«Perché a questo tuo cuore loro non hanno mai dato tregua». La «perfida mostruosità» dei genitori
«Perché a questo tuo cuore loro non hanno mai dato tregua». La «perfida mostruosità» dei genitori
Cultura

«Perché a questo tuo cuore loro non hanno mai dato tregua». La «perfida mostruosità» dei genitori

Dovremmo essere grati a quegli autori che hanno infranto il tabù più carsico della storia della letteratura, quello di essere ingenerosi con chi fa il dono della vita senza chiedere niente in cambio. Niente? Ci sono persone che non hanno …Leggi tutto

Dovremmo essere grati a quegli autori che hanno infranto il tabù più carsico della storia della letteratura, quello di essere ingenerosi con chi fa il dono della vita senza chiedere niente in cambio.

Niente?

Ci sono persone che non hanno paura dell’inferno per il motivo che hanno avuto un’infanzia: cosa potrebbe ormai spaventarle? Se la maggior parte di noi non ha il coraggio di dire la verità circa quella palude di costrizioni e ricatti, immaginazioni stroncate e educazione-esperimento scientifico sul modello stimolo-risposta come quello che si fa sui topi da laboratorio, ci sono stati menti sufficientemente pulite, benché contratte nell’indolenzimento incurabile della crescita, che l’hanno detta per noi.

Non fatevi ingannare dalla foto sopra: cinquant’anni dopo essere stato ritratto quel bambino scriverà l’atto d’accusa più virulento nei confronti dei genitori, che, considerando che Thomas Bernhard non conobbe il padre ma visse sempre con la madre e i nonni materni, sono da intendere come figure allegoriche di una tristezza e di una violenza insieme originali e destinali.

Non che la vessazione fosse, e in generale sia, univoca: Bernhard è sufficientemente onesto per ammettere che i genitori scaricano sui figli le proprie nevrosi almeno quanto i figli scaricano sui genitori i loro egoismi: «Fin dalla nascita sono stato contro di loro, dicono, fin da bambino, un malevolo bambino non ancora capace di parlare, solo di fissarli incessantemente, ho rinfacciato loro la mia esistenza, la loro perfida mostruosità».

Inutile il dialogo: «il loro fraintendimento, e la loro meschinità in spudorata combutta con il fraintendimento», gli hanno fatto sempre riconoscere l’inutilità di ogni sua asserzione

Quanto la ragione, intesa come consapevolezza della realtà delle cose, confini con la patologia paranoica, il vivere in famiglia lo rende quantomai evidente: «Mangiavano la loro minestra e prendevano le difese di un cane che aveva morsicato un passante e anche in questa ipocrisia cinofila non facevano che parlare dei loro affari. I miei genitori e i miei fratelli sono sempre stati concordi tra loro, da sempre sono stati una congiura contro tutto e contro di me».

Ma su cosa si basa, su quale perno si regge questo meccanismo mortale, questa infinita tortura? Su una verità talmente banale che leggerla produce sconcerto:

«Noi diciamo pure di amare i nostri genitori, e in realtà li odiamo, perché non possiamo amare i nostri procreatori non essendo noi persone felici, la nostra infelicità non è immaginaria come lo è invece la nostra felicità, di cui ogni giorno cerchiamo di convincerci per trovare il coraggio di alzarci e lavarci, vestirci, bere il primo sorso, mandar giù il primo boccone».

Ma di quale colpa sono imputabili i genitori “di” Bernhard? Il fatto che passi alla seconda persona per spiegarcelo, e che tranne rari fortunatissimi casi noi ci si senta lettori chiamati in causa la dice lunga:

«Ti ficcavano in una tetra camera dei bambini per turbarti, ti presentavano a persone in cui riconoscevi al primo sguardo i tuoi annientatori. Ti mostravano paesaggi che per te sono stati esiziali. Ti gettavano in una scuola come in fondo a una segreta, infine ti cavavano l’anima per lasciarla perire nella loro desolata palude. Così a causa loro il tuo cuore ha ben presto perduto il ritmo che gli si confaceva e alla fine si è ammalato, come dicono i medici: irreversibilmente, perché a questo tuo cuore loro non hanno mai dato tregua. Ti hanno ficcato dentro indumenti verdi quando avresti voluto indossarne di rossi, leggeri quando ce ne sarebbero voluti di pesanti, se volevi camminare dovevi correre, se volevi correre dovevi camminare, se volevi un po’ di quiete non ti davano tregua, se volevi gridare ti hanno tappato la bocca».

Inutile, anche, scappare. È di un qualche valore significativo il fatto che il figlio abbia quarantadue anni. «Vogliamo sfuggire alle loro grinfie, scappare, ma non ne siamo più capaci. Loro hanno (e noi stessi abbiamo) murato ogni uscita. Tutt’a un tratto ci accorgiamo che loro ci hanno (e anche noi ci siamo) murati dentro».

Il concetto verrà ribadito nel terzo racconto di Goethe muore, che si chiama Incontro: «Le case dei genitori sono sempre carceri e quelli che riescono a evaderne sono i meno, gli ho detto, i più, e cioè, così penso, circa il novantotto percento, ci restano rinchiusi a vita, in quel carcere, vengono demoliti e infine rovinati per sempre, in quel carcere, e in verità ci muoiono, in quel carcere».

In questo racconto, a scanso di equivoci, si trovano queste parole: «I genitori fanno figli e poi ce la mettono tutta per annientarli (…); non si può escludere il sospetto che i nostri genitori ci abbiano fatti al solo e unico scopo di impersonare la loro colpa».

Per questo evadere non serve a niente: «a quel punto è ormai solo una persona distrutta ad aggirarsi ancora per il mondo, che la segna a dito poiché anche da lontano si vede che ormai è soltanto una persona distrutta. Il mondo non ha riguardi quando vede una persona distrutta così dai genitori».

Tutto questo, e ancora più questa frase: «Io ho nausea dell’infanzia. Di tutto quello che all’infanzia è connesso e che viene trascinato e ritrascinato davanti al tribunale della vita», avvicina Bernhard a Kafka, che nella Lettera al padre argomenta con spietata e agghiacciante ragionevolezza le ragioni di un’asserzione che, contratta, si ritrova nei Diari del 1914:

«I genitori si aspettano gratitudine dai figli (c’è persino chi la pretende) sono come usurai: rischiano volentieri il capitale pur di incassare gli interessi. (…). I miei rapporti con la famiglia acquistano per me un significato unitario solo quando mi considero perdizione e rovina della famiglia stessa. (…). Nell’insieme sono punito abbastanza, già la mia situazione rispetto alla famiglia è un castigo sufficiente. Ho sofferto tanto che non potrò riavermi mai».

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