Se non mi puoi essere sposa, sarai il mio albero
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Cultura

Se non mi puoi essere sposa, sarai il mio albero

«Un albero senza Dei, senza fate, senza significati trascendenti, è già un albero morto», scrive Guido Ceronetti a proposito della distruzione perpetrata da noi, «respiranti nemici del respiro», ai danni delle piante. Disboscatori e «roditori», miasma e feccia …Leggi tutto

«Un albero senza Dei, senza fate, senza significati trascendenti, è già un albero morto», scrive Guido Ceronetti a proposito della distruzione perpetrata da noi, «respiranti nemici del respiro», ai danni delle piante. Disboscatori e «roditori», miasma e feccia che si salva perché in basso, siamo «vivi e deliranti dove la pianta ragionevolmente muore», non perché non comprendiamo i moniti degli ecologisti, ma perché abbiamo abraso il sacro da «i nostri grandi fratelli immobili».

Abbiamo capito fin troppo bene che lavoriamo alla scomparsa della specie (ma «che cos’è la specie?») e sappiamo tutti, chi più chi meno, che quello che cerchiamo non è la sopravvivenza dell’umano, ma un senso alla nostra vita.

Giacomo Leopardi in Alla Primavera, parlando di boschi, usa la parola vissero: da intendersi sia nel senso che quando Pan abitava i boschi lì era la vita, sia che un tempo, finché in ogni tronco abitavano gli occhi di dèi e ninfe, gli alberi vivevano.

Non è nostalgia irrazionalistica, fragile estetismo da poeti. I grandi autori classici lo sapevano, e lo scrivevano come noi oggi scriveremmo che le strade sono piene di automobili o i mari di petroli, scheletri, relitti, anelli e scarpe di suicidi. Nell’Edipo a Colono Sofocle fa il suo “inno all’ulivo” dicendo che proteggeva Atena perché l’ulivo era Atena, non c’era soluzione di continuità tra il respirante protettore della città dalla distruzione e la dea, tanto che nessuno lo poteva «brutalmente distruggere o saccheggiare». È pensabile interdire la distruzione di un ulivo, oggi? Invece, è possibile consentirla in nome di altri Dei, da noi ritenuti spietatamente più nobili e potenti.

Gli alberi vissero e parlarono. Simone Weil dice da qualche parte «Mi sembra duro pensare che il rumore del vento tra le foglie non sia un oracolo».

Ma quando, come civiltà, abbiamo smesso di credere che negli alberi dimori, come nell’umano, un senso “laico” del sacro, un principio divino che emana dalla materia?

Ancora in Petrarca si trova: il poeta non gioca soltanto con le parole quando fa l’analogia tra l’aura, il lauro e Laura.

Il lauro dei condottieri e degli imperatori, già alter-ego di Dafne, colpita dalla freccia con la punta di piombo che la condannava al non amore, è l’approdo di un grido: «Mutami». Il mito, tramandato da Ovidio, dice che nel momento della metamorfosi, Apollo, che invece la freccia l’aveva ricevuta d’oro e era perciò condannato a amare non essendo riamato, disse «Se non mi puoi essere sposa, sarai il mio albero». Nella chioma dell’albero rivivono i capelli di Dafne, che da figlia di una divinità acquatica trasmuterà in pianta, cioè in qualcosa di esposto al vento, respirante, parlante, e contiguo all’aria.

Perciò il cantore dell’aureo crine, Petrarca, raffigurerà la comunione con la deità attraverso le allegorie vegetali e ariose di un’alba. Laura, morta, cioè mutata, viene emanata dall’Aurora popolata di sospiri di piante, nella luce dorata, nei versi liquidi del Canzoniere:

Quand’io veggio dal ciel scender l’Aurora
co la fronte di rose e co’ crin’ d’oro,
Amor m’assale, ond’io mi discoloro,
e dico sospirando: Ivi è Laura ora.

La lingua scivola nell’oro per arrestarsi e gelarsi (spezzarsi, come quella di Saffo?) quando, al centro del sonetto, Petrarca – al contrario di Apollo e umanissimo – si accorge che la pianta, lasciata in terra da lei, è di lei e di ogni dio disabitata:

ma io che debbo far del dolce alloro?
Che se ’l vo riveder, conven ch’io mora.

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