Economia

Gli eredi Agnelli come nessuno ve li ha mai raccontati

Con l'operazione Fca-Renault avrebbero incassato un assegno miliardario (sfumato). Perché in famiglia c'è chi vorrebbe uscire dal ramo auto

John Elkann Fca

Alla fine di ogni riunione annuale della Giovanni Agnelli Sapaz, l’accomandita che riuniva tutti i rami della famiglia (oggi si chiama Giovanni Agnelli BV ed è una società di diritto olandese), l’Avvocato, più annoiato e infastidito del solito per quel rituale così scontato e ripetitivo, chiudeva la sua breve relazione al microfono con questa frase: «È tutto. Non ci sono domande, vero?». Nessuno osava alzare la mano, nemmeno Lupo Rattazzi che solo dopo la morte dello zio Giovanni sembra aver ritrovato una certa baldanza specie contro il ricordo e il nome della buonanima. Agnelli, da autentico Manitou (il Grande spirito, come lo chiamavano) si guardava in giro e aggiungeva beffardo: «E allora dichiaro chiusa l’assemblea. Potete passare alla cassa a ritirare il vostro assegno. È la vera e unica ragione per cui oggi siete qui. Arrivederci al prossimo anno».

L’esercizio dello stacco della cedola è sempre stato la specialità in cui tutti i rami della ex royal family (tra cui persone perbene intelligenti e geniali, vedove e figlie, sorelle e fratelli, zie e nipoti, nati di primi e secondi letti, cugini e parenti acquisiti, casalinghe pseudo esperte di finanza, ma, per la gran parte emeriti fancazzisti soprattutto nell’ultima generazione) hanno dato il meglio, dimostrando nel corso degli anni profondo interesse e indiscussa passione per la materia. Per fortuna ci sono anche alcune lodevoli eccezioni, ma la gran parte non ha dimenticato la volta in cui - la prima in tanti anni, subito dopo la morte dell’Avvocato e poi di Umberto - furono costretti a mettere mano al portafoglio, non per incassare ma per ricapitalizzare. Poi, grazie a Sergio Marchionne, quel «prelievo» è terminato anche se, da anni, non c’erano più cedole.

Il «numero 1» fin dall’inizio aveva capito che c’era un solo modo per tenere lontano quel numeroso parentado assetato di denaro: garantirgli il pagamento delle cedole. Marchionne giustamente riteneva che non dovessero interessarsi di altro, tantomeno disturbare il suo lavoro o chiedergli inutili appuntamenti. A questo era delegato John, e forse questa era la vera e unica delega che Marchionne gli aveva magnanimamente conferito... Il giovanotto aveva fatto tanti sforzi per essere considerato e comportarsi da «capo-famiglia», come si era auto-nominato con la complicità di Gianluigi Gabetti e Franzo Grande? Ebbene, lo facesse. Tenesse a bada quell’orda famelica, talvolta firmasse pure quegli assegni per la ex royal family, ma non si allagasse troppo e non li lasciasse avvicinare agli «affari di famiglia», a quel «tutto in famiglia» cui si è tornati dopo la morte di Marchionne.

A meno di un anno dalla morte del vero cervello di Fca Group-Exor-Ferrari, John si è sentito come liberato dalle «catene» in cui era stato avvolto. Poteva inebriarsi del potere assoluto, finalmente poteva fare di testa sua senza rendere conto a nessuno. John da allora sembra pervaso da una incontenibile frenesia: diventare sempre più ricco, monetizzare quanto più è possibile, liquidare le «vecchie» attività, fottersene delle raccomandazioni del nonno. John si sente ancora più libero dopo che anche Gabetti se n’è andato. Lo aveva già privato di deleghe, incarichi, persino ufficio, autista e carte di credito aziendali (facendogli pagare di persona i 120 euro giornalieri della piccola stanza 108 dell’NH Lingotto in cui viveva da tempo). Cercava di fare il vuoto intorno al novantaquattrenne Richelieu, lo osteggiava in silenzio ma implacabilmente anche se non riusciva a «combatterlo» specie sul terreno dei media.

Lo scrittore Giordano Bruno Guerri non è riuscito a veder pubblicata la monumentale biografia del nonno che John gli aveva commissionato solo perché si era scoperto che Gabetti aveva rivisto, emendato, tagliato, rivoltato quel manoscritto togliendo tutto ciò che in qualche modo era positivo per John e per nonno Giovanni. L’ultima beffa, Gabetti l’ha giocata a John proprio sulla Stampa, l’ex giornale di famiglia: il giorno dopo la morte, il direttore Maurizio Molinari ha perfino scritto che le due pagine del suo coccodrillo Gabetti le aveva vergate di persona prima di morire con la benevola assistenza di due poveri giornalisti.

John nel giro di pochi mesi è diventato tre volte più ricco di quanto già fosse e ha provato molto gusto a questo invidiabile status. Dal 23 febbraio, con la morte di sua nonna Marella ha avuto la conferma dall’avvocato Carlo Lombardini di Ginevra di essere stato nominato erede universale dell’immensa fortuna intestata alla defunta (15 miliardi di euro, tra depositi nei paradisi fiscali, Panama in primis, e il famoso «oro del nonno di Gianni», cioè il senatore che fondò la Fiat, custodito nei caveau del Freeport vicino all’aeroporto di Cointrin a Ginevra: se anche sua madre dovesse pretendere una parte di questo tesoro, John, male che vada, terrebbe per sé la metà, di ciò che venisse portato alla luce…).

John si era già portato avanti in tal senso assumendo come sua assistente Paola Montaldi, moglie del suo autista, ma soprattutto negli ultimi anni vera factotum di Donna Marella (con tanto di deleghe, procura generale e potere di firma). Quindi John era sempre informato con grande anticipo di ogni movimento della nonna…

Ai primi di maggio ecco arrivare la seconda grandinata di denaro: la vendita della Magneti Marelli ai giapponesi della Calsonic ha fruttato 5,8 miliardi di euro in contanti, ma soprattutto – buona notizia per l’orda famelica del parentado – una cedola straordinaria di 1,30 euro per azione con 2 miliardi distribuiti agli azionisti. Ora c’era in vista l’affare con Renault. Perché di affare si trattava, nel senso che Fca si sarebbe tolta finalmente il cruccio di dover produrre, e vendere, automobili lasciando ad altri tale incombenza. E, soprattutto, per tutti i famelici Lupo Rattazzi della situazione, il matrimonio coi francesi avrebbe garantito agli azionisti un’altra scorpacciata di dividendi dopo l’affare-Magneti Marelli. Ma, soprattutto, una volta distribuiti i dividendi ventilati nella lettera al Groupe Renault, si sarebbe potuto finalmente prendere le distanze dall’auto. Con il plauso dei clan che si raccolgono sotto Exor che da decenni tifa per l’abbandono delle quattro ruote.

Non importa ciò che avevano detto il bisnonno e il nonno, e cioè «Mai lasciare il mercato dell’auto». In fondo John è molto abile quando si tratta di vendere, e incassare, anche se si tratta di beni che racchiudevano un rilevante valore affettivo e simbolico per il nonno. A cominciare da La Stampa. John non è più l’azionista di riferimento, ma ha passato il controllo addirittura a colui che il nonno considerava il peggior nemico, l’ingegner Carlo De Benedetti.

Per non parlare della Juventus: piuttosto che lasciarne la guida ad Andrea Agnelli, ha accettato di mandarla in serie B (privandola di una difesa legale adeguata e subendo tutte le decisioni del presidente della Juve di allora, Franzo Grande) nel timore che il cugino diventasse troppo popolare e facesse ombra alla sua leadership. Andrea è riuscito ad avere quell’incarico solo con quattro anni di ritardo dopo che milioni di tifosi juventini hanno assistito impotenti allo scempio sportivo e finanziario compiuto dalla coppia Jean-Claude Blanc (scelto personalmente da John) e Giovanni Cobolli-Gigli (imposto da Gabetti e ignaro perfino di quanti scudetti avesse vinto il club bianconero).

Insomma John sa benissimo che «tiene famiglia» e che i super prolifici discendenti del fondatore della Fiat sono, in massima parte, cedole-Exor-dipendenti. Mentre gli azionisti di molte case automobilistiche avvertono diete se non digiuni perché vengono privilegiati investimenti in nuovi prodotti e tecnologie, John continua a elargire euro generati da un «costruttore» che vanta un lungo elenco di marchi con la gamma di prodotti più vetusta. Ed è costretto a pagare centinaia di milioni di euro alla casa automobilistica americana Tesla per evitare di ricevere multe a sei zeri per la violazione delle nuove norme sulle emissioni nell’Unione europea.

Per spegnere i malumori, non a caso, dal quartier generale bonsai di Londra, Fca aveva diffuso un comunicato che recitava: «Prima che l’operazione sia completata, per attenuare la disparità dei valori sul mercato azionario, gli azionisti di Fca riceverebbero anche un dividendo di 2,5 miliardi di euro. Inoltre, prima del completamento dell’operazione, sarebbero distribuite agli azionisti di Fca le azioni Comau oppure un dividendo aggiuntivo di 250 milioni di euro se lo spin-off di Comau non dovesse avere corso». E, sempre non a caso, la sorte degli stabilimenti italiani e del posto di lavoro degli addetti, era indicata solo al punto cinque su otto. Chissà come avrebbe fatto John, che non ha mai gestito da solo un’azienda, a occuparsi di Fca-Renault visto che uno dei due incarichi di vertice sarebbe stato a suo appannaggio nella nuova creatura post fusione. Non bisogna dimenticare il più importante e costoso investimento nel quale John ha trascinato Exor, cioè l’acquisto del riassicuratore PartnerRe, è avaro di soddisfazioni. Dunque, poteva funzionare una fusione 50-50? Solo se uno dei due partner avesse riconosciuto la guida all’altro non accettando deroghe. Fca e Renault hanno avuto amministratori delegati accentratori e con poteri sconfinati, ma che si sono circondati di collaboratori in gran parte mediocri. Lo prova il fatto che difficilmente le aziende concorrenti o leader in altri campi hanno assunto alti dirigenti di Fca e Renault. Marchionne è morto, Carlos Ghosn è da mesi in carcere in Giappone, e questo fatto, con Renault che si è «dimenticata» di lui e di quel che ha combinato a danno dei soci dell’Impero del Sol Levante, ha ovviamente un peso enorme per i partner nipponici di Nissan e Mitsubishi.

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