Vittorio Russo, 'Transiberiana' - La recensione

Un viaggiatore sfida l'enigma della lontananza con una cascata di impressioni che, stazione dopo stazione, diventano lezione di vita

Transiberiana

Transiberiana, particolare della foto di copertina – Credits: Petar Miloševic

Michele Lauro

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"Oh i treni come assomigliano alla vita" diceva Dino Buzzati nel racconto ferroviario intitolato Qualcosa era successo. Treni pendolari, purgatori itineranti, treni prigione, inferni di lamiera come nel drammatico incidente di questi giorni, treni deportati come quelli che partivano dal Binario 21 della Stazione centrale di Milano diretti ai campi di sterminio. Treni condensato di umanità, serpenti primordiali, promessa d'orizzonte. Treni leggendari, finestre sull'ignoto, cibo per viaggiatori capaci di catturare frammenti di spazi senza tempo. Ad esempio la Transiberiana, in questo emozionante reportage di Vittorio Russo.

La dismisura spaziale e il patto del viaggiatore

Lo scrittore affronta la ferrovia più lunga della Terra con spirito da viandante, da animista laico, preparando con cura una doppia sfida: quella con le sue distanze "intimidatorie" - dodicimila chilometri da Mosca a Vladivostock, sul mar del Giappone, compresa una deviazione in Mongolia - e quella con sé stesso. L'avventura di un viaggio, spiega nel prologo, muove dalla predisposizione a spogliarsi della logica preordinata per lasciare spazio agli enigmi. Specie nel cerchio dantesco della terza classe, che nel mondo occidentale le ferrovie hanno abolito insieme agli interregionali, come se si potesse sopprimere un intero continente umano.

La forma del suo raccontare è nello stesso tempo aulica e sommessa, colta e poetica, raffinata e romantica. Con mitezza straordinariamente empatica ci presta le sue papille per assaggiare un acido borsc nel vagone ristorante, e subito dopo il suo esperanto per districarci nella babele linguistica dello scompartimento. Ci contagia ora con aristotelica eudaimonia, la felicità desiderata o intravista nell'incontro con l'altro, ora con il disagio di solitudini affollate di rumori. Ci fa commuovere davanti al sorriso di un bimbo e tremare sotto lo sguardo tagliente di una guardia di confine. Sempre ci presta i suoi occhi per guardare fuori dal finestrino. E scoprire che "ogni cosa è eternamente un'altra cosa".

Verso est, verso un altrove senza orizzonti

Dopo un assaggio di Mosca con le sue grandi meraviglie e grandi contraddizioni, fra il luna park della cattedrale matrioska e i sotterranei della metropolitana arredati a salotto, una volta superati gli Urali il tempo rallenta il proprio ritmo. Il corpo asseconda l'incessante rollio della rotaia, il respiro si assesta sul colore della terra nuda. Ekaterinburg, Omsk, Irkutsk, villaggi radi come presepi polari nella foresta di betulle. In Siberia Vittorio Russo sperimenta la metamorfosi del viaggiatore: diventare egli stesso un andare, una semplice antenna percettiva. Si abbandona agli incontri, alle fantasie, alle digressioni sui binari dell'anima.

Belle e profonde, le storie del lago Bajkal pescano in uno sciamanesimo devoto a tutte le forme viventi. Si doveva venire fin qui, uno potrebbe pensare, per ripassare l'intima correlazione del mondo, concepire il rispetto della natura e della sua ciclicità come il senso stesso della vita? Sì, a volte il senso del viaggio è questo, tornare all'essenziale, espellere dai pensieri il calcolo di un tornaconto, guardare la diversità come risorsa, ammettere che solo la relazione costruisce l'identità degli uomini. Fra le storie del lago Bajkal c'è anche quella degli scalpellini friulani che vennero fin qui a morire di freddo lavorando a un ardimentoso tratto di Transiberiana. Un'altra piccola lezione di vita.

Il "fuori pista" in Mongolia costituisce un avvincente diversivo cominciato con 14 ore di autobus da Ulan-Udé a Ulaanbaatar, "avviluppati e sovrapposti come le foglie di un carciofo". Quel continente misterioso è popolato da gente - appena 3 milioni di persone in un territorio sei volte più grande dell'Italia - capace di dialogare con le foglie e con le pietre, con i ruscelli e con le aquile. Accompagnato dalla dolce Tuya, la guida che conserva nel nome la "luce dell'alba", Vittorio Russo penetra nella quotidianità essenziale delle gher, le tende dei nomadi, assorbe il panteismo sciamanico degli anziani, rilegge il mito feroce di Gengis Khan e il mito gentile del buddhismo tibetano, avventurandosi perfino a montare un cavallo mongolo.

Nomadismo e fratellanza

La magia riempie gli spazi verdi e smisurati, riverberandosi nel silenzio della steppa. E perfino di fronte alla circospezione minacciosa dei doganieri mongoli, davanti a quei volti d'una "bruttezza aggressiva" e "senza nessuna traccia di pensiero", lo scrittore mantiene lo sguardo aperto, non giudicante, esploratore di un mondo che si svela solo a frammenti. L'ultima tappa è l'imprevedibile Vladivostock, città-adolescente, multietnica, vibrante, piena di riminiscenze italiche eppure simbolo di una distanza ancora tutta da colmare, città di cui nell'inserto fotografico mi rimane impressa un'immagine che parla da sola: libri a disposizione di tutti in un parco pubblico.

Più che la virtù dei forti, come dice il proverbio, la pazienza è la condizione di molti, o meglio di tutti, conclude Vittorio Russo nell'epilogo, riferendosi all'etimologia del verbo patire. Ma sarebbero parole vuote senza quei dodicimila chilometri alle spalle, ancora traboccanti di umanità. Partire, farsi inghiottire dal nulla, ampliare la visione. Gialli e bianchi, russi e buriati, circassi ed evenchi, mongoli e siberiani. Da un libro come questo si impara fra l'altro a non fidarsi mai del sentito dire. Il messaggio è limpido, universale: "ai popoli bellicosi della Terra occorrerebbe un tirocinio d'amicizia sulla Transiberiana". 

Vittorio Russo
Transiberiana
Sandro Teti Editore
195 pp., 15 euro

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