Per riprodurre dall’interno di sé le forme andate in pezzi: pellegrinaggi laici sotto le finestre di persone morte che avremmo amato
Per riprodurre dall’interno di sé le forme andate in pezzi: pellegrinaggi laici sotto le finestre di persone morte che avremmo amato
Cultura

Per riprodurre dall’interno di sé le forme andate in pezzi: pellegrinaggi laici sotto le finestre di persone morte che avremmo amato

Il mondo della patologia ha un lungo avvenire davanti a sé, treni permettendo. Da un po’ di tempo a questa parte, in pieno delirio da flânerie, ho preso a cercare nelle città in cui mi trovo – per …Leggi tutto

Il mondo della patologia ha un lungo avvenire davanti a sé, treni permettendo. Da un po’ di tempo a questa parte, in pieno delirio da flânerie, ho preso a cercare nelle città in cui mi trovo – per mio gusto o mio malgrado –  le case, segnalate da targhe, in cui hanno soggiornato persone morte da tempo, e da cui hanno scritto lettere che lo testimoniano. Ovviamente non lo faccio con tutti, per esempio Qui ha dormito Garibaldi, a meno che non abbia dormito in casa mia, non desta in me alcuna emozione.

Il massimo del piacere lo ricavo quando non lo sa nessuno, che lì ha dormito quella persona, tranne me.

O almeno mi illudo che sia cosi: leggo le lettere, cerco la via su Google Maps, ci vado. In alcuni casi, come per una via di Nizza, non è stato possibile, perché dopo il terremoto del 23 febbraio 1887 è stata cancellata e adesso c’è un cavalcavia.

Dice: che piacere ci trovi. È una mania che risponde a un desiderio puramente sensuale come intendo io il sensuale, cioè in senso mentale. Poi dice: e una volta che sei lì, che fai? Niente. Guardo.

Non so spiegare bene cosa succeda in me, e se la vertigine che provo dipenda dalla soddisfazione feticistica per la testimonianza, per la reliquia immateriale del passaggio di un corpo sconosciuto nello stesso luogo, oppure da un anelito molto più nobile all’allineamento del tempo e dello spazio col desiderio.

«Per rimpiazzare le cose perdute, per riprodurre dall’interno di sé le forme andate in pezzi», dice una frase di Nietzsche che pare una frase di Benjamin. Fatto sta che quello che avverto è proprio la sensazione di uno scatto che mette le cose a posto: qui era, qui è stato e da qui ha scritto, e qui sono io, perché lo so, e perché è l’unico modo in cui posso sperimentare un sentimento di amicizia con lui.

È un piacere un po’ più articolato di quello che provo andando sulle tombe degli scrittori, che pure non disdegno: ma cosa è il corpo, o ciò che ne resta, rispetto alla presenza fuggevole, spostata solo dal trascorrere del tempo che non ha fatto sì che la incrociassimo, di una persona che avremmo amato? Cos’è una tomba con dentro delle ossa, rispetto al piacere del tutto umano di poggiare il piede sopra all’impronta erosa di un passo sicuro?

Ammetto che mettermi a languire di fronte alle finestre da cui si sono affacciate, col corpo, persone di cui ho toccato solo il pensiero, oltre ad essere sintomo di irrecuperabile insanità mentale, ha qualcosa della serenata fatta in ritardo, differita; ma proprio per questo contiene il commiato e il rimpianto, cioè la nostalgia per qualcosa che non si è perso, non avendolo mai avuto, ma che si è piuttosto mancato, per un soffio più o meno lungo. Il tempo di questa pratica è  un tempo che non esiste, una specie di condizionale perfetto dal nostro punto di vista, e, se si vuole esser davvero complicati, in una specie di futuro anteriore dal punto di vista di chi è morto: io sarò stato qui, e tu, uomo o donna del futuro, (Daniela, cioè) vi passerai pensandomi.

Ma è una cosa foscoliana!, mi dicono i colti. Ma sei popo (proprio) la Rosemary Altea del Circolo dei lettori di Roccacannuccia!, gli altri. Combattuta tra retorica sentimentale e ciarlataneria, che non rifiuto moralisticamente, e ci mancherebbe, io preferisco un’altra interpretazione.

Il mio sistema di conoscenza umana è tutto basato sull’erotica, quella che Yourcenar nelle Memorie di Adriano chiama «teoria del contatto». È questa immensa scrittrice a fornirmi le parole per spiegare la dolcezza del mio tributo alla realtà di vite scomparse:

«La nostra vita è breve: parliamo continuamente dei secoli che han preceduto il nostro o di quelli che lo seguiranno, come se ci fossero totalmente estranei; li sfioravo, tuttavia, nei miei giochi di pietra: le mura che faccio puntellare sono ancora calde del contatto di corpi scomparsi; mani che non esistono ancora carezzeranno i fusti di queste colonne».

Che sia passato del tempo dal passaggio di un corpo per me non fa poi troppa differenza, se non per il fatto di complicare e approfondire la mia nostalgia. Se poi mi fermo a pensare che la persona che è stata lì, nello stesso posto in cui sono io, è stata attraversata da pensieri simili ai miei – comprare il pane, della carta, organizzare il ritorno, indulgere nell’autocommiserazione di dire la mia vita è un totale fallimento – allora il godimento e la beatitudine sono completi.

Non so se sono la sola a sentire questo calore, questa dolcezza emanare dai posti, dalle pietre, e dalla vista del contesto d’intorno, che sembra, a guardare bene, chiudere in contorni più definiti le biografie dei nostri amati morti. Ma la stessa domanda si pone anche in riferimento ai nostri amori viventi: se, per esempio, la vista di un oggetto che è appartenuto a qualcuno che amiamo conservi ai nostri occhi le qualità del suo tocco, o se è solo un insignificante grumo di materia.

Io appartengo alla prima specie di persone: è uno dei modi più raffinati di cui dispongo per alimentare il mio masochismo cosmico. Guardate le foto e le lettere qui sotto, e sarà tutto più chiaro. L’ordine in cui sono messe rispecchia quello, in senso crescente, in cui stanno nel mio cuore. In una delle case ritratte, grazie alla cortesia di un gentile Signore, mi sono trovata nella condizione fortunata di poter entrare, occupando lo spazio lasciato vuoto dall’altro, un tempo vivo, e guardando, da dentro, nessuno che guardava.

 

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A
Wolfgang Amadeus Mozart
Carlo Emilio Gadda
Friedrich Nietzsche

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