«Sono buono da buttare ai cani». Dura vita e guerre proprie di Federico, Re di Prussia
«Sono buono da buttare ai cani». Dura vita e guerre proprie di Federico, Re di Prussia
Cultura

«Sono buono da buttare ai cani». Dura vita e guerre proprie di Federico, Re di Prussia

È diventato urgente leggere una biografia di Federico II: tra le tante ho scelto quella di Alessandro Barbero, il gentile autore di quell’incantevole Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo che è una miniera di delizie …Leggi tutto


È diventato urgente leggere una biografia di Federico II: tra le tante ho scelto quella di Alessandro Barbero, il gentile autore di quell’incantevole Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo che è una miniera di delizie per chi patisce la grazia dello storicismo maniacale.

Oltre ad aver capito bene cosa è (era) e dove è (era) la Prussia, ché non è mai troppo tardi, ho scoperto che il Re di Prussia, detto il Grande per le 13 battaglie gloriosamente vinte su 16, amico di Voltaire (che possiamo vedere sopramentre conversa col Re nel ritratto di Menzel: è quello a sinistra in giacca viola) e egli stesso illuminista, aveva anche un senso dell’umorismo strepitoso.

Dopo quasi venti anni di battaglie fatte tutte a cavallo e sotto la pioggia, invecchiato e sofferente di asma e artrite, poiché la notte non dormiva più commentò: «Potrei sempre trovare lavoro come guardiano notturno». Un giorno uscendo dalla stanza in cui un servo gli aveva portato un cesto di ciliegie, prelibatezze costosissime, lasciò un foglietto sul piatto con su scritto «Ne lascio diciotto». Tornando a casa dalla Guerra dei Sette anni, trovandosi davanti la moglie, l’unica cosa che riuscì a dirle fu «Madame è ingrassata».

Pieno di ossessioni e affascinato dalle routine (continuò ad alzarsi alle 4 fin quasi alla fine dei suoi giorni, vestendo sempre la stessa uniforme), spesso sudicio («aveva sempre i cani addosso»), nelle cose dello Stato e sull’economia era quello che oggi chiameremmo un control freak: «Sono rimaste sue istruzioni sul modo migliore di allevare il baco da seta»; incoraggiava l’immigrazione, che portava ricchezza; leggeva i filosofi francesi e si rifiutava di parlare in tedesco e di imparare l’inglese, lingue dei barbari. Odiava Shakespeare, «roba buona per i Pellerossa».

Imponeva tasse sul caffè, di cui beveva trenta tazze al giorno, e soffriva della mania delle costruzioni («Gioco coi palazzi come una bambina gioca con le bambole»): per questo si fece costruire quel Sans-Souci a Potsdam nel cui giardino chiese di essere seppellito insieme ai suoi cani e cavalli. Ma non aveva manie di grandezza imperiale – benché stimasse il Re Sole: il suo disprezzo per l’umanità non era di classe, dice Barbero: era ecumenico.

Il pessimismo lo metteva più tra gli illuministi critici (perciò gradì molto leggere in battaglia il Candido), il comporre versi e poesie nelle notti precedenti gli attacchi lo rendeva un po’ ridicolo presso l’esercito, il suo cosmopolitismo era più mentale che reale (Barbero dice «Non usciva quasi mai dalla Prussia, tranne quando invadeva la Boemia»).

Mentre invitava Bach a corte fornendogli un tema per una sua fuga (l’opera, che poi Bach regalerà al Sovrano, si chiama infatti Offerta musicale), il suo mito mostruoso cresceva con le vittorie: dopo la battaglia di Rossbach, coi francesi annientati che cominciarono a temere di vederselo comparire a Parigi, la duchessa d’Orléans disse «Grazie a Dio, finalmente vedrò un uomo». Questa specie di flagello affascinante e colto, capo dell’esercito più veloce e micidiale del mondo (come risulta in Barry Lyndon), all’età di 18 anni visse un evento magnifico e tragico (nel senso shakesperiano che non apprezzava) su cui Freud avrebbe avuto molto da lavorare.

Successe questo. Vessato dal padre Federico Guglielmo, rozzo ubriacone le cui uniche occupazioni erano la caccia e la collezione di granatieri di due metri per il suo grottesco esercito e che vedeva in lui una femminuccia da annientare, durante una breve vacanza nella Germania meridionale decise di fuggire per Parigi. La fuga ebbe le caratteristiche della fuga d’amore: Federico scappò col tenente von Katte, uno «spregiudicato, aristocratico libertino». La sorella Guglielmina ebbe a dire «sapevo della loro amicizia, ma non sapevo quanto fosse intima».

Scoperti, vengono interrogati. Katte viene rinchiuso in un posto segreto, e torturato. Federico viene detenuto nel castelo paterno, dove Federico Gugliemo gli sottopone un questionario di 180 domande, particolareggiatissime; quando, affrontandolo, gli chiede se è stato von Katte a corromperlo, Federico dice «No, l’ho corrotto io». Il padre «gli strappa i capelli, lo colpisce in faccia con la canna» e lo fa rinchiudere nella fortezza di Küstrin.

Il tribunale militare si rifiuta di decidere della sorte dei due giovani, ma il Re scavalca la legge e decide da solo: il 6 novembre del 1730, alle cinque del mattino, Federico viene svegliato nella sua cella e condotto sulla pubblica piazza, dove è stato montato un patibolo. Federico capisce che stanno per fargli la cosa peggiore che possono: lo costringono a guardare l’esecuzione di Katte. Federico piange, urla, gli chiede perdono; Katte, senza versare una lacrima, risponde che non ha nulla da perdonargli e che è felice di morire per lui. Quando il boia alza la spada, Federico sviene.

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