200 anni di Karl Marx: dove ha sbagliato

Perché il pensatore è stato una catastrofe per il movimento operaio e sindacale. Oggi, più del politico o dell'economista, resta il filosofo

Karl Marx

La statua del filosofo Karl Marx a Berlino - 4 maggio 2018 – Credits: Sean Gallup/Getty Images

Stefano Cingolani

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Il 5 maggio di duecento anni fa Karl Marx nasceva a Trier (Treviri) in una casa borghese oggi trasformata in museo. Una messe di rievocazioni tutto sommato benevole se non compiacenti riempiono oggi librerie, televisioni, giornali, cinema (è nelle sale il film sul giovane Marx).

E non solo in Italia. Il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker ha inaugurato una gigantesca statua inviata dalla Cina nella città natale di Marx. Il Financial Times ha recensito in modo entusiasta una biografia molto simpatetica scritta dallo studioso svedese Sven-Eric Liedman. Il quotidiano della city intitola l’articolo: “Perché Marx è più rilevante che mai”. Rilevante lo è stato, senza dubbio, che lo sia ancora è quanto meno discutibile, soprattutto la sua rilevanza è nell’insieme negativa.

Qualche riflessione

Il tentativo di riverniciare la critica del capitalismo alla luce della crisi dell’ultimo decennio è mistificante e impedisce di ammettere che Marx è stato una catastrofe per il movimento operaio e sindacale. Quel movimento è sopravvissuto, si è rafforzato e ha dato un grande impulso alla modernizzazione della società, nonostante il marxismo, perché è stata la democrazia liberale non la dittatura del proletariato ad offrire l’infrastruttura, l’intelaiatura legale, ideale e politica che ha consentito alla classe operaia di crescere, strappare nuove conquiste, acquisire nuovi diritti.

Marx aveva capito che la classe sociale forgiata dal capitalismo e contrapposta alla borghesia aveva bisogno non solo di una proiezione organizzativa, ma di idee forti, anche semplificate, così come erano state quelle di Adam Smith per i partiti liberali.

Non che il movimento operaio, nato nelle fabbriche, non avesse propri riferimenti culturali, per esempio in quello che lo stesso Marx chiamava “il socialismo utopistico” o nel riformismo laburista fiorito soprattutto in Inghilterra. Tuttavia l’ideologia marxista nata in origine per distruggere l’ideologia borghese e con essa tutte le altre manifestazioni ideologiche tra le quali era compresa la religione, si è dimostrata fallace.

Gli errori di Marx

Gli errori sono cominciati con l’economia dove Marx mise in piedi una versione complicata e faticosa della teoria classica del valore. È vero, ha visto chiaramente gli sviluppi della grande impresa industriale, soprattutto nel terzo volume del Capitale rimasto incompiuto, ha capito (anche se non è stato il solo) che il capitalismo alterna crisi e sviluppo, o che l’utilizzo massiccio delle macchine riduce “il tempo di lavoro necessario”, però è rimasto intrappolato nelle proprie contraddizioni.

Marx sosteneva che i prezzi e il saggio di profitto sono incomprensibili e indeterminabili se non si parte dal valore-lavoro. In sostanza il profitto nasce dalla differenza tra il tempo di lavoro necessario a ricostituire i costi di produzione e il pluslavoro sottratto all’operaio (è questa la base teorica dello sfruttamento come pilastro del capitalismo).

Ma il fatto è che prezzi e profitti possono benissimo essere determinati senza alcun riferimento ai valori. E dopo il lavoro teorico di Piero Sraffa dovrebbe riconoscerlo anche chi non accetta che l’unica misura sia l’incontro tra domanda e offerta.

L’applicazione della scienza e della tecnica, la concentrazione, il primato della finanza, il consumo opulento, l’aumento del saggio di profitto invece della sua “caduta tendenziale”, tutto ciò relega definitivamente in soffitta la teoria marxista.

Il pensiero politico

Quanto al pensatore politico, ha fallito non solo per colpa di Lenin, di Stalin, di Mao, o del fatto che la rivoluzione non sia scoppiata nelle economie industriali avanzate, in Inghilterra o in Germania, ma in paesi preindustriali e tutto sommato precapitalistici (la “rivoluzione contro il Capitale” così Gramsci, che sarebbe divenuto comunista, giudicò la rivoluzione d’ottobre sul giornale della sinistra socialista, l’Ordine Nuovo).

No, le origini del totalitarismo comunista sono nella idea marxiana di una “dittatura del proletariato” che sostituisse la “dittatura della borghesia” della quale la democrazia liberale sarebbe solo una maschera vuota.

La pensavano diversamente i socialisti tedeschi che scelsero di combattere la lotta di classe seguendo le vie legali, grazie alla conquista del diritto di voto e del diritto di sciopero, con somma irritazione di Marx che si scagliò contro il programma adottato nel 1875 al congresso di Gotha dai socialisti i quali “osavano” chiedere aumenti salariali e il suffragio universale invece di fare la rivoluzione.

Anche quando nel 1891 con il programma di Erfurt accolse il marxismo, annunciando la caduta del capitalismo grazie alle proprie contraddizioni, il partito socialdemocratico (SPD) restò fedele alla originaria impostazione.

Le pagine più belle e profetiche riguardano la funzione storica del capitalismo contenute nel “Manifesto del partito comunista” scritto nel 1848, l’anno delle rivoluzioni liberali in tutta Europa. C’è non solo il riconoscimento della funzione rivoluzionaria della borghesia, ma un vero e proprio elogio della globalizzazione. “Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un’impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutti i paesi”. E ancora: “Con il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni infinitamente agevolate, la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più barbare”. Una frase che oggi i farisei di una pseudo-sinistra giudicherebbero politicamente scorretta.

Cosa resta oggi

Più del Marx economico e di quello politico, duecento anni dopo resta il Marx filosofo, quello che analizza l’alienazione come condizione dell’uomo moderno espropriato della propria essenza.

La potenza della merce e la sua capacità di sussumere in sé e stravolgere le componenti più autentiche e profonde dell’umanità, è qualcosa che parla anche a noi, purché non banalizziamo l’analisi in slogan tipo No Logo.

La stessa potenza perversa, infatti, può essere applicata alle istituzioni, allo stato, al Leviatano, alla nazione e a tutto ciò che ha in sé il rischio di diventare un modello totalizzante e totalitario. C’è un giovane Marx umanista e libertario, dunque, che il Marx maturo ha soffocato. E c’è un Marx capace di capire che il capitalismo è un Proteo in continua mutazione, sia per proprie virtù intrinseche sia perché il suo involucro, la sovrastruttura ideale, giuridica, politica, ha consentito quelle trasformazioni.

Il pensatore di Treviri, purtroppo, viene ricordato per i suoi fallimenti, è un paradosso o, direbbe lui, una eterogenesi dei fini.

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