Spesso il male di non vivere ho incontrato: il nemico terribile, il ferro, la guerra
Spesso il male di non vivere ho incontrato: il nemico terribile, il ferro, la guerra
Cultura

Spesso il male di non vivere ho incontrato: il nemico terribile, il ferro, la guerra

Il 15 luglio del 1933 fa il suo ingresso nell’«ipogeo» del Gabinetto Vieusseux a Firenze una ragazza americana, italianista e aspirante scrittrice. Si chiama Irma Brandeis, ed è venuta con l’intenzione di conoscere l’autore degli Ossi di seppia, …Leggi tutto

Il 15 luglio del 1933 fa il suo ingresso nell’«ipogeo» del Gabinetto Vieusseux a Firenze una ragazza americana, italianista e aspirante scrittrice. Si chiama Irma Brandeis, ed è venuta con l’intenzione di conoscere l’autore degli Ossi di seppia, di cui tanto bene le aveva parlato lo scrittore Leo Ferrero, con cui ha avuto una storia travolgente a Parigi e che morirà solo un mese dopo in un incidente su una strada di Santa Fè.

Così lei, il 20 luglio, racconta al fidanzato Gino Bigongeri quel giorno:

«Sono ridicolmente felice. Credo perché l’amore, da solo, non è abbastanza e si è aggiunto il fatto di essere a Firenze. (…). Quando sono andata per la prima volta in biblioteca, mi sono armata di tutto il  mio coraggio e ho chiesto di Eugenio Montale. È il direttore del Viesseux, ma al momento non era là – certamente non avrei avuto la sfacciataggine di chiedere di nuovo; ma quando sono tornata il giorno dopo, l’impiegato mi ha riconosciuto e ha detto: “Se vuol vederlo, signorina, il direttore è qui, adesso”. Siamo diventati amici!

E il giorno successivo quando sono tornata in biblioteca, è venuto fuori a cercarmi e così anche il giorno dopo (…). Si appoggiava allo schienale della sedia, con uno sguardo vagamente malizioso e piuttosto indolente. È un poeta dei nostri giorni, dal parlare elegante e vagamente affaticato, vestito di buon gusto (…). È tutto italiano e, cosa commovente, quasi senza pretese. Ma in un modo o nell’altro è già vecchio a trentasette anni».

Ad agosto Montale va a Londra con Drusilla Tanzi, detta la Mosca per via dello spessore dei suoi occhiali («Con te le ho scese perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue») e non ne parla a Irma, che non lo saprà fino all’anno dopo.

Il 5 settembre, di ritorno a Firenze, passa con lei una serata «amorosa»: le scrive:

«Fra un giorno e mezzo non ci sarai più – e io mi metterò ad attenderti per un anno, e in quest’anno mi stillerò il cervello per vedere quel che è possibile fare perché il destino non ci voglia male e il numero 15 sia il numero 15 davvero. Ieri sera siamo stati per la prima volta al Piazzale. Non dimenticherò mai quel ritorno tra scale acque e terrazze. Mi sentivo ubriaco, non di quel fiasco a triplo fondo, cara Irma, ma di te, della tua presenza. E poi bisogna pensare… Non posso pensare alla breve oasi del 5 settembre senza impazzire. Non scambiarmi con un romanziere italiano: ma non sai quanto ami ogni centimetro di te e del tuo corpo… E poi spero anche +++++ che adoro… (e sono anche fedele!)».

Per tutto l’inverno ’33-’34 le loro lettere «solcheranno l’Atlantico», fino a quando lui le rivela il legame (edipico, ricattatorio, doloroso) con la Mosca, che chiama X (Xenia). Scoppia una crisi, lui si sente un rat, incapace di amare, «un bambino, non un uomo». Le chiede tempo, sei mesi, un anno. Lei si riavvicina a Gino, lui cade in una «crisi orribile». Drusilla minaccia di uccidersi. Passa quell’anno, quasi due.

Il 14 dicembre del ’35 scrive a Irma:

«Impossibile dirti qual è la mia vita attuale. La ricetta del cocktail è: prendi grammi X di guerra, gr. X di solitudine, gr. X di cupio dissolvi, gr. X di Nastasia Philippovna, gr. X di mal di mare, scuota, versa e bevi. Ho dimenticato gr. X e X e X del famoso amaro Cardinale – Mussolini – in continua crescita.

(…)

Non abbandonarmi, I.B., tu sei l’unica Cosa che mi rimane. Sono ancora vivo?»

Non succede nulla per tutto il ’35. Tra il ‘36 e il ’37 lei gli scrive dodici lettere, alle quali lui non risponde. Infine, nell’estate del ’37, lei lo va a trovare di persona. «E lui è venuto», scrive a un’amica, «Si è distrutto a poco a poco, finché non è rimasto nulla di lui. Sembra che abbia speso tutte le energie per restare immobile».

Lui si accorge che non ha mai smesso di amarla. Le rivela che c’è un «nemico terribile» da abbattere in sé, un «sentimento di autodistruzione che mi colpisce, che mi uccide, che costringe la mia vita in una cassa di ferro di pochi pollici».

Nel ’38 Montale scrive al suo amico Bobi Balzen che il licenziamento dal Vieusseux e la promulgazione delle infami leggi razziali lo hanno fatto decidere verso quello di cui prima aveva avuto paura: «Ma ora sento che è esattamente il contrario; che è proprio il mio onore, il mio dovere, andare verso chi ha atteso 5 anni senza lamentarsi, senza fiatare».

Passeranno più di 40 anni. Il 13 settembre del 1981 un amico le telefona che lui, Eugenio, Arsenio, è morto.

Pochi mesi prima le aveva inviato un biglietto: «Irma, / you are still my Goddess, / my divinity. I prie for you / for me. Forgive my prose. / Quando ci rivedremo? Ti abbraccia il tuo / Montale.

Sul foglietto Irma aveva scritto «about June 15.81.

 

 

Note e lettere prese da Montale. L’arte è la forma di vita di chi propriamente non vive, di Elio Gioanola e da
Montale. Biografia di un poeta, di Giulio Nascimbeni

Ti potrebbe piacere anche

I più letti