L’inappariscente grandezza (o il rossore sulle guance dei libri). Ospite: Francesco Pacifico
L’inappariscente grandezza (o il rossore sulle guance dei libri). Ospite: Francesco Pacifico
Cultura

L’inappariscente grandezza (o il rossore sulle guance dei libri). Ospite: Francesco Pacifico

Ho le prove che c’è gente, a questo mondo, che condividerebbe il letto con un moschettiere, magari con Athos, «freddo di sangue e di parola»; che parteciperebbe a un ballo mangiando gelato al maraschino per dare quel sapore a …Leggi tutto

Ho le prove che c’è gente, a questo mondo, che condividerebbe il letto con un moschettiere, magari con Athos, «freddo di sangue e di parola»; che parteciperebbe a un ballo mangiando gelato al maraschino per dare quel sapore a una vita nuova in un’altra città, come Madame Bovary; che uscirebbe con E. A. Poe solo per chiedergli che fine ha fatto la lettera, e magari resterebbe delusa se questo ordinasse una pizza e non una scatoletta di denti.

Non c’è salvezza per persone così: una parte dei loro sentimenti, primo fra tutti la riconoscenza, sarà sempre rivolta a chi ha costruito per loro un mondo dentro al quale fiori, tendaggi, comodini da notte, pistole, samovar, stanze d’albergo, acconciature, abiti, veleni, allusioni, sfumature, fughe, duelli, passioni, eleganze, miserie, galere, labirinti, organi, divani, rocchetti di filo, scale, pance di navi, scarabei, stanno in un rapporto di 1:1 con tutti gli oggetti e le situazioni che abitano questo, di mondo.

Forse l’autore di questo libro

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Ed Minimum Fax

non è a questo livello di voracità schizogena, però se è vero come è vero che i libri hanno sempre più ragione di noi, questo rivela molto del suo autore: costruito sul modello delle lezioni, è un sereno e calmo volo sopra la grandezza delle epiche o sulla delicatezza dei luoghi minutissimi della letteratura che gli è piaciuta di più. Resta il fatto che a me piace guardare nei libri degli altri per vedere cosa hanno sottolineato, e questo è un libro di sottolineature e copiature di bellezza.

Il suo sguardo si concentra di preferenza sul nascosto e il poco frequentato, e dei capolavori sceglie passi un poco agevoli, apparentemente semplici o comunque non epici: i momenti di svolta o le descrizioni che aggiungono osso all’ossatura, non della trama, ma del senso del libro, e respiro al suo corpo.

Il senso delicato e sincero del libro di Francesco Pacifico emerge invece piano, e al pieno alla fine della lettura: la sensazione è che abbia voluto ringraziare chi ha dato alla forma esile delle nostre vite uno spessore di pagina progressiva, un’accelerazione di vita, attraverso lo studio e la collezione dei modi in cui gli autori più grandi di sempre hanno raccontato le vite altrettanto minime e fugaci di personaggi che prima non esistevano. È per questo che ammette di avere sperato di succhiare la tecnica dei grandi scrittori ricopiando a mano o al pc i passi in cui la loro sveltezza gli pareva più vertiginosa.

È così, grazie alla magia della letteratura, che anche le scelte di Pacifico diventano un racconto, con lo stesso movimento con cui le lettere di Uomini tedeschi sono il racconto dei sentimenti di Walter Benjamin rispetto a una epoca che non tornerà.

Pacifico: ha scelto le opere in cui un sofisticato e straordinario abbassamento cromatico delle parole costruisce una gloriosa serie di tornanti che portano al massimo sottotono del normale e al grigio dell’ordinario. Si assume il difficile compito di scavalcare persino il proprio gusto per la letteratura in cui «le questioni morali sono poste in maniera paradossale e gli esempi sono per lo più negativi e le cause morali sono perse in partenza», a favore di libri, come Middlemarch, in cui le decisioni importanti richiedono decisioni sotto le righe, perfino di buon senso.

Si concede l’espressione “se c’è una cosa che mi fa impazzire” solo a proposito dell’incipit di Persone normali di Aldo Busi. In effetti sono 40 righe perfette e vertiginose in cui Busi fa una specie di magia, collegando il ridicolo (una strada di montagna che porta a una clinica per fare la dieta) al tragico (l’istinto del suicido) con la colla del genio.

Privilegia i libri in cui compare, come un personaggio tra i personaggi, il sentimento dell’imbarazzo, e gode a guardare come se la cava l’autore a rimanere dentro i confini dei loro volti riempendoli col loro rossore.

Ha un debole per i libri in cui le città sono personaggi al pari degli umani che le popolano. Parlando dell’Algeri de Lo straniero di Camus e della Londra che Virginia Woolf descrive ne La Signora Dalloway dice di ammirarne il modo in cui emergono dal nulla brumoso nei tempi morti della trama e della giornata dei protagonisti.

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Mrs Dalloway

Parlando de I detective selvaggi di Bolaño dice «C’è un tempo per descrivere minuziosamente una singola azione, o un pensiero, o la copertina di un vecchio libro di poesie, e c’è un tempo per far muovere sulla pagina concentrandosi solo sulla leggerezza, sul soffio. È il tipo di sicurezza di chi non ha bisogno di dimostrare quanto sa scrivere bene». È vero, anche se non tutti possono permettersi il lusso di non far vedere quanto ci tengono a sembrare bravi. Solo per i grandi questo espediente non sembra una sordina presuntuosa del presunto talento. Ci vuole umiltà per concedersi la modestia di sembrare vanitosi.

Gli ho scritto. Qui il resto, preceduto da un suo per me francamente incomprensibile

disclaimer dell’intervistato:

(L’intervistato deve fare una premessa a queste risposte: Daniela è il genere di interlocutore con cui mi piace fare l’antipatico. Qualcosa nella sua simpatia suscita la mia antipatia. La nostra breve conoscenza ci ha subito portati in questa direzione. In realtà l’intervistato trova Daniela molto simpatica e l’antipatia qui è tutta un gioco.)

Mh. Davvero hai fatto, facevi o fai la cosa di copiare passi perfetti per acquisirne la bellezza, come se la tecnica con cui sono stati creati si potesse infondere a te attraverso gli occhi e le dita?

È vero. La tua domanda mi scandalizza: ricopiare i classici è un tentativo disperato di capire la scrittura, non è una cosa di cui vantarsi. Questa domanda è assurda. Va bene che praticamente non ci conosciamo, però se hai letto il libro avrai capito per quale livello di disperazione l’ho scritto. Ricopiare brani mi sembra allo stesso livello di disperazione per la propria inettitudine che c’è nello scrivere questo libro.

Confessi di aver scelto i paragrafi meno appariscenti dei libri che hai amato. È una scelta che potrebbe sembrare snob o al contrario molto nobile, ma che rivela in ogni caso un’intenzione di disvelamento dello scheletro della scrittura: è come se mettessi parti di libri su uno schermo olografico e dicessi a chi legge: guardate, questa è la milza del libro in salute. È così che vive e funziona. Vero?

Dire “meno appariscenti” è solo un modo per allontanare dalla madeleine il lettore. Ciò che intendo è: “ho preso i paragrafi che mi piacciono perché riescono a fare qualcosa”. In un grande libro ogni cosa è fatta con un criterio: non solo le cose per cui il libro è famoso. Siccome le cose famose le sappiamo già, mi viene naturale lasciarmi impressionare di più da cose fatte di passaggio. Ricordo un racconto di Maupassant in cui si descriveva, in una frase, l’effetto della pioggia sulle superfici con quattro verbi che da soli facevano immaginare tutta l’esperienza della pioggia. Ora, Maupassant non è il “narratore della pioggia” o “della natura”, no? Però io di lui ricordo, tra le altre cose, questi quattro verbi che insieme dicevano tutto di come la pioggia tocca le superfici. Quindi non c’è nessuno snobismo. Con gli anni il rapporto con i libri si approfondisce e quindi si sviluppa un gusto e un amore che portano da certe parti invece che da altre: come uno che conosce un quartiere e sa già per che vicolo farti passare.

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Racconti di Pietroburgo, Gogol'

A un certo punto dici che se ti restasse un’ora di vita non la passeresti a leggere un romanzo. L’ho trovata una frase ardimentosa, escludendo la possibilità che tu l’abbia scritta ignorando che quasi chiunque direbbe così. Davvero la vita ti sembra più interessante dei libri?

Qui stai facendo finta di non aver capito in che contesto lo dico, nel libro. Non direi mai “la vita mi sembra più interessante dei libri”. Quello era un discorso abbastanza complicato sulla stranezza di scrivere del momento della morte, perché di solito la letteratura parla di cose che ricorrono nella vita dell’uomo, e che quindi possono essere ricordate.

Scherzavo. Invece ora sono seria: quando parli del finale de La morte di Ivan Il’ič dici candidamente: non mi piace. In particolare, se anche ti convince la metafora 1:1 con cui Tolstoj paragona Ivan moribondo a un condannato a morte, dici che la soluzione adottata da Tolstoj di dare “gioia” alla morte attraverso una identificazione tra Ivan e Cristo ti pare insieme – dimmi se ho capito – eccessiva e sbrigativa

In quel capitolo cerco di individuare il punto in cui Tolstoj si è abbandonato alla propria ideologia. C’è un momento dell’agonia di Ivan fino al quale tutto è misterioso e contemporaneamente bello e terribile. A un certo punto però Tolstoj decide che Ivan ha accettato la morte, e che da lì tutto è bene. Non credo ci si possa spingere così in là nel decidere di un’esperienza da cui non si torna, nello stabilire di che segno sia.

Tra i libri o i racconti che hai scelto, io ho individuato – credo – quelli per i quali hai un debole. Vediamo se li ho azzeccati 

Il Decameron di Boccaccio
Herzog di Bellow
Divorzio di Maupassant

Sei andata molto vicina. Sono quasi tutti gli autori con cui sta il mio cuore. Ne mancano vari, ma questi tre ci sono.

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Page from Decameron, XV sec.

Berardinelli, che citi, disse che il romanzo è il risultato di uno scarto tra la visione della realtà propria dei personaggi e sulla realtà vera; tu fai un riflessione  in più attorno alla natura “difettosa” del romanzo, e dici che siccome la realtà vera non esiste se non attraverso la vista limitata dell’autore, quello scarto tra “vero” e “falsato” non può mai realizzarsi. Eppure a volte il gioco di prestigio riesce. Come, quando, secondo te?

È difficile rispondere. Il gioco di prestigio riesce molto spesso, altrimenti sarebbe impossibile amare la letteratura, suonerebbe sempre falsa. Credo che sia naturale contrapporre dentro di sé una parte della nostra coscienza da mandare a far da soggettività dentro il romanzo, e un’altra parte della nostra coscienza a far da oggettività. La parte più saputa di te progetta il contesto, la parte più bambina e desiderosa e illusa e generosa fa la soggettività. Con la prima, frustri la seconda; con la seconda aggredisci e provochi la prima. Riesce molto spesso, in modi diversissimi a seconda di quanto ciascun autore può stilizzare il massimo della propria conoscenza del mondo per farlo sembrare la verità oggettiva del mondo, contrapposta alla verità soggettiva dei suoi personaggi.

Per questo mi convinci quando dici che Bartleby lo scrivano è un racconto perfetto perché i personaggi hanno praticamente tutti torto

Se fai avere torto a tutti i personaggi dichiari in sostanza di non tifare per nessuno. Quindi sei più disposto a creare un mondo che non sia truccato per far vincere per forza qualcuno a spese di qualcun altro. Quindi crei un mondo che sembra molto oggettivo. Per fare un esempio idiota: io odio quel tipo di commedia degli equivoci, al cinema, in cui tutto va storto ai personaggi in certi momenti chiave della storia. Casualmente, quando le cose cominciano a risolversi, di colpo va tutto liscio. È la struttura della commedia americana, sia d’amore che di avventure o di cosiddetto bromance, tipo Una notte da leoni. Quei piani inclinati – i troppi equivoci all’inizio, la troppa scorrevolezza alla fine – sono il peccato dell’autore che non vuole costruire una realtà oggettiva.

Mi è sembrato di riconoscere tra le righe un’indole voyeuristica indirizzata non tanto a come i grandi scrittori inventano alcune svolte narrative o se la cavano coi momenti di stanca nelle vite dei loro personaggi (cosa che peraltro fai e molto bene), quanto sulle svolte narrative e i momenti di stanca nelle vite dei personaggi. Sono loro il tuo pungolo: è come se volessi continuamente stare insieme a loro, guardare da vicino le loro vite sparse nei libri, avendo però tra le mani la tua arte e non quella dei loro creatori

Questo è un grosso complimento. Per me il romanzo non è una cosa che si impara, non è una cosa per cui devi avere la foga di capire i trucchi. Il romanzo crea un mistero: la vita di creature immateriali fatte di parole che fanno riferimento a brandelli di personalità incontrate dall’autore nella vita. Non si può fare troppo i tecnici o i mestieranti con un mistero del genere. Mia moglie diventa un paio di azioni chiave che entrano nella tua testa e ti formano un’immagine. È magia, non si può affrontare la cosa schematicamente. Con molto senso del mistero, a me viene di accostarmi ai libri altrui alla ricerca dei singoli brandelli del romanzo, cercando cose che assomiglino a ciò che vado cercando. Quindi non sono un feticista delle tecniche dell’autore. Come esce da una situazione. Cerco di capire direttamente il personaggio di parole come esiste e cos’ha di simile a ciò che si agita in me per diventare personaggi. Degli scrittori mi interessano più che altro gli orari di lavoro.

Franz Kafka

Intendo che la tua attenzione minuziosa per i personaggi degli altri mi sembra il contrario dell’invidia: è come se prendessi a parte i personaggi dei tuoi libri e dicessi loro che sei contento per la misura e la delicatezza con cui sono stati trattati

I personaggi dei miei libri o dei libri degli altri? Mi pare un lapsus. Se è un lapsus, e intendi “i personaggi dei loro libri”, posso solo dire che la tua frase è molto dolce.

Degli altri. Cioè dei tuoi libri scritti da altri. Ma ora che ci penso la figura dell’invidia per i propri personaggi è un topos inedito che vale la pena esplorare. 

No, io credo non valga la pena esplorarla. Era molto più bella la tua frase. L’idea che si vada dai personaggi altrui a dire: sappiate che siete stati trattati molto bene dal vostro creatore, dev’essere una persona stupenda. Io sto qui e vi guardo, come siete cresciuti bene, spero un giorno di essere un padre altrettanto premuroso e anche severo.

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Daisy Miller, da HJames

Mi sono emozionata qui: «Gadda stabilisce con certezza le leggi della fisica di un mondo destinato a durare, come dimostra il fatto che aprendo un suo libro a caso per sorprenderlo nell’insensatezza, lo si trova sempre in perfetto controllo, e del tutto sensato». Quale è per te il massimo della gaddità raggiunto dalla letteratura? Ed è Gadda a raggiungerlo, o qualcun altro?

Non voglio rispondere su Gadda perché tanto è una causa persa. In quel saggio dico che Gadda è un grandissimo organizzatore di paragrafi. Che se levi tutte le parole difficili e lo ripensi con parole che capisci, i suoi paragrafi sono perfetti. Quindi direi che Gadda si realizza nei suoi paragrafi. Ma da noi c’è giustamente il culto della lingua, perché abbiamo una delle lingue più belle e potenti e radicate nella storia. A noi della costruzione di un paragrafo ci interessa poco. Per “a noi” intendo “alla gente che odio”. Ma Gadda era un ingegnere! Figurati se poteva non interessargli l’ingegneria delle frasi ma solo la decorazione o il materiale di costruzione. Solo che di questa cosa non si parla mai e Gadda è quello che semplicemente ha il lessico più interessante fra tutti gli scrittori italiani.

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Temo che questa intervista possa essere noiosa. Sembriamo due persone correttissime. A me piacciono gli scrittori perfetti e perfettamente insolenti, e i lettori maleducati. Sono i libri ad essere delicati e perbene sempre più di chi li maneggia e di chi li scrive. I libri sono come bestioline selvatiche che mettono la testa davanti all’obiettivo al posto dei loro padroni. Il tuo è un libro gentile, nonostante tutto.

Cerco di non dire le cose troppo esplicitamente. Neanche tu, mi pare. MA ONESTAMENTE: COME POSSO RISPONDERE?

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