Marco Franzoso, "Gli invincibili" - La recensione

Aiutarsi a crescere: l'iter evolutivo di un padre e un figlio obbligati a ricostruire il mondo degli affetti. Dall'autore di "Il bambino indaco"

Gli invincibili

Gli invincibili, particolare della foto di copertina – Credits: Christina Kennedy / fStop / Plainpicture

Michele Lauro

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Marco Franzoso torna sul "luogo del delitto", la famiglia dilaniata dalla nascita di un figlio. Con il nuovo romanzo Gli invincibili porta a compimento la sua trilogia dell'abbandono, inaugurata nel 2006 con Tu non sai cos'è l'amore e proseguita nel 2012 con Il bambino indaco, ispiratore del film Hungry Hearts di Saverio Costanzo premiato recentemente a Venezia.

"Dopo dieci anni di fidanzamento la presenza di un figlio cambia tutto." La scena primaria, avvolta nell'affettività biologica che schiude la vita, la serba e la protegge, è abitata da un lutto spaventoso: l'abbandono della madre. Un padre e un figlio imparano a crescere insieme nel tempo fermo dell'assenza. Un tempo che invece nel romanzo scorre, dai sei mesi ai sei anni del bimbo (primo giorno di scuola), come un'onda lunga cavalcata da aspiranti surfisti su una tavola dall'equilibrio incerto.

Narrato in forma diaristica, Gli invincibili sfiora il melò senza mai oltrepassarne i confini, forte di un linguaggio asciutto e sgranato, pensieri diretti, simbolizzazioni profonde e archetipiche. La sciagura originaria che costituiva il corpus emotivo del Bambino indaco - la variante tirannica dell'amore materno bloccato allo stato narcisistico e fusionale da un'ossessione paranoide legata al cibo - rimane qui sullo sfondo. Il proscenio è del padre, genitore singolare per necessità e a sua volta figlio di un padre malato cui per la prima volta tende le orecchie con empatia.

In questo doppio cammino di formazione, padre e figlio condividono lo stesso bisogno di tenerezza e cura per sopravvivere all'emergenza quotidiana: un perenne stato di malattia e disappetenza, preoccupazione e senso di inadeguatezza. La fissazione per gli alimenti s'incarna qui nel Delfino Spara Minestra inventato dalla nonna per smuovere i percentili ma anche nella misconosciuta anoressia senile, il rifiuto dell'anziano di mostrare al mondo lo spettacolo del proprio deperimento. "Nutro mio figlio, nutro mio padre, nutro me", sintetizza a un certo punto il protagonista.

Franzoso smuove tabù atavici portando le pappe dentro il mondo del lavoro (da cui uscirà disoccupato con un figlio a carico) e la Famiglia-a-domicilio, sbirciando i clown negli ospedali, surrogando la madre naturale con la propria madre, svelando i pensieri sulla morte dei bimbi malati e la colpa originaria del padre, quella a cui neppure l'amore può rimediare: non disporre del collegamento naturale, fisico, che permette a una madre di conoscere istintivamente la ragione del pianto di suo figlio.

Ma la vera sfida è tenere al riparo una creatura inerme dal male. Quando il male, come nel caso dell'abbandono, appare come un destino di naturalità. Il padre riceve aiuto da una psicologa infantile dai modi spicci. Nello spazio terapeutico organizzato dalla Fata Carabina e poi fra le rassicuranti mura di casa l'episodio catastrofico dell'infanzia viene sollecitato a rivivere in forme creative, regalando all'angoscia senza nome finalmente un oggetto e una domanda: "Quando torna?"

In questa friabile linea di passaggio tra bisogno e desiderio, i superpoteri degli Invincibili danno significato e valore all'apparenza delle cose. La fatica più grande coincide con la più grande soddisfazione: percepire di essere cresciuti e di essersi lasciati alle spalle una fase della vita. È allora che il monogenitore può scrollarsi di dosso la maschera del padre triste, recuperare la leggerezza di un tuffo là dove si frange l'onda. E perfino lasciare una porta aperta, o almeno socchiusa, al futuro che sta per arrivare.

Marco Franzoso
Gli invincibili
Einaudi
110 pp., 15 euro

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