Economia

Crisi delle banche e dei mercati: è un nuovo 2008?

Ecco perché sebbene lo scenario dell'economia "reale" sia diverso da allora, i rischi restino numerosi e i risultati potrebbero essere altrettanto gravi

Lehman-Brothers

Andrea Telara

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Un calo del 25%. È il tonfo registrato dall'inizio dell'anno dall'indice Ftse Mib della borsa Milano, più o meno in linea con quello subito dalle altre piazze finanziarie internazionali. Di fronte a questi numeri, la memoria corre inevitabilmente al 15 settembre del 2008, cioè al giorno del crack della banca d'affari Lehman Brothers che diede inizio alla più grave crisi economica dal dopoguerra.

Anche allora, gli indici azionari precipitarono come oggi. Anzi, a ben guardare, il ribasso del listino milanese fu di poco superiore al 22% nell'arco di un mese e mezzo, cioè pari a quasi 3 punti in meno rispetto a quello delle ultime sei settimane. Proprio per questa ragione, è inevitabile porsi un interrogativo: siamo di fronte a una crisi di uguale portata rispetto a quella del 2008 e rischiamo di vedere le stesse conseguenze sull'economia reale?



Il 2008: i subprime
In realtà, benché si somiglino tra loro, i crolli di borsa non sono mai tutti uguali e non hanno le stesse origini. “Oltre a guardare alla crisi del 2008, bisognerebbe ricordarsi pure di quella del 2011”, dice il noto economista Giacomo Vaciago, che passa in rassegna le cause di entrambe.

"La crisi innescata dal fallimento di Lehman Brothers era il frutto della bolla speculativa sui mutui subprime, cioè i finanziamenti immobiliari concessi con troppa disinvoltura dalle banche americane ai debitori più rischiosi, ovvero alle famiglie a basso reddito. Quei mutui furono impacchettati dalle case d'affari e trasformati in un montagna di titoli, con delle operazioni che si chiamano cartolarizzazioni".

L'insolvenza di molti debitori dei finanziamenti subprime fece diventare carta straccia tutti questi strumenti finanziari “tossici” che, nel frattempo, erano finiti in abbondanzanelle maggiori banche americane ed europee, inquinandone i bilanci.

Il 2011: i debiti sovrani
La crisi finanziaria del 2011, invece, era figlia di quella del 2008 ma si concentrò per lo più in Europa e fu soprattutto una crisi dei debiti sovrani, innescata dal fallimento della Grecia che dimostrò quanto gli stati del Vecchio Continente siano restii a darsi una mano a vicenda, anche a costo di rischiare lo scioglimento dell'Unione Monetaria.

Tuttavia, anche nella crisi del 2011 c'erano di mezzo le banche, poiché l'esplosione dei debiti sovrani fu determinata proprio dalla necessità per alcuni governi di salvare con soldi pubblici parecchi istituti di credito finiti sull'orlo del crack negli anni precedenti.

Il 2016: il timore di una nuova recessione globale
Quali origini ha, invece, la crisi borsistica di questo primo scorcio del 2016? Anche qui ci sono di mezzo per l'ennesima volta le banche: c'è infatti chi paventa il crack di un nuovo grande istituto di credito di livello continentale (leggasi Deutsche Bank) e c'è chi punta il dito contro fragile architettura del bail-in, le nuove regole entrate in vigore a gennaio che vietano agli stati di salvare gli istituti di credito coi soldi pubblici.

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Si tratta di norme di per sé giuste in linea di principio, ma capaci di portare molta sfiducia tra gli investitori nei confronti dei titoli azionari delle banche, i cui bilanci (in Italia ma non solo) sono oggi pieni zeppi di sofferenze, cioè di prestiti che rischiano seriamente di non essere rimborsati, dopo quasi 10 anni di crisi economica che ha messo al tappeto parecchi debitori.

Per Vaciago, però, alla base dei recenti tonfi di borsa c'è un mix di fattori concomitanti, ben più complessi del timore di una nuova crisi bancaria internazionale, di cui si parla molto in questi giorni.

“Credo che i mercati temano soprattutto una nuova recessione globale che nel 2016, se non vengono adottate opportune misure dai governi, sarà pressoché inevitabile”, dice Vaciago, il quale elenca una serie di aspetti preoccupanti.

Innanzitutto, la Cina e diversi paesi emergenti come il Brasile o la Russia oggi arrancano, dopo esser stati i motori del mondo negli ultimi 10 o 15 anni. Dall'agosto dell'anno scorso, nella Repubblica Popolare è scoppiata pure una bolla speculativa che ha messo in ginocchio le principali borse del paese.

Nel frattempo l'economia americana, che si è ripresa alla grande dalla crisi del 2008, oggi dà evidenti segni di frenata. Lo ha fatto capire pure Janet Yellen, n.1 della Federal Reserve (Fed), la banca centrale statunitense. Nei giorni scorsi,infatti, Yellen non ha escluso che ci siano dei ritardi imprevisti nel tanto atteso rialzo dei tassi d'interesse Oltreoceano e le sue parole non sono state certo apprezzate da molti osservatori, i quali non gradiscono un atteggiamento così ondivago o addirittura traballante da parte della Fed.

Infine c'è la vecchia Europa, dove i governi sembrano impuntarsi ancora sulla ricerca della stabilità monetaria e finanziaria, invece di pensare piuttosto alle politiche per la crescita, oggi necessarie per fronteggiare i venti della recessione.

Effetto-domino
Poi, come spesso avviene quando si diffonde la sfiducia, c'è sempre dietro l'angolo il rischio di un effetto-domino, in cui i fattori negativi cominciano a venire alla luce molto più di quelli positivi e a farsi via via sempre più preoccupanti. Se l'economia rallenta, infatti, soffrono anche i conti pubblici degli stati e i bilanci delle banche, in particolare di quelle che sono da tempo più inguaiate delle altre perché sono piene di sofferenze o di titoli tossici.

Di conseguenza, sottolinea ancora Vaciago, una nuova e possibile recessione rischia adesso di essere davvero globale, mentre nel 2008 era ancora in parte attenuata dalla vitalità dei paesi emergenti. Per questo, una crisi nel 2016 potrebbe essere addirittura uguale o pure peggiore di quella del 2008, se i governi delle grandi potenze economiche del pianeta non faranno niente per rilanciare la crescita. Affidarsi alle sole politiche monetarie della Fed o della Bce, infatti, equivale praticamente a una resa. “Le banche centrali sono brave a fare il loro mestiere”, conclude Vaciago,” che è quello spegnere gli incendi, non di ricostruire la casa bruciata, un ruolo che spetta invece a chi governa” . Con questi chiari di luna, insomma, l'anno appena iniziato non si preannuncia certamente facile.

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