garantiscono una crescita delle retribuzione più sostenuta" conferma Fiorelli. In questo momento, sono molto ricercati (in alcuni casi considerati "introvabili") i laureati in informatica, in Ingegneria industriale, in statistica.

L'industria, il comparto più appetibile

Sempre inseguendo l’obiettivo del posto di lavoro più sicuro e meglio pagato, questi giovani laureati dovrebbero guardare soprattutto alle società del settore industriale. "Sì, l’industria sta vivendo la sua rivincita sulla finanza" dice Fiorelli. "Mentre la totalità delle retribuzioni italiane è in una fase stagnante con qualche lieve segnale di ripresa dalla metà del 2017, nel settore industriale stiamo assistendo ad un aumento più sensibile". All’interno delle aziende, tirano di più in particolare le professionalità legate alle nuove tecnologie, all’innovazione, ai processi industriali.

Oltre a questi grandi fenomeni, Jobpricing sottolinea un’interessante novità: la crescita della parte variabile dello stipendio. Una volta riservata solo ai vertici aziendali, ora la parte variabile è riconosciuta al 70 per cento dei manager, al 40 per cento dei quadri, al 25-30 per cento degli impiegati e perfino al 15-20 per cento degli operai. Per i dirigenti si tratta di un aumento medio di 19.105 euro mentre la quota media per i quadri è di 5.928 euro, per gli impiegati di 2.423 euro e per gli operai di 1.722 euro, quasi una mensilità lorda in più.

Il problema è che l’Italia, nonostante qualche segnale di miglioramento, resta uno dei Paesi europei con gli stipendi più bassi. Secondo un’indagine dell’Ocse stiamo al nono posto tra i Paesi dell’area euro, superati tra gli altri da Germania e Francia, con la magra consolazione di guadagnare di più rispetto agli spagnoli, ai greci o ai portoghesi. Per questo Jobpricing ha approfondito per Panorama il confronto con la Germania: il risultato è che negli ultimi anni la differenza tra la paga media di un lavoratore tedesco e quella di un italiano si è ampliata in modo impressionante.

Se nel 2008 un tedesco guadagnava in media 32 mila euro lordi all’anno, il 18 per cento in più di un italiano, nel 2016 la sua retribuzione è salita a oltre 38 mila euro, con un vantaggio sull’italiano che si è allargato al 31,6 per cento. Un fenomeno dovuto all’aumento della produttività della Germania e alla piena occupazione. E che certamente solletica i promettenti studenti italiani, che oltre a laurearsi in ingegneria potrebbero imparare un po’ di tedesco e alimentare così il grande fiume di cervelli in fuga. Nel 2016, su 114 mila italiani emigrati all’estero, un terzo aveva la laurea e la destinazione numero uno era proprio la Germania.

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