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Economia

Coronavirus: le aziende chiudono e la Cina trema

Anche Hyundai e Kia costrette a sospendere la produzione per mancanza di componentistica mentre il prezzo del petrolio è in caduta libera

Il Coronavirus sta mettendo in ginocchio la Cina: il bilancio si aggrava di ora in ora e gli ultimi dati parlano di 425 morti e oltre 20.400 persone infettate e mentre è una corsa contro il tempo per evitare che il diffondersi del virus si trasformi in pandemia iniziano ad avvertirsi i primi effetti concreti a livello economico globale.

Auto

Hyundai motor e la sua controllata Kia motors hanno dovuto sospendere la produzione di alcune linee di veicoli per mancanza di componentistica proveniente dalla Cina visto che per ordine del Governo centrale almeno fino al 9 febbraio le aziende devono rimanere chiuse. Questo determina a cascata la paralisi del Paese intero e il rallentamento dell'economia globale.

Toyota ha interrotto la produzione fino al 9 febbraio. Psa ha dichiarato di procedere al rimpatrio del personale europeo presente in fabbrica e la sede di Whuan è stata evacuata. Proprio Whuan, il cuore del contagio, è la capitale cinese dell'auto e lì ha sede, tra le altre anche Dongfeng Motor che produce vetture per marchi come Renault, Honda, General Motors, e il Gruppo Psa.Sempre a Whuan sono ferme un gran numero di aziende che producono componentistica, da Bosch a Valeo fino a Magneti Marelli e lo stop alla produzione e quindi all'export di questi componenti rallenterà il mercato globale come dimostra la momentanea sospensione della produzione di Hyundai e Kia Motors

Petrolio

Basti pensare a cosa sta accadendo in queste ore al prezzo del petrolio. Il Brent (ovvero il greggio) è crollato del 3,9% scendendo sotto il valore dei 55 dollari al barile e il Wti del 3,1%. Questo perché la Cina è il principale importatore mondiale di petrolio con 14 milioni di barili al giorno.Come riporta Reuters la maggiore raffineria asiatica, Sinopec, ha tagliato la produzione di circa 600 mila barili al giorno nel mese di gennaio, mentre la provincia dello Shandong, che importa il 20% del greggio consumato dalla Cina, ha tagliato la produzione dal 30% al 50% nell'ultima settimana e l'Opec Plus starebbe considerando un ulteriore taglio di 500.000 barili di greggio al giorno.

Aerei

Il blocco totale dei trasposti si sta trasformando in un incubo logistico con un impatto pesante sulla catena distributiva globale cui si aggiunge il blocco dei voli da e per la Cina. British Airways ha sospeso ogni volo per il Paese del Dragone e lo stesso, dal primo febbraio, farà il gruppo aereo indonesiano Lion Air, che possiede la più grande flotta dell'Asia sud-orientale e che serve oltre 15 destinazioni in Cina. Delta Airlines permette a coloro che hanno già prenotato il volo di cambiare destinazione senza costi aggiuntivi mentre United Airlines ha sospeso una buona parte dei voli fino all'8 febbraio e lo stesso ha fatto Hong Kong Cathay Pacific che prolunga fino a fine marzo l'allerta. Lo scopo è quello di prevenire l'espansione a macchia d'olio del contagio, ma il costo in termini economici è altissimo.

Export

Dalla Cina non si esce e non si entra e al momento quella che viene considerata la "fabbrica" globale è chiusa. Ai tempi della Sars il virus costò alla Cina la perdita di 25 miliardi di dollari in Pil, cui vanno sommati gli oltre 200 miliardi bruciati dalle Borse asiatiche.Questa volta potrebbe andare anche peggio. Già oggi si stima un ribasso dell'1,2% del Pil nel primo trimestre anche perché a chiudere non sono solo le fabbriche locali, ma i colossi internazionali con sede cinese. Già sospese le attività di McDonald e Starbucks in diverse regioni della Cina; lo stesso vale per H&M e Ikea e Walmart - la più grande catena di distribuzione al mondo con oltre 400 punti vendita in tutta la Cina - sta valutando la chiusura dei punti vendita.

Varie

In ginocchio anche l'industria dell'intrattenimento dopo la chiusura di Disneyland Shangai aperto da poco più di 4 anni con un investimento di 5 miliardi di dollari e un traffico turistico da 5 milioni di visitatori l'anno e anche Disneyland Hong Kong ha annunciato la momentanea chiusura del suo parco dei divertimenti che muove 100.000 visitatori al giorno.E non finisce qui il bollettino di guerra di una crollo economico che arriva proprio al termine dell'annus horribilis per l'economia cinese la cui crescita non è mai stata tanto lenta.

Lusso

A pagare un conto salatissimo infatti sarà il mercato del lusso che rischia di essere travolto dell'epidemia. Basti pensare che il settore solo nel 2018 è cresciuto del 5% a 1,3 miliardi di miliardi di euro e gli acquirenti cinesi, in patria o fuori dai confini nazionali, hanno contribuito al 90% a questo incremento.Uno studio riportato da Financial Times spiega come per brand quali Swatch, Richemont, Burberry, Kering, Moncler o galassia Lvmh una caduta anche solo del 10% dei consumi cinesi nel primo semestre 2020 comporterebbe una diminuzione del 2% dei ricavi delle compagnie legate al lusso e a un calo del 4% dei profitti annuali. Swatch, ad esempio, ha deciso di annullare il Salone dell'orologeria di Zurigo per evitare l'eventuale diffusione del virus e in occasione della Milano Fashion Week i buyer ed espositori cinesi potranno collegarsi solo via web con l'evento e questo, secondo la camera della moda, genererà una perdita che oscilla tra l'1,5 e 1,8%. Al momento è difficile pensare a una fuga in massa degli investitori dal mercato cinese ma il Consiglio per la promozione del commercio internazionale ha già messo a disposizione di chi ne abbia bisogno dei certificati di inadempienza commerciale per causa di forza maggiore resi a quelle aziende – si legge nel documento - che "non sono riuscite a rispettare contratti nei tempi previsti o non riescono ad adempiere a contratti di commercio internazionale" a causa di un comprovato ritardo o cancellazione di servizi di trasporto via terra, aria o mare. Questo dovrebbe essere valido sia per i contratti di export non rispettati dalle aziende cinesi sia per quelli di import verso il Dragone. Si tratta di una misura straordinaria che potrebbe tradursi in beffa nei confronti soprattutto degli USA che avevano appena portato a casa un punto a favore nella war trade con la firma dell'accordo commerciale che impegnava la Cina a comprare prodotti Usa per 200 miliardi di dollari nei prossimi due anni.

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