Edoardo Frittoli

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E' stato uno dei simboli dell'Italia degli anni '60 e '70. Stiamo parlando della mitica Lambretta, di cui proprio in questi giorni si ricorda il 50° anniversario del lancio dell'ultimo modello, la serie DL.

Ecco le foto e la storia di questo scooter e del contesto storico di quegli anni difficili rivissute con le immagini di Casa Lambretta.

Lambrate, ultima chiamata

Quando fu presentata la serie DL, lo stabilimento di Lambrate guidato dal figlio del fondatore Ferdinando, Luigi Innocenti, contava un totale di 6.500 dipendenti. Questi erano divisi nei due principali rami della produzione, auto e motoveicoli. All'inizio del 1969 la maggior parte delle maestranze era impiegata nel settore delle quattro ruote dove venivano prodotte su licenza le Mini in virtù degli accordi con la britannica BMC (British Motor Company e più tardi British-Leyland). Gli operai impegnati nella produzione dei motoveicoli (scooter e motocarri) erano rimasti in totale 1.800. La produzione si attestava allora su un totale di 170.000 unità all'anno, con 4.500 punti vendita e assistenza e stabilimenti in Europa Asia e America per la produzione su licenza. Descritta soltanto con queste cifre, la situazione del marchio di Lambrate potrebbe sembrare a prima vista florida. In realtà l'azienda che aveva fatto assieme alla Piaggio la storia della prima motorizzazione italiana si trovava in una situazione di profonda difficoltà dovuta a molteplici fattori, sia economici che sociali.

La produzione di punta del settore due ruote era quello degli scooter a ruote basse, nella quale l'azienda milanese era impegnata sin dal 1947. La dirigenza Innocenti aveva deciso di puntare sulle cilindrate fino a 50cc per garantirsi una fetta di mercato in espansione che era quello dei giovanissimi ma che era nel complesso meno redditizia per i prezzi di listino inferiori dei modelli più piccoli. Per questo nel 1968 era nato il "Lui", il ciclomotore disegnato dalla matita di Bertone. Per sostenere le vendite era necessario tuttavia "svecchiare" i modelli Lambretta di cilindrata superiore che erano rimasti sostanzialmente uguali dai primi anni '60. Era quest'ultima anche una mossa per contrastare ancora una volta la rivale Vespa, che in quei mesi aveva presentato sul mercato un'accattivante e sportiva "Rally". I fondi per rifare integralmente un progetto, però, mancavano e per superare l'ostacolo si puntò sul design, coinvolgendo ancora Nuccio Bertone.

L'ombra dei grandi scioperi 

Mentre il maestro torinese si metteva al tecnigrafo, scoppiavano nelle grandi fabbriche italiani gli scioperi che avrebbero portato alle paralisi dell'autunno caldo del 1969. A Lambrate il 25 febbraio le linee di produzione sono bloccate da 100 operai addetti alle gru che chiedono il rinnovo del cottimo. L'azienda risponde con la cassa integrazione straordinaria che innesca una tensione permanente tra azienda e dipendenti culminata poi con la paralisi produttiva degli ultimi mesi dell'anno: dal settembre al dicembre 1969 le industrie metalmeccaniche milanesi vissero praticamente uno sciopero alla settimana, con cortei che molto spesso sfociarono in scontri con le forze dell'ordine.

Il canto del cigno: DL 125, 150 e 200

Nel silenzio assordante di Lambrate, Bertone uscì con il disegno definitivo dell'ultima Lambretta prodotta nello stabilimento che fu tra i simboli della Milano capitale economica. La Lambretta DL (sigla che stava per De Luxe) era stata aggiornata nel segno della sportività, caratterizzata dalle linee più filanti, dal faro di forma rettangolare, dai colori accesi e dalle due evidenti bande nere lungo i cofani laterali. Saltava all'occhio anche un curioso adesivo sullo scudo, una specie di macchia d'olio in stile "cartoon" che sarà all'origine del soprannome che l'ultima Lambretta ebbe dal pubblico: la "macchia nera". Le velleità sportive si riflettevano anche nel propulsore, che pur rimanendo il classico monocilindrico orizzontale ben incastonato tra telaio e cofani, era stato migliorato nelle prestazioni. Le cilindrate erano tre: 125, 150 e 200cc. così come le colorazioni vivacissime che corrispondevano alla cilindrata. Biancospino e turchese per la 125, ancora biancospino o rosso vivo per la 150, e soltanto il colore ocra per la più performante (e oggi più ricercata) 200DL. Dopo la metà del 1970 le finiture clacson e ghiera luce posteriore divennero in plastica nera, mentre fu introdotta anche la più moderna accensione elettronica.

A fatica, tra una serrata e uno sciopero, dalle linee di produzione di Lambrate uscirono complessivamente circa 45.000 esemplari della DL, fino a quando l'azienda decise di abbandonare del tutto la sfida delle due ruote e cessare per sempre la produzione del mitico scooter simbolo della Milano del boom economico. Era il mese di Aprile del 1971.

"Innocenti e vittime": la DL e l'omicidio Floris

Appena un mese prima della fine della produzione, proprio una Lambretta DL senza i cofani si rese protagonista del primo delitto che segnò la lunga e drammatica stagione del terrorismo in Italia. Il 26 marzo 1971 i terroristi rossi del gruppo "XXII ottobre" uccisero dalla sella dello scooter Innocenti il funzionario Iacp Alessandro Floris. Un fotografo immortalò la scena con la vittima che cercava disperatamente di aggrapparsi alla Lambretta in fuga. Una macchia di sangue rosso partita da una "macchia nera".


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