Industria

Anche i mercati hanno capito che in Cina conta solo il partito

Cosa c'è dietro la decisione della banca centrale di Pechino di immettere 155 miliardi di dollari nel sistema finanziario. I casi Didi, Alibaba, TenCent e Suning

È stata la notizia che ha tenuto maggiormente banco in questi ultimi giorni tra gli operatori finanziari: la Pboc, la banca centrale cinese a partire dal 15 luglio taglierà di 50 punti base il coefficiente obbligatorio che le banche devono detenere di riserva, immettendo così 155 miliardi di dollari di liquidità nel sistema finanziario. Una mossa, questa, che ha ricevuto varie interpretazioni.

La prima, più "politica". La decisione da parte della banca centrale cinese di tagliare il tasso di riserva obbligatoria del settore bancario rappresenterebbe il tentativo di dare un sostegno alle Pmi locali. Se da un lato l'indice sui prezzi al consumo sembra essere sotto controllo, avendo riportato a giugno addirittura un calo rispetto a maggio al +1,1% l'indice sui prezzi alla produzione ha evidenziato un balzo del +8,8%. Questo differenziale si sta traducendo in un forte calo della marginalità che aveva bisogno di essere compensato al fine di scongiurare una prossima ondata di licenziamenti. In sostanza quindi l'azione della banca centrale cinese è mirata a preservare l'occupazione.

Un'interpretazione questa che trova d'accordo gli operatori finanziari i quali però malignamente ne aggiungono un'altra: Pechino ha allargato nuovamente le maglie della politica monetaria per dare sostegno al mercato azionario su cui incombe il rischio, se non proprio di fuga, di maggiore freddezza da parte degli investitori, come testimonia d'altronde il deludente andamento delle ADR quotate a New York in controtendenza rispetto al trend rialzista del MSCI World index.

Che gli investitori mostrino una certa agitazione nei confronti degli asset cinesi è ben giustificabile dalle ultime mosse intraprese dal governo di Pechino contro il comparto tecnologico. Il caso più recente è il cosiddetto Didi affair, la Uber cinese fondata solo nove anni fa dall'ex dirigente di Alibaba Cheng Wei e oggi dotata di più di 15 milioni di autisti e quasi 500 milioni di utenti il cui titolo è crollata a Wall Street pochi giorni dopo la Ipo dopo essere finita nel mirino delle autorità per presunte violazioni alla sicurezza dei dati.

Un'accusa talmente grave tanto che domenica scorsa la Cyberspace Administration ha imposto la rimozione dagli app store di 25 app che fanno capo alla società per «gravi violazioni di leggi e regolamenti nella raccolta e nell'utilizzo delle informazioni personali». Pare che l'autorità cinese abbia raccomandato alla società nelle settimane prima la Ipo di ritardarla fino a quando non avesse condotto una revisione della sua sicurezza dei dati. Una raccomandazione di cui però la società cinese ha fatto sapere che non essere «a conoscenza». Le autorità hanno anche chiamato in causa preoccupazioni di sicurezza nazionale, una mossa insolita contro un'azienda tecnologica nazionale.

Ma nel mirino del governo cinese non c'è solo Didi. La Uber del Celeste Impero infatti è stata anche tra i gruppi più colpiti, assieme ad Alibaba, TenCent e Suning, dalla raffica di multe imposte mercoledì scorso per violazione delle regole anti-trust dall'Amministrazione Statale per la Regolamentazione del Mercato cinese. L'amministrazione Statale per la Regolamentazione del Mercato ha imposto multe da 500mila yuan (poco più di 65mila euro) per 22 casi di concentrazione di operatori nel campo di internet: tutti i casi su cui l'authority cinese ha indagato «costituivano un'attuazione illecita della concentrazione di imprese», si legge nella nota emessa da Pechino, anche se «la valutazione ha rilevato che non avevano l'effetto di eliminare o restringere la concorrenza». Delle 22 infrazioni riscontrate, sei sono riconducibili al gigante dell'e-commerce Alibaba, cinque al colosso di internet TenCent, che gestisce la piattaforma di messaggistica e servizi WeChat; due al gruppo Suning, che controlla l'Inter, e diverse a società che fanno capo a Didi, la cui app è stata rimossa dagli app store cinesi.

Dopo una stretta del genere lecito attendersi la sua formalizzazione normativa: ed ecco arrivare a stretto giro di posta il nuovo piano per l'industria della sicurezza informatica annunciato dal Ministero dell'Industria e dell'Information Technology, secondo le cui stime il settore della cyber-sicurezza potrebbe arrivare a valere più di 250 miliardi di yuan (32,53 miliardi di euro) entro il 2023. L'obiettivo, riporta il tabloid Global Times, è quello di «rafforzare la ricerca e l'applicazione delle tecnologie di sicurezza dei dati per ottimizzare ulteriormente la gestione della sicurezza dei dati e altre funzioni».

La comunità finanziaria non poteva che accogliere negativamente il giro di vite sul comparto tecnologico: secondo Bruce Pang, capo della ricerca presso la banca d'investimento China Renaissance, riportato dal Ft, le nuove regole potrebbero imporre lunghi periodi di attesa a tutte le aziende che cercano di quotarsi all'estero. Misure che «colpiranno il sentiment degli investitori, deprimeranno le valutazioni delle IPO negli Stati Uniti e renderanno più difficile raccogliere fondi a New York». Nella prima metà del 2021, 34 società cinesi hanno raccolto un record di 12,4 miliardi di dollari a New York: il Ft riporta i dati di Dealogic, dai quali si evince anche come le banche di investimento di Wall Street abbiano beneficiato di un guadagno record di quasi 460 milioni di dollari in commissioni nello stesso periodo.

Particolarmente critico anche lo storico Niall Ferguson che, in un'editoriale pubblicato su Bloomberg, evidenzia come l'azione contro Didi rappresenti un «segnale di grande debolezza» della leadership cinese che, pur di mantenere il controllo sulle società, sacrifica il concetto di profitto. Inoltre, l'aperta ostilità alle quotazioni delle società cinesi nel mercato dei capitali di altri Paesi alimenta il rischio di incorrere nel 'protezionismo del capitale' che potrebbe svilupparsi nel caso in cui gli investitori iniziassero a privilegiare fondi di investimenti che non comprendono asset cinesi.

Il giro di vite attuato dal governo di Pechino su Didi, Alibaba, TenCent e Suning non arriva certo come un fulmine a ciel sereno. ByteDance, la società a cui fa capo TikTok, aveva congelato in marzo i piani della IPO negli Stati Uniti o a Hong Kong dopo gli incontri avuti con le autorità cinesi, che le hanno chiesto di concentrarsi sui rischi della sicurezza dei dati, scrive il WSJ. E che dire del fallito collocamento nel novembre scorso di Ant Group (operazione sulla carta da 34,5 miliardi di dollari, la più grande Ipo di sempre, per una valorizzazione complessiva di 313,37 miliardi di dollari) e dell'azione contro la holding di controllo Alibaba a cui è stata inflitta, il 10 aprile scorso, una multa da 2,3 miliardi di euro, al termine delle indagini anti-trust avviate a fine dicembre 2020.

Insomma quando il governo di Pechino è chiamato a scegliere tra mercato e politica, sceglie sempre la seconda.

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