Birra Peroni, il successo della sostenibilità tech per convinzione
Birra Peroni, il successo della sostenibilità tech per convinzione
Industria

Birra Peroni, il successo della sostenibilità tech per convinzione

Il progetto dell'azienda italiana per il monitoraggio delle materie prime attraverso la blockchain premiato anche dal Mit di Boston

Nell’estate più calda di sempre, tra siccità record e temperature africane, parlare di ambiente è molto più che una necessità. E’ una priorità. Ed è così che il concetto di sostenibilità sta diventando centrale nella vita di ciascuno di noi, ma non solo.

Sono ormai anni che le aziende si stanno impegnando nella direzione della sostenibilità, obiettivo prestigioso ed ambizioso, che spesso però viene sbandierato come un trofeo da esporre e non come una reale conseguenza delle modifiche produttive aziendali. Sono pochi coloro che, con sforzi ed investimenti non di poco conto, stanno riuscendo ad avvicinarsi al risultato desiderato. Tra questi sicuramente in prima linea c’è Birra Peroni che ha ideato, creato e realizzato un piano ad elevato imprinting tecnologico-ambientale da essere studiato ed apprezzato dal Mit di Boston.

“Inutile dire – spiega con orgoglio Federico Sannella, direttore relazioni esterne ed affari istituzionali – che la cosa ci ha fatto enormemente piacere. Essere riconosciuti per il proprio lavoro da un’autorità come il Mit di Boston, da sempre all’avanguardia nel campo tecnologico, non è tanto un premio da mostrare in giro ma soprattutto la conferma della bontà del nostro progetto”.

Federico Sannella, direttore relazioni esterne ed affari istituzionali Birra Peroni

Nel dettaglio, di cosa si tratta?

“Questa operazione nasce dalla necessità che il mondo ci ha messo di fronte. Non possiamo più restare passivi davanti alle problematiche ambientali. Così abbiamo cercato di capire in che modo avremmo potuto fare passi avanti in una direzione green al tempo stesso migliorando le dinamiche e le procedure del nostro lavoro quotidiano. Da qui è nato Campus Peroni, un luogo di incontro per Centri di Formazione, Università, menti, start up alla ricerca di soluzioni soprattutto sulla tracciabilità del nostro ingrediente principe: il malto. Qui il via della collaborazione con pOsti e EY che ci hanno fornito le loro competenze e piattaforme soprattutto sul tema della blockchain per arrivare al risultato sperato”.

Come ci siete riusciti?

“Sono stati identificati gli attori della filiera del malto 100% italiano e le fonti dati dalle quali acquisire le informazioni che costituiscono il patrimonio informativo del processo produttivo della birra. Queste informazioni sono state, come si dice, notarizzate in blockchain. I dati così acquisiti, garantiti attraverso la blockchain Ethereum di EY, e rappresentati attraverso uno storytelling multimediale sono stati quindi resi fruibili al consumatore attraverso un QR Code presente sull'etichetta delle bottiglie che rimanda ad una pagina web personalizzata, anche sulla base del momento e del luogo in cui viene effettuata la scansione. L’esperienza è immersiva, anche grazie all’impiego di soluzioni di realtà virtuale, un percorso esperienziale di grande impatto, arricchito da immagini, testi e suoni alla scoperta del viaggio del malto 100% italiano dal “campo al bicchiere”.

Quanto tutto questo sforzo viene percepito dal cliente? Quanto si trasforma in business?

“Innanzitutto va ribadito che l’azienda ha deciso di intraprendere questa strada consapevolmente, convintamente, al di là di quelli che possono essere i ritorni immediati sul mercato. Va poi aggiunto che tutto questo processo di raccolta dati ed info, che presto amplieremo dal malto a tutte le altre componenti dei nostri prodotti, portano ad un miglioramento della produzione, con un ritorno economico da questo punto di vista importante dato che limitiamo quasi allo zero gli sprechi di tempo e materiale. Ma non possiamo negare che il cliente finale sia sempre più attento a questo e faccia della sostenibilità di un prodotto uno dei propri criteri di scelta. Noi da questo punto di vista siamo certi del nostro percorso, che non è stato semplice e non lo è ancora, ma che vogliamo portare fino in fondo”.

Un modello vincente al punto da poter essere esportabile ad altre aziende di altri settori?

“Certo, è una convinzione nostra, dei nostri partner e dello stesso Mit che per questo ha voluto studiare questo progetto. Naturalmente ogni azienda ha caratteristiche proprie, per cui la modalità del lavoro va sicuramente bilanciata. Ma l’idea base è di sicuro utilizzabile anche altrove”.

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