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Economia

Lavoro ai profughi ucraini in Italia; la solidarietà si scontra con la burocrazia

Oltre 100.000 persone sono arrivate in Italia dall’inizio del conflitto. Si tratta di donne e bambini e trovare un lavoro a queste madri è tutt’altro che semplice, parola di Rosario Rasizza, Presidente Assosomm

Sarebbe bello se fosse vero. L’Unione Europea a marzo ha lanciato un’iniziativa in collaborazione con l'agenzia europea per l'istruzione e la formazione professionale per mettere a disposizione dei profughi scappati dall’Ucraina in guerra un milione di posti di lavoro rimasti vacanti nel 2021. Ha annunciato che le figure professionali più ricercate sono quelle di infermieri e operatori sociosanitari, idraulici e tecnici di ingegneria civile, muratori e saldatori. Ma anche sviluppatori di software e medici generalisti. Alle agenzie per l’impiego è stato chiesto di fungere da raccordo tra domanda e offerta di lavoro e di raccogliere tutte le informazioni necessarie per integrare i lavoratori ucraini nel mercato europeo.

L’iniziativa di Bruxelles che, senza dubbio, parte con i migliori presupposti, si scontra però con la realtà dei fatti e con una situazione che, almeno in Italia, naviga ancora in alto mare come spiega a Panorama.it Rosario Rasizza, presidente di Assosomm l’Associazione italiana delle agenzie per il lavoro

“La verità è che ancora non si capisce come aiutare queste persone”.

Per capire come aiutarle bisogna in primo luogo sapere chi sono

“La risposta è che sono arrivate esclusivamente donne sole con bambini. La prima considerazione è, quindi, che essendo donne con bambini a carico non si trovano nella condizione di poter fare alcuni tipi di lavoro perché non possono lasciare il bambino con la tata mentre loro fanno le cameriere al ristorante o mentre fanno un’attività che potrebbe impegnarle al di fuori dell’orario scolastico. Il secondo punto è che queste persone non parlano nemmeno una parola d’italiano. E’ vero che molti di loro parlano molto bene l’inglese, ma è altrettanto vero che noi italiani non parliamo l’inglese”.

Chi si sta occupando dei profughi a livello istituzionale?

“Al momento nessuno e l’accoglienza è affidata al buon cuore delle associazioni caritatevoli e dei singoli cittadini. Noi italiani quello che mettiamo è lo slancio e il cuore, ma poi dire che ci sono progetti concreti e operativi - salvo piccole iniziative quasi artigianali, locali e personali – sarebbe sbagliato. La verità è che al momento non c’è nulla”.

Si è parlato molto della possibilità di inserire queste persone nell’abito del settore del turismo e dell’accoglienza che - in vista dell’estate e dopo due anni di paralisi - pare destinato a vivere un boom nei prossimi mesi con grande necessità di impiegati. E’ possibile farlo?

“Alcuni hanno fatto un’equazione sbagliatissima e cioè quella di ritenere che queste persone, donne e madri sole, sarebbero arrivate per andare a ricoprire tutti quei posti attualmente disponibili per alberghi, ristoranti, spiagge. Anche in questo caso il tema è sempre quello: la lingua e la disponibilità a dover star fuori di casa a lungo e in orari notturni. A monte, inoltre, si somma un altro problema ovvero quello della mappatura dei profughi giunti in Italia. Dove vivono? Dove dormono? Quanta possibilità di accoglienza reale c’è in Italia? Non si hanno numeri e l’accoglienza resta in mano alle singole organizzazioni caritatevoli”.

L’Unione Europea, dal canto suo, ha per lo meno dato il via libera per applicare la direttiva per la protezione temporanea degli sfollati nota anche come direttiva 2001/55/CE, nata nel 2001 per accogliere in modo regolare chi fuggiva dai conflitti nei Balcani. Fino a oggi, però, ancora non è mai stata applicata e l’Ucraina sarà il banco di prova per la sua messa in pratica. gli Ucraini avranno così diritto a un permesso di soggiorno immediato che consentirà loro anche di lavorare. La durata è di 1 anno, prorogabile fino a 3. Si tratta di un’equiparazione allo status di rifugiato che prevede il riconoscimento di un permesso di soggiorno che consente anche di lavorare, mandare i figli a scuola, avere assistenza sanitaria e spostarsi senza limitazioni in UE. Il tema dei permessi di soggiorno, del resto, è centrale in questo momento e come sottolinea Rasizza anche in questo senso l’Italia deve fare mea culpa.

“In Italia manca una regia comune e coordinata. Basti pensare al tema dei permessi di soggiorno. Per fare un esempio concreto: la questura di Varese – che ha gli stessi dipendenti di quando questa urgenza ucraina non c’era – si è trovata più di 1000 mail di richiesta di permessi di soggiorno, ma i dipendenti della struttura sono sempre gli stessi e quindi le domande restano insolute”.

In questo contesto tanto complesso le agenzie per il lavoro possono avere un ruolo e quale?

“Esistono in Italia più di 100 agenzie per il lavoro e sono organizzate con due associazioni di categoria. Quella che presiedo io – Assosomm – ha scelto di non promettere nulla che non possa mantenere. Noi abbiamo più di 40 agenzie iscritte alla nostra associazione per 500 filiali sul territorio nazionale. Siamo disponibili ad incontrare tutte le persone che vengono a iscriversi nelle nostre filiali per cercare di dare loro un indirizzo concreto e pratico. La prima domanda che è ‘Cosa sai d’italiano e dove vivi?’. Questo perché io devo offrire loro un lavoro più vicino possibile. Quanti di loro hanno la macchina? Come di possono muovere? Se offro a loro un lavoro a turni come vanno a lavorare? Dai piccoli centri come si muovono? Questi sono problemi concreti che vanno affrontati”.

Si è parlato anche di assistenza domiciliare, collaborazione domestica o del ruolo delle badanti mansioni storicamente svolte dalle donne e che potrebbero essere ricoperte dalle profughe ucraine. Anche in questo senso non si possono trovare sbocchi?

“Purtroppo spesso, per il tema dei bambini, neppure il ruolo di assistenza domiciliare e badante può essere ricoperto da queste lavoratrici perché la badante in convivenza deve vivere nella famiglia dell’assistito, ma la famiglia dell’assistito non può ospitare anche i figli perché la persona assunta è la badante e se al figlio succede qualcosa mentre è in casa dell’assistito chi ne risponde? Sicuramente da un punto di vista sociale questa integrazione sarebbe interessante, ma da un punto di vista burocratico è un problema”.

Si tratta, inoltre, di una forma di migrazione “temporanea”. I profughi di guerra hanno lasciato case, proprietà, lavoro e molti di loro, a conflitto finito, vorranno tornare in patria e quindi lasciare l’Italia?

“Anche questo è un problema. Qual è l’imprenditore che, con questa premessa, decide d’investire su di loro sapendo che sono qui di passaggio? Queste donne saranno pertanto destinate a fare mansioni di ripiego e inoltre la preoccupazione è che possano essere reclutati da chi commette azioni illecite e che per sopravvivere accettino”

Uscire da questa situazione che pare tanto claustrofobica è possibile? Come si fa a evitare che un microcosmo composto da donne e bambini finisca nelle mani di organizzazioni malavitose e come si può offrire loro – per quanto momentaneo – un orizzonte lavorativo che permetta loro di sostenersi? In che settori?

“Intanto ci vorrebbe una mappatura precisa di queste persone. Io come azienda non sono stato contattato da nessuna istituzione che mi abbia coinvolto a fare una chiacchierata su come io possa reclutare e intercettare queste persone dicendomi ‘noi abbiamo un database dove ti possiamo segnalare queste persone in questi X posti; puoi verificare se le aziende della zona momentaneamente hanno necessità di personale?’ A questo punto io organizzerei degli incontri – nonostante il problema della lingua – e si potrebbe procedere. Al momento, però, nessuna istituzione si è fatta avanti e io non posso rischiare di avanzare iniziative che possono finire in un buco nell’acqua. C’è chi ha lanciato, esempio, corsi d’italiano promettendo che in 150 ore si sarebbe stati in grado di padroneggiare la lingua ma, per la proprietà transitiva, sarebbe come se mi dicessero che io in 150 ore parlo in russo e questo è assurdo e crea illusioni pericolose.

Non esiste una regia che coordini questa situazione. Per lo meno ci dovrebbero essere agenzie a livello nazionale, regionale, provinciale e locale in grado di fare una ricognizione delle esigenze di lavoratori e imprese per connetterli e trovare una soluzione ai problemi di questi 100.000 profughi che sono giunti già in Italia.

Perché, paradosso dei paradossi, la potenzialità per trovare lavoro a queste 100.000 persone come Agenzie ce le avremmo anche, ma non sappiamo come trovare le persone e il più delle volte loro non sanno come venire a cercare noi. Manca un luogo virtuale dove conoscere chi è arrivato, cosa sa fare, dove vive e se parla italiano. La legge sulla protezione dei rifugiati è di sicuro un primo passo concreto in una buona direzione che può comunque iniziare a dare speranza a queste persone e a noi che vogliamo provare a dare una mano a fare qualcosa di concreto, ma la strada è ancora lunga e tutta in salita”.

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