Recensioni a romanzi che non sono mai stati scritti o dello scrivere il nulla
Recensioni a romanzi che non sono mai stati scritti o dello scrivere il nulla
Cultura

Recensioni a romanzi che non sono mai stati scritti o dello scrivere il nulla

Niente, o la conseguenza, è un romanzo bellissimo che nessuno ha scritto. Ciò non vieta, teoricamente, di recensirlo. Romanzo inesistente (nella nostra realtà, quella in cui siamo andati sulla Luna e gli alieni non sono sbarcati sulla Terra il …Leggi tutto

Niente, o la conseguenza, è un romanzo bellissimo che nessuno ha scritto. Ciò non vieta, teoricamente, di recensirlo. Romanzo inesistente (nella nostra realtà, quella in cui siamo andati sulla Luna e gli alieni non sono sbarcati sulla Terra il 30 ottobre 1938) recensito (realmente in suddetta realtà) da Stanisław Lem in Vuoto assoluto, questo è un antiromanzo. È diverso dagli altri, pure inesistenti e recensiti, di questa raccolta di recensioni finte, o meglio: vere, ma di libri che non sono mai stati scritti. In esso, infatti, si realizza l’antiscrittura: la trama c’è, ma non dice niente; le parole consistono nella loro sparizione.

L’operazione di Lem è vertiginosa, la ripeto per i distratti: col coraggio dei folli, inanella una seria di recensioni a libri che non esistono; le recensioni sono bellissime, aprono questioni serie sulla scrittura, sulle strutture narrative, sui cliché della letteratura e di quel particolare genere che è la recensione, e al contempo sono esilaranti, per gli stessi motivi e per altri che riguardano il particolare stile di Lem, autore di fiabe per robot, stralunato e pignolo.

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Ma questo non-romanzo oggetto di questa recensione è particolare: è un anti-non-romanzo. A dire di Lem, la sua fantomatica autrice (Solange Marriot) realizza quello Barthes ne Il grado zero della scrittura diceva impossibile: ovvero scrivere il nulla. Come si fa a scrivere il vuoto assoluto? Come si va al centro del non-essere-niente della letteratura? È come salire una torre di Babele fatta di aria, anzi di vuoto d’aria. E il riferimento a Borges non è casuale, visto che in Esame dell’opera di Herbert Quain, contenuto in Finzioni, fece anche lui una recensione a un romanzo mai scritto.

E allora appare la magia di Lem: il libro che nessuno ha scritto e che lui commenta è in realtà uno dei libri possibili nelle sterminate possibilità della scrittura (tema caro a Borges), ma la sua recensione è a sua volta una delle possibili tra le infinite. Potremmo anche noi, al limite, misurarci con quel non romanzo; d’altra parte, come operazione non differisce troppo da quella di molti recensori di libri veri che ne scrivono senza averne letto più di sei pagine.

Lem si pone nell’attimo successivo a quello in cui ancora tutte le trame sono possibili; dove un genio come Manganelli si poneva invece nell’attimo immediatamente precedente. In Taccuino, si chiede cosa è possibile scrivere in un mondo in frantumi. Si detta delle ipotesi, prende appunti di possibili trame:

«Roberto, ex partigiano, medico di successo, è l’amante della moglie di un industriale (chimico? Metallurgico?) ma ama il successo. Descrizione dell’ambiente sociale. (Venezia? Genova? No, Genova è brutta, non è poetica. Ma forse appunto per questo?). Coiti della signora Teresa e di Roberto. Mostrare il lato reazionario del coito.

Dunque, Roberto è uno scrittore che, ormai abbastanza noto (meno di me), ormai di mezza età, si trova implicato in un amore che lo sconvolge come uomo, ma che come romanziere lo lascia indifferente.

Si mette a scrivere un romanzo sul romanzo. (…) In che forma? Ma è chiaro; di romanzo sull’impossibilità di scrivere un romanzo. Scriverà un romanzo di disamore, ottimo, di disamore, con gli stessi personaggi. Li chiamerò per semplicità Oberto, Eresa, ecc

Nel mio romanzo, Roberto si degrada, in quello di Roberto Oberto si esalta in modo malato».

Eccetera, in una vertigine ebbra di trame-cliché progressivamente erose di una lettera, la cui insidiosità consiste nell’essere tutte plausibili, e che condannano lo scrittore a un entropico non-scrivere niente.

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La trama del libro del libro Rien de tout, ou la conséquence è invece proprio una trama di negazione. Ma non, spiega Lem, di negazione grammaticale, ottenibile facilmente usando dall’inizio alla fine espressioni tipo: «Non nacque e perciò non si chiamava», perché a ben vedere uno stratagemma di questo tipo non è che il rovescio del famoso adagio «Era una notte buia e tempestosa». «Non era una notte buia e tempestosa» non è un enunciato che appartiene a una letteratura del niente: è solo la forma algebrica dell’affermazione più vecchia del mondo. Invece, questo libro, che nella realtà del recensore Lem esiste ed è stato scritto, è la forma più vicina al «non scrivere niente» ottenibile scrivendo qualcosa.

Capito?

C’è l’astinenza (non scrivo nulla), che non è altro che un’azione, perché il non scrivere nulla comporta un’alternativa alla scrittura che può anche essere l’immobilità, ma insomma fidatevi: l’immobilità è pur anche un’azione. E poi c’è lo scrivere, che solitamente può essere di due tipi: scrivere una menzogna, ed è ciò che fanno i narratori, i romanzieri, o scrivere la verità, ed è ciò che fanno gli autori di reportage o di zibaldoni, e manco tanto. Già il diario, e le lettere, sono forme di scrittura più soggette alla maschera, alla simulazione e alla dissimulazione anche inconsapevole di quanto si creda. Ma la letteratura, sempre costretta a mentirci, non ci dice mai la verità in senso letterale. Faust, dice Lem, non esiste. È per questo che si inventa la trama di un antiromanzo, la cui prima frase è «Il treno non arrivò» mentre nel paragrafo successivo si legge «Lui non era venuto».

Sì, vabbe’, ma di cosa parla? Mah, guarda…

«Se questo fosse un romanzo scritto in modo classico, tradizionale, non avremmo difficoltà a spiegare che cosa succede: il protagonista è un tale che inizia a nutrire il sospetto di non vedersi personalmente in sogno e da sveglio, ma di essere visto da sveglio o sognato da qualcuno, mediante segreti atti intenzionali. Cosicché egli sarebbe soltanto il sogno di qualcun altro e dovrebbe la sua provvisoria esistenza solo alla visione di quest’ultimo. Rabbrividisce per il terrore che questi atti intenzionali possano cessare da un momento all’altro, condannandolo al non essere».

Senonché

«Il narratore non ha nulla da temere perché semplicemente non c’è».

Come vanno a finire le cose, dunque?

«La lingua stessa inizia a capire che all’infuori di lei non c’è nessuno».

In esso si opera «il dramma di una contrazione dello spazio (anche fallico-vaginale)», ma non bisogna incorrere nell’errore di credere che il risultato del niente sia raggiunto attraverso la negazione. Al contrario, nel romanzo «la macchina della grammatica funziona ancora per qualche pagina, per qualche secondo, la macina dei sostantivi, la ruota dentata della sintassi girano inesorabili fino alla fine, ma sempre più lentamente, e il nulla che le corrode dall’interno finisce anch’esso così, a metà frase, a metà parola… questo romanzo non si conclude: cessa semplicemente».

È quindi, questo libro, un ingranaggio che macina ogni significato, fino alla cessazione, alla fine della pulsazione della scrittura. Scrivere il niente e le sue conseguenze, intendiamoci, è cosa ben diversa dal non-scrivere qualcosa. Chi ha orecchi per intendere, intenda, come dicono i sacerdoti su Twitter.

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