«Caro compagno, succhia via da me i 570 demoni dell’amore» Lettere non d'amore
«Caro compagno, succhia via da me i 570 demoni dell’amore» Lettere non d'amore
Cultura

«Caro compagno, succhia via da me i 570 demoni dell’amore» Lettere non d'amore

Poche cose sono noiose come le lettere d’amore. Gli innamorati tendono a ripetersi, e non nel senso di Bach. Bene che vada, lo schema è quello wertheriano: 1) Che gioia pensare a te 2) Mi trovo in un ambiente …Leggi tutto

 


Poche cose sono noiose come le lettere d’amore. Gli innamorati tendono a ripetersi, e non nel senso di Bach.
Bene che vada, lo schema è quello wertheriano: 1) Che gioia pensare a te 2) Mi trovo in un ambiente mondano, ma senza te mi sento solo 3) Ho incontrato una persona che ti somiglia ma 4) non vedo l’ora di ricongiungermi a te perché 5) mi manchi in quanto 6) non rispondi alle mie lettere ma come non sai che 7) io ti amo.

Roland Barthes nei Frammenti dice che persino Freud si era risentito perché sua moglie non gli rispondeva, e le aveva intimato di porre fine ai suoi monologhi anche solo con una riga, per paura di trasformarsi da solo in assenza di lei, e di non riconoscersi una volta che si fossero rivisti.

Spesso è più onorevole per chi la riceve una lettera di odio di quanto lo sia per chi scrive una lettera d'amore. «Se obbedissi al mio primo impulso – scrive Cioran – passerei le giornate a scrivere lettere di ingiurie e di addio». Chi non pagherebbe per ricevere una lunghissima e articolata lettera d’odio non sa niente sull’amore (e forse nemmeno sul valore del denaro).

Una donna che ha calpestato questa terra ha avuto il coraggio che a noi è sempre mancato di chiedere al suo spasimante di scriverle lettere non d’amore. Non gli chiese semplicemente «non scrivermi più», ma «se vuoi che ti risponda, scrivimi di tutto, fuorché d’amore».

Si chiamava Alja Kagan ed era la sorella di Lili Brick (moglie di Osip Brick e amante amata di Majakovskij). Lui era Viktor Šklovskij, iniziatore e sperimentatore del formalismo, collega e amico di Roman Jakobson. Si incontrarono a Berlino nel 1922.

Negli anni ’20 i bar di Berlino sono pieni di russi coi pantaloni senza piega che parlano a voce troppo alta oppure non parlano per niente. Chi più chi meno, soffrono la condizione degradante dell’emigrazione – che spesso è una tregua dopo una fuga per i ghiacci finlandesi – hanno nostalgia di casa e seppure ancora giovani vivono giorni duri come l’acciaio. Si riconoscono perché tra loro parlano di rivoluzione, paura, letteratura e donne. Vivono vicino allo zoo, e ogni volta che mettono piede fuori casa non possono non guardare le scimmie con commiserazione fraterna.

Insomma lei gli dice siccome il tuo amore non è gioioso, tu non sei leggero, l'amore è un lusso dispendioso per infelici come noi e soprattutto non ho intenzione di amarti, per favore: se vuoi che io ti risponda (cioè se vuoi avere qualche possibilità che io ti ami) non nominare mai quella parola. E lui lo fa.

«Mi hai assegnato due compiti», le scrive; «1) Non telefonarti. 2) Non vederti. Adesso sono un uomo impegnato»

Per rispettare l'interdizione, Šklovskij le parla del tempo: a Berlino fa meno freddo che a San Pietroburgo, gli animali dello zoo si stiracchiano al sole di primavera (primavera nella Russia bolscevica è una parola proibita, come fiore, cielo, cuore, nuvola), le strade con le case tutte uguali si ripopolano.

Le parla degli altri russi: poeti affamati, scrittori sradicati, ubriaconi silenziosi o molesti, e qui (nel libro e nel tempo del racconto) appare Boris Pasternak. Anche lui è a Berlino, dove sua moglie l’ha preceduto col figlioletto.

Si dà il caso che le lettere di Pasternak (di quando era ancora a Mosca) a sua moglie Ženia sono delle lettere d’amore. Anzi: sono il cliché originario delle lettere d’amore, lo stampo primo. Se volete scrivere lettere d’amore, prendete queste e della carta carbone e cominciate a copiare.

Si dà anche il caso che siano letteralmente insopportabili. Per quanto meravigliose, e per quanto Pasternak fosse bellissimo («somiglia contemporaneamente a un arabo e al suo cavallo», disse di lui Marina Cvetaeva), l’amore gronda da ogni riga con una munificenza spudorata.

Sua moglie gli parla di soldi, di affitto, di quanto le manchi dipingere, del freddo, del bambino malato (cioè gli parla della vita che contiene e alimenta l’amore) e lui? Lui la ama, la ama, la ama. Lei gli risponde duramente, lo rimprovera, e lui non reagisce, perché la ama. Insomma ne è irritata, ma al contrario di Alja non ha il coraggio di dirgli di smetterla: gli chiede invece di amarla meglio, di scrivere meglio, e soprattutto di non idealizzarla. Lui la chiama Musa, bambina, sorella. Lei sbuffa. L’accusa che gli muove ruota attorno alla questione se lui ami davvero lei o ami invece l’idea dell’amore, che può trasformare in poesia e romanzo. Lui tentenna.

Gli sforzi che Šklovskij fa per non parlare d’amore sono invece commoventi proprio perché il suo non è commento ma gesto d’amore. Laddove le lettere di Boris sono la incantevole e terrificante didascalia dell’amore, quelle di Viktor ne sono l’incarnazione laica.

È davvero, come diceva lui stesso, «un libro così innamorato che non lo si poteva tenere in mano senza scottarsi». Il suo è un esercizio sfinente: ogni cosa del mondo diventa una metafora della sua ossessione, ma una metafora leggera, perché lei non si spaventi.

Ma anche quando le parla di meccanica, di macchine, non riesce a dimenticare lei e sé stesso: gli elevatori del porto di Amburgo succhiano tonnellate di grano e carbone, e lui vorrebbe nuotare verso uno di loro e dire «caro compagno, succhia via da me i 570 demoni dell’amore che si sono impossessati della mia anima». Muovendosi nel campo minato imposto dalla prescrizione, le parla della forza di trazione di alcune automobili, della sensazione di restare incollati al sedile quanto più aumenta la velocità, del rumore di certi congegni. Lei, però, capisce. Legge l'amore tra righe non d'amore e gli rimprovera di parlare sempre di sé. L’esperimento non può riuscire, perché è riuscito.

L’interdizione si fa insostenibile per lui, perché non può non suonare al suo cuore simile alla proibizione delle parole “poetiche” messa in atto dalla censura sovietica. La speranza portata dall’amore si è trasformata in una gabbia al pari di quella dell’esilio e di quelle dello zoo di fronte. E qui accade una specie di gioco di prestigio: lui inserisce una lettera di lei, «la migliore di tutto il libro», e la barra con una X rossa pregandoci di leggerla solo alla fine o anzi meglio di non leggerla affatto. È molto bello assecondare gentilmente questo desiderio, entrare in questa economia di doni amorosi fondati sulla sordina e sulla ritenzione della parola d’amore.

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Ed è davvero la lettera-chiave del libro, non perché sveli dei retroscena o contenga lirici abbandoni, ma anzi proprio per il suo tono piano, la sua naturale accessibilità. È in questa lettera e grazie ad essa che Alja, da destinataria delle metafore, diventa essa stessa metafora di qualcosa di ancora più grande dell’amore per lei.

È da questo momento che si snoda il progressivo distacco di Šklovskij dalla sua impresa, tanto che le ultime lettere saranno indirizzate «assolutamente a tutti», e non solo parleranno non d’amore, ma non parleranno affatto d’amore. Sono lettere ai russi, alle fanciulle che non amano, ai giovani allievi giapponesi dal cuore spezzato.

Nel 1923 Šklovskij torna in Russia, a scrivere prefazioni diverse a questo libro fino al 1964.


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