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'Le venti giornate di Torino' di Giorgio De Maria, intervista a Giovanni Arduino

Torna in libreria per Frassinelli un romanzo dimenticato, scritto da uno sconosciuto scrittore italiano che aveva immaginato i social media nel 1977

Le venti giornate di Torino, intervista a Giovanni Arduimo

Antonella Sbriccoli

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Da oggi è in libreria per Frassinelli Le venti giornate di Torino, romanzo di Giorgio De Maria (1924-2009), uscito per la prima volta nel 1977 e oggi riscoperto sia in Italia che negli Stati Uniti. Ne parliamo con Giovanni Arduino, scrittore torinese, oltre che celebre traduttore di Stephen King, che ne ha curato la postfazione e gli ha dedicato anche un breve saggio, Il diavolo è nei dettagli, disponibile in ebook.

In primo luogo, quando hai scoperto “Le venti giornate di Torino”?

Quando mi è stato mandato dal direttore editoriale di Frassinelli, Giovanni Francesio. O almeno così ho creduto per qualche settimana. Non appena iniziate le ricerche per la stesura del saggio e della postfazione, mi è tornato in mente che me lo aveva mostrato da ragazzino mia zia Michela, grande conoscitrice della Torino più nascosta ed «esoterica»: una delle tante coincidenze legate a questo romanzo di cui parlo nel mio ebook Il diavolo è nei dettagli.  

Hai definito “Le venti giornate di Torino” come “l’unico, autentico, romanzo maledetto italiano”. Perché?

Nel corso dei secoli, molti romanzi e scrittori sono stati definiti maledetti, a torto o a ragione. Secondo me, questo lo è per l’atmosfera plumbea da terrore cosmico, mista a un’angoscia più intima, personale, che arriva senza dubbio dal suo autore Giorgio De Maria. Una combinazione che non può lasciare indifferente il lettore e lo attira in una trappola da cui è difficile uscire. Io stesso ne sono rimasto invischiato. Si tratta di un libro maledetto e anche malato, in tutti i sensi; di un’esperienza a suo modo unica e da vivere in prima persona,  dove coesistono e si intrecciano tra loro un male «esterno» e uno «interno», come ho appena spiegato.

Nella tua postfazione scrivi che Torino è “la protagonista assoluta del romanzo”. Ci puoi spiegare il rapporto tra il romanzo e la città?

Il romanzo è Torino. Torino e i torinesi, per la precisione. Dal 1977 la città è molto cambiata (dagli anni di piombo e della FIAT a quelli delle Olimpiadi invernali e dei gianduiotti con sale marino integrale, per intenderci) e lo stesso vale in parte per i suoi abitanti, ma alcune costanti rimangono. Torino e i torinesi non ti accolgono a braccia aperte e sul momento possono sembrare strani, misteriosi, forse un po’ tetri: caratteristiche, queste, anche del romanzo. Non è solo un fatto di ambientazione, peraltro curatissima, ma di avere saputo interpretare lo spirito (o gli spiriti) di una città e della sua gente. 

Negli Stati Uniti il romanzo ha ricevuto critiche davvero entusiaste, sia per la sua qualità letteraria, sia per la sua componente profetica. C’è chi ha scritto che “un oscuro scrittore italiano aveva previsto i social media nel 1977”. In cosa si manifesta nel romanzo questa sorprendente anticipazione di facebook?

Nella Biblioteca, una geniale invenzione di Giorgio De Maria, dove tutti possono portare i propri scritti e leggere quelli altrui in un clima voyeuristico che ricorda in modo impressionante i social network e anche l’universo del self-publishing, dell’autopubblicazione, con libri di solito virtuali su scaffali virtuali a riempire sterminati spazi virtuali, spesso nella più completa autoreferenzialità.

Anche la biografia di Giorgio De Maria sembra essere particolare. Hai approfondito anche questo aspetto?

Giorgio De Maria ha vissuto qualcosa come sei vite, se non di più. È stato impiegato alla RAI e alla FIAT, critico teatrale, sceneggiatore televisivo, pianista affermato, drammaturgo, professore delle superiori, membro di gruppi d’avanguardia, ovviamente romanziere e parecchio, parecchio altro. Senza dimenticare la sua crisi spirituale, seguita da una grave forma di psicosi, che gli ha rovinato molti anni dell’esistenza ma ha anche contribuito alle riuscita di alcune sue creazioni, tra cui proprio Le venti giornate di Torino (dove si intuisce il germe di una follia ancora allo stato embrionale, ma onnipresente e quasi allettante).

Ultima domanda. Si dice che i buoni libri, prima o poi, trovano sempre la loro strada. “Le venti giornate di Torino” è uno di questi casi? È un romanzo che doveva aspettare quarant’anni per essere apprezzato?

Le venti giornate di Torino ha sempre avuto un piccolo e accanito gruppo di estimatori, fin dalla sua prima pubblicazione italiana. Ha anticipato certi aspetti di quello che poi sarebbe diventato il nostro futuro e forse proprio per questo oggi è venuto il suo momento. Non so se sia esattamente un bene, in senso lato, perché ci offre una visione spietata del mondo (sfido chiunque a non rimanere raggelato dalle sue ultime pagine). Di sicuro è un bene per il pubblico dei lettori, ovvio.   


Giorgio De Maria

Le venti giornate di Torino

Frassinelli, 2017, 150 p.


Giovanni Arduino 

Il diavolo è nei dettagli

Sperling & Kupfer, versione ebook

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