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'La settima funzione del linguaggio', di Laurent Binet – L’intervista

'Umberto Eco è la versione allegra di Roland Barthes': Laurent Binet ci ha raccontato il suo nuovo romanzo, parlando di realtà e di potere della parola

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Andrea Bressa

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Con il suo primo romanzo intitolato HHhH (in Italia per Einaudi), lo scrittore francese Laurent Binet (classe 1972) si è aggiudicato nel 2010 il prestigioso Prix Goncourt du Premier Roman. Un riconoscimento che ha consacrato Binet fra i più interessanti e brillanti autori europei in circolazione, ottenendo apprezzamenti ovunque anche per i suoi lavori successivi. Il più recente è La settima funzione del linguaggio, romanzo finalmente arrivato anche in Italia grazie a La Nave di Teseo.

L’abbiamo letto e apprezzato in anteprima, ma soprattutto abbiamo avuto l’opportunità di scambiare due parole con Laurent Binet in persona, ospite a Milano durante il Book Pride 2018 (22-25 marzo) per presentare appunto La settima funzione del linguaggio.

Prima di passare all’intervista, introduciamo però un po’ la trama del libro.

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Copertina del romanzo 'La settima funzione del linguaggio', di Laurent Binet – Credits: La Nave di Teseo

IL ROMANZO

La settima funzione del linguaggio rappresenta un gioco narrativo molto divertente e appassionante, per l’idea e per lo stile con cui è stato scritto. Binet mette in scena nella sua trama fatti e personaggi realmente esistiti, stravolgendo però il corso della storia con un brillante esercizio di fantasia. Per far funzionare il tutto Binet si serve del genere giallo, forse il contenitore/strumento più efficace nel mondo della narrativa per poter parlare di qualsiasi cosa tenendo il lettore incollato alle pagine.

Nello specifico, si parte dal 25 febbraio 1980, quando Roland Barthes viene trovato investito da un furgone di una lavanderia, dopo aver finito un pranzo con François Mitterrand. La cronaca narra che sia stato un incidente, le cui conseguenze portarono da lì a un mese il grande semiologo alla morte. Ma nel romanzo di Binet ecco che il commissario Jacques Bayard si convince che non si sia trattato di una fatalità: Barthes avrebbe subito un attentato. Inizia così un’indagine serrata che vede il pratico e rude Bayard alle prese con intellettuali e politici fra i più illustri e importanti dell’epoca, tutti sospettabili. Ad aiutare il poliziotto, non certo a proprio agio nell’elitario mondo accademico, c’è un mite e giovane professore di semiologia di nome Simon Herzog: una coppia investigativa mal assortita, ma narrativamente perfetta.

I due investigatori cominciano a seguire la pista di un possibile intrigo internazionale. I personaggi che incontrano sono tutti pezzi da novanta della storia contemporanea europea: il presidente Valéry Giscard d'Estaing, Bernard-Henri Lévy, Michel Foucault, Umberto Eco, Jean-Paul Sartre, Louis Althusser, Julia Kristeva, Gilles Deleuze, solo per citarne alcuni. Ma anche spie russe, bulgare, giapponesi e avventure fra Parigi, Bologna, Venezia, New York e Napoli. L’obiettivo di Bayard ed Herzog è capire perché qualcuno ha voluto far fuori Barthes, perché i documenti che aveva con sé sono stati sottratti. Forse c’entra la possibile scoperta da parte del semiologo della fantomatica settima funzione del linguaggio (un’aggiunta alle sei funzioni linguistiche teorizzate da Roman Jakobson), che permetterebbe di evocare il più grande potere dell’oralità, cioè quello della persuasione.

Binet gioca con la storia e i suoi protagonisti, costruendo caricature divertenti e originali. Ci parla di filosofia e di linguistica, ma anche di passioni, bagliori e miserie umane.

L'INTERVISTA

In questo romanzo sorprende innanzitutto il bizzarro gioco narrativo che è stato costruito. Come le è venuto in mente?

Volevo raccontare una storia sul linguaggio. È lui il vero protagonista di questo romanzo. Il fatto di passare attraverso Barthes mi è sembrata una buona idea: del resto era lui lo specialista del linguaggio e ha anche contato molto nella mia formazione personale (sono un professore di francese). E poi ho notato che c’erano elementi nella vita e nelle circostanze della morte di Barthes che si prestavano per poter costruirci attorno un romanzo poliziesco.

In un’intervista al Guardian ha affermato che con questo libro ha voluto divertirsi “tirando la corda della realtà fino a romperla”. Ebbene, questa corda è riuscito a romperla? Si è divertito?

A me piace molto la storia controfattuale, con i suoi giochi di “what if”: cosa sarebbe successo se… ? Temi alla Philip Roth o Philip K. Dick, per citarne qualcuno. C’è anche una frase di Fuentes che mi è rimasta impressa in particolare: “L’arte ci vendica di quello che la storia ha assassinato”. Odio quando si cerca di riscrivere la storia in modo subdolo e ingannevole, adoro invece il gioco dichiarato di creazione di una storia alternativa. E poi ho anche avuto voglia di scrivere un libro che fosse una sorta di reazione al mio precedente romanzo (HHhH) per la realizzazione del quale ho impiegato dieci anni, studiando e raccogliendo una mole notevole di dati e informazioni per essere il più aderente possibile alla realtà dei fatti.

Un romanzo ben confezionato è in grado di lasciare sempre qualcosa al lettore, attraverso la storia e soprattutto attraverso il linguaggio e le idee che suggerisce. Chi legge guadagna riflessioni, punti di vista diversi e si sente talvolta rinnovato. Anche l’autore guadagna qualcosa quando scrive un romanzo? E se sì, in questo caso, cosa è cambiato in lei? Ha qualcosa di nuovo?

È difficile rendersi conto. Forse questo romanzo mi ha consentito di fare chiarezza su una cosa, che si può definire una fantasia ma anche un rimpianto, ossia il fatto di essermi specializzato nello scritto a discapito dell’orale: avrei voluto essere un grande oratore. Quindi questa storia ha dato espressione a questa fantasia, mettendo in scena appunto dei personaggi che sicuramente sono molto più bravi di me nell’arte oratoria. Ovviamente sono contento di essere uno scrittore, però è anche molto laborioso, richiede molto lavoro anche solitario, davanti alla pagina bianca o al pc. Ammiro chi riesce sempre a rispondere bene, al momento giusto, sempre a tono, alla Oscar Wilde per intenderci, o come nei grandi discorsi di Churchill in cui c’è una parte di teatralità che non è possibile ritrovare nello scritto. Nell’oralità c’è qualcosa di più fiammeggiante. Infatti il primo duello oratorio del cosiddetto Logos Club, di cui racconto nel mio romanzo, verte appunto su scritto e parlato e chi difende lo scritto vince pronunciando solo due parole: si tratta di pura magia, quasi soprannaturale.

A un certo punto del romanzo il professore Simon Herzog dice al commissario Bayard “Come fai a sapere che non sei in un romanzo? Come fai a sapere che non vivi dentro a una storia inventata? Come fai a sapere di essere reale?”. La questione la giro a lei Binet: in questo momento storico di post verità, come facciamo noi a sapere di vivere nel reale?

Non è difficile sotto il profilo intellettuale e individuale. È difficile per ciò che non vediamo. Attorno a questo tavolo, in questa stanza, siamo certi di quello che stiamo facendo qui, però ad esempio in Siria non sappiamo cosa sta succedendo. Il problema vero è che bisogna decidere prima o poi a chi dare fiducia. Questo è il più importante interrogativo: quali sono le fonti? Russia Today, Le Monde, La Stampa, il Corriere sono sempre diverse le une dalle altre e bisogna che ognuno a un certo punto si costruisca il suo castello di fiducia: a chi fare affidamento e perché. Per esempio, noi sappiamo che la Terra è rotonda perché abbiamo fiducia negli scienziati e non nei preti. Ma non abbiamo fatto l’esperimento, ci fidiamo dei calcoli e delle osservazioni degli scienziati, che per noi detengono la verità. Perché ho scelto di dar fiducia agli scienziati e non ai preti? Semplicemente perché lo scienziato mi da delle dimostrazioni pratiche.

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Umberto Eco – Credits: ANSA/Giorgio Benvenuti


In questo romanzo ci sono tanti grandi personaggi, fra cui Umberto Eco, che tra l’altro ha un ruolo non marginale nella trama (con risvolti anche molto divertenti). Che cosa è stato Umberto Eco per lei?

Da francese direi che Umberto Eco è la versione allegra di Roland Barthes. Al di là del carattere, hanno numerosi punti in comune. Avevano lo stesso modo di pensare ed anche gli stessi strumenti. Entrambi semiologi strutturalisti, leggevano in modo identico i segni del mondo, destrutturandolo e classificandolo. Ne ho parlato con degli specialisti di Barthes in Francia, i quali sostengono che il francese sia stato strutturalista solo per un certo periodo della sua vita. Secondo me invece sia Barthes che Eco sono stati fondamentalmente degli strutturalisti lungo tutto il corso delle loro carriere.

Per concludere, dove sta questa settima funzione del linguaggio secondo lei?

La settima funzione del linguaggio è una fantasia, ma anche, al contempo, la metafora del potere assoluto. Il linguaggio è l’arma del potere assoluto e la fantasia è il pensare di poterla possedere. Nessuno ha questa settima funzione, ma tutti ci giriamo attorno. Nella realtà i potenti del mondo non sono i maggiori artisti del linguaggio eppure sono coloro che possiedono i mezzi di comunicazione.

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