Aziende

Chi ha paura di McDonald's? Controinchiesta sulla multinazionale del fast food

Viene dipinta come la catena del cibo-spazzatura ed è accusata di sfruttare i dipendenti. Siamo entrai nell'azienda per sfatare alcuni falsi miti

Guido Fontanelli

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Pisa, venerdì 24 novembre: manifestazione degli studenti contro l’alternanza scuola-lavoro, occupato il McDonald’s della stazione ferroviaria. Milano, venerdì 17 novembre: corteo di studenti, fumogeni, striscioni e vetrine imbrattate. Presi di mira l’Enel, alcune banche, un ristorante McDonald’s. A Trento protesta-fotocopia con picchetto davanti al McDonald’s. Un mese prima, medesimo copione con cortei in varie città italiane: spray di vernice sulle sedi di grandi aziende e di istituti di credito e occupazione del McDonald’s di Piazza Duomo a Milano. E se riavvolgiamo la pellicola di un anno, eccoci a Torino con sacchi di letame i rovesciati davanti al fast-food americano mentre un portavoce al megafono spiegava: «Questo è quello che pensiamo dell’alternanza scuola-lavoro che il governo ci vuole imporre».

Il mondo della scuola è in fibrillazione contro la collaborazione tra istituti superiori e aziende introdotta dal governo Renzi nel 2015 per avvicinare i ragazzi degli ultimi anni al mondo del lavoro. Il ministero dell’Istruzione ha firmato una settantina di accordi con altrettanti imprese, enti e fondazioni e oltre 650 mila studenti delle terze, quarte e quinte hanno vissuto un’esperienza di alternanza scuola-lavoro nell’anno scolastico 2015-2016. Un migliaio di giovani hanno scelto di farlo da McDonald’s, per due settimane, lavorando 3-4 ore al giorno. Ma alcune organizzazioni studentesche contestano l’alternanza, bollata come una forma di sfruttamento.

Al di là della critica legittima a uno strumento perfettibile ma considerato normalissimo in altri Paesi come la Germania, quello che colpisce in queste proteste è l’accanimento contro McDonald’s. La catena si trova nuovamente sotto assedio. Un bersaglio facile, certo: marchio noto, ristoranti ben visibili, nomea di cattivo datore di lavoro (McJob è sinonimo di posto mal pagato) e fama di dispensatore di alimenti di bassa qualità, il "junk-food" o cibo-spazzatura. Di recente la catena è stata presa di mira anche da organizzazioni di estrema destra come Casa Pound a Firenze, in quanto simbolo dell’imperialismo americano, oltre che da organizzazioni animaliste e vegane. Ma molte delle accuse rivolte contro la McDonald’s trovano radici in pregiudizi ideologici, falsi miti e vere e proprie bufale e fake news. Dimenticando che ogni anno il gruppo investe nel nostro Paese 250 milioni di euro e assume mediamente mille persone.

Prendiamo la vicenda dell’alternanza scuola-lavoro partendo da un episodio concreto: a Ravenna cinque studenti del liceo scientifico Oriani decidono di fare un’esperienza lavorativa da McDonald’s. Interviene su Facebook il deputato Giovanni Paglia di Sinistra Italiana, che scrive: "Hanno costruito un Paese in cui si ritiene normale il lavoro coatto e non pagato per una friggitoria multinazionale da parte di studenti che avrebbero il diritto a ben altre ambizioni".

Il caso poi diventa nazionale grazie al giornalista Massimo Gramellini che nella sua rubrica quotidiana "Il caffè" sulla prima pagina del Corriere della Sera stigmatizza così la scelta degli studenti: "Se quei potenziali ingegneri lavorassero gratis presso un falegname, un cuoco o un barbiere penserei che stanno impiegando il loro tempo libero per apprendere i segreti dell’artigianato italiano. Saperli invece entusiasti di regalare le loro energie a una multinazionale che, date le sue dimensioni planetarie, non può che offrire dei lavori standardizzati e considerare i dipendenti dei numeri intercambiabili, mi fa capire che quei ragazzi ragionano in modo diverso".

Snobismo sconfortante

«Stimo e trovo molto simpatico Gramellini, tuttavia il suo articolo risente di uno snobismo intellettuale sconfortante» ha dichiarato al sito Ravennaedintorini.it Gianluca Dradi, dirigente del liceo di Ravenna. Fare un’esperienza lavorativa da McDonald’s "è pur sempre una modalità per comprendere il mondo del lavoro e quindi svolge la sua funzione orientativa consentendo allo studente di cimentarsi con le regole di funzionamento del mondo che li circonda. Non ci vedo niente di male se degli studenti scelgono di farla". D’altra parte, imparare a gestire il rapporto con la clientela e vedere come funziona una macchina complessa come la più grande catena di fast-food del mondo è probabilmente più interessante che entrare nella cucina di una pizzeria.

Una delle studentesse che hanno partecipato all’alternanza scuola-lavoro ha raccontato la propria esperienza allo stesso sito di Ravenna: "Ho fatto questa scelta perché mi pareva quella più attinente con il mondo reale del lavoro, potrà essermi utile un domani se avrò l’urgente bisogno di un impiego stabile. Il primo giorno è andato molto bene, mi è stato assegnato il turno pomeridiano e l’accoglienza è stata ineccepibile, ci è stato mostrato tutto il ristorante e spiegate regole e mansioni che dovremo svolgere. Non possiamo ovviamente cucinare per via delle normative sulla sanità, ma battiamo alla cassa, diamo il resto, puliamo i vassoi e vi disponiamo i pasti per i clienti, dopo aver preso l’ordinazione. È stato molto stancante sì, ma comunque un’esperienza nuova ed eccitante".

È evidente che in certi ambienti la grande "M" gialla fa scattare un riflesso condizionato. "È l’ideologia no-global, anti-mondialistica, venata da un atteggiamento snobistico che nutre questi movimenti contro McDonald’s" sostiene Alberto Castelvecchi, docente alla Luiss, fondatore dell’omonima casa editrice ed esperto di comunicazione. "Si accusa la catena di fast-food di fare male alla salute o di danneggiare il pianeta, ma se vado a mangiare una bistecca in un comune ristorante non cambia nulla. Così come si critica l’azienda americana per le condizioni di lavoro dimenticandosi dei lavoratori stagionali sottopagati nelle località di vacanza. È solo ideologia, che grazie a internet si diffonde a macchia d’olio. Penso invece che un’esperienza lavorativa in un fast-food sia interessante: forse umile, ma non umiliante. Non a caso ora alla Luiss insegniamo anche a lavorare nell’orto".

Lavoro e falsi miti

Uno dei classici falsi miti riguarda le condizioni di lavoro: è convinzione comune che i dipendenti dei ristoranti McDonald’s (quasi tutti di proprietà di imprenditori in franchising) siano assunti con contratti temporanei, siano pagati poco e siano sfruttati. Sicuramente lavorare nei ristoranti della catena non è una passeggiata: nei forum dedicati sono in molti a lamentare ritmi frenetici, ma è anche vero che nelle ore di punta in qualsiasi bar o ristorante si fatica parecchio. E poi, dei 20 mila dipendenti che lavorano per i ristoranti del gruppo in Italia, il 94 per cento ha contratti stabili (di apprendistato o a tempo indeterminato). Il 35 per cento sono studenti, il 60 per cento donne. Lo stipendio alla McDonald’s dipende ovviamente dalla mansione: un ragazzo con un contratto part time di 24 ore settimanali guadagna 800 euro lordi al mese, che salgono a 900 netti con notturni e festivi. Un direttore di primo livello prende sui 2.100 euro lordi al mese e può incassare un bonus annuale fino a ottomila euro. 

Molti fanno il part time, perché il contratto nazionale del commercio non consente di poter dividere il tempo pieno a seconda delle necessità del ristorante: per esempio, metà del tempo al mattino e l’altra metà alla sera. Cosa che invece possono fare i camerieri dei ristoranti normali, che in genere non rispettano il contratto di categoria: nel settore "horeca" (hotel, ristoranti e catering) il 35 per cento dei lavoratori sono in nero

In continua crescita, il sistema McDonald’s ha accolto negli ultimi cinque anni cinquemila nuovi assunti, di cui 3.500 tra i 18 e i 24 anni, dando loro la possibilità di fare il primo ingresso nel mondo del lavoro. I dipendenti sono sottoposti a un programma di formazione che in Francia e nel Regno Unito viene riconosciuto come titolo di studio professionale: complessivamente 800 mila ore all’anno, che spaziano dall’accoglienza, alla gestione manageriale fino alla sicurezza alimentare.

Il cibo è sicuro?

E qui si tocca un tema dove le bufale sul cibo di McDonald’s si sprecano: dall’hamburger fatto con gli scarti lavati in ammoniaca, al panino che dopo anni è rimasto misteriosamente intatto nella tasca di un soprabito. La verità è che i 565 ristoranti McDonald’s sono tra i più controllati d’Italia: ricevono annualmente circa 200 visite spontanee (cioè non indotte da denunce) dalle Asl, mentre ogni locale viene controllato due volte all’anno dalla società esterna Biolab, che replica gli stessi test di sicurezza alimentare e di igiene delle Asl. Per quanto riguarda la qualità del cibo, l’80 per cento dei fornitori della società sono italiani. La carne per esempio viene dall’Inalca (gruppo Cremonin). Abbiamo chiesto a questa società se il prodotto venduto alla catena è diverso da quello che finisce sugli scaffali dei supermercati: "La carne fornita a Mc Donald's Italia proviene esclusivamente da allevamenti italiani e non subisce alcun trattamento particolare se non il solo processo di macinatura e surgelazione" risponde Giovanni Sorlini, responsabile del dipartimento Quality assurance, environment and sustainable development di Inalca. "Ed è la stessa materia prima che viene fornita anche alla grande distribuzione". Il pane invece viene da un’azienda con sedi in provincia di Modena e di Roma; l’insalata da Bergamo; il parmigiano da Reggio Emilia; l’olio da Cosenza; nel ketchup c’è pomodoro italiano; il pollo è della Amadori, le torte della Bindi. "Ogni anno acquistiamo prodotti agroalimentari italiani per un valore di 200 milioni" dice Mario Federico, amministratore delegato della McDonald’s italiana, 54 anni, con precedenti esperienze nel gruppo tra Europa ed Estremo Oriente. "Solo di parmigiano ne compriamo 116 tonnellate, equivalenti a 3.500 forme". Inoltre la catena lancia periodicamente delle promozioni di prodotti tipici italiani: la carne chianina, lo speck, la rucola. 

Il risultato è che il mondo dell’agricoltura vede nella catena un partner molto interessante, capace di aprire le porte di un grande mercato: "McDonald’s per noi non rappresenta una minaccia ma un’opportunità" sostiene Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura: "La nostra volontà è fare squadra, agire in modo sinergico con tutte le realtà che come McDonald’s  possano essere al nostro fianco, nel raggiungimento dei nostri obiettivi: la valorizzazione degli ottimi prodotti agricoli che produciamo e la crescita, in modo sostenibile e sicuro, della loro presenza a livello globale". Seppur con toni più prudenti, anche la Coldiretti è fiduciosa: "McDonald's può essere un’opportunità per i coltivatori e gli allevatori nazionali se si procederà con decisione nella valorizzazione del vero Made in Italy nei menu con un adeguato riconoscimento economico per i produttori" dichiara il presidente Roberto Moncalvo. "Alcuni primi risultati sono stati ottenuti dalla fornitura di carne di alta qualità proveniente dagli allevamenti italiani di vitelloni di razze italiane storiche, dalla chianina alla piemontese, ma molto di più si può fare".

Uno dei vantaggi di diventare fornitore della McDonald’s è vedersi aprire le porte di altri mercati: "Oggi i clienti dei nostri ristoranti in Russia mangiano carne Inalca" rivela Federico. "Le brioches fatte a Napoli vanno a finire anche in Austria, Belgio, Germania, Svizzera. E sempre in Svizzera si condisce l’insalata con olio italiano". Inoltre, per rafforzare il legame con il mondo dell’agricoltura italiana la McDonald’s ha lanciato tre anni fa un progetto riservato a giovani imprenditori agricoli che si distinguono per innovazione e sostenibilità: ai 20 migliori è stato offerto un contratto triennale di acquisto di prodotti. Il progetto verrà replicato nel 2019.

Naturalmente tutto questo non vuol dimostrare che la McDonald’s è il paradiso: è un’azienda che fattura in Italia oltre un miliardo di euro, formata da imprenditori che vogliono fare profitti. Nei suoi menù offre anche alimenti poco dietetici e sicuramente non vegani. Però in questi anni non solo ha dimostrato di rispettare le regole, e in un mondo un po' selvaggio fatto di bar, pizzerie e kebab, non è poco. Ma soprattutto ha creato posti di lavoro, ha sostenuto l’agricoltura e ha prodotto ricchezza: ogni quattro anni inietta nell’economia italiana un miliardo di euro di acquisti. Forse per uno studente è un mondo più interessante del negozio di un barbiere o del ristorante sotto casa. 

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