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Jhumpa Lahiri, 'In altre parole' - La recensione

Il primo libro pensato e scritto in italiano dalla scrittrice bengalese di lingua inglese. La storia di un innamoramento e di una iniziazione

In altre parole

In altre parole, particolare del disegno di copertina – Credits: Disegno e grafica di copertina di Guido Scarabottolo

Inserita qualche anno fa dalla rivista Forbes tra le narratrici più influenti del panorama contemporaneo, Jhumpa Lahiri è una donna sensibile, schiva, determinata. La critica ne ha premiato il talento fin dagli albori della carriera, nel 2000, assegnandole il Pulitzer per la raccolta d'esordio, L'interprete dei malanni. Dopo un romanzo lungo e complesso come La moglie, la scrittrice che ha scelto come nome d'arte il suono della pioggia (Jhumpa) e, da qualche anno, l'Italia come nuova casa, ricomincia tutto da capo: In altre parole.

In altre parole è il diario di una passione clandestina. Protagonista la lingua italiana, di cui la scrittrice è da vent'anni un'affezionata adepta e alla quale ora chiede gentilmente "permesso" per entrare (rientrare) attraverso la sua porta nel mondo della letteratura. Già pubblicati in parte su Internazionale sotto forma di conversazioni con i lettori, i frammenti che compongono questo libro sono nati direttamente in italiano. Difficile resistere a un piccolo afflato di campanilismo nel pensare a quanti pochi altri grandi scrittori abbiano preferito Roma (e la sua lingua) alle grandi capitali letterarie come Londra, Parigi, New York.

L'esilio è una condizione dolorosa ma feconda per uno scrittore, addirittura essenziale dice Lahiri, immedesimandosi nelle parole di Antonio Tabucchi che riporta in incipit: "...avevo bisogno di una lingua differente: una lingua che fosse un luogo di affetto e di riflessione". Fra gli Strumenti umani, per usare una suggestione cara a Vittorio Sereni, la lingua è quello deputato a disegnare sulla pagina l'andamento del discorso interiore. E proprio la relazione tra la scelta di una nuova lingua e la condizione di esiliata costituisce il fulcro del discorso e della poetica di Jhumpa Lahiri.

Si scrive per indagare il mistero dell'esistenza, confessa la scrittrice. Per farlo ho bisogno della libertà di sentirmi imperfetta. Tutta la mia scrittura è un omaggio all'imperfezione, al contrario la sicurezza è una pericolosa insidia alla creatività. L'italiano mi ha offerto questa libertà e insieme questa limitazione. Perché c'è una trafittura in ogni gioia... E trovo meravigliosa questa parola un po' insolita, trafittura, che Jhumpa restituisce come una specie di onomatopea per descrivere la sensazione fisica di venir ferita.

Le tre lingue che si affrontano sulla mia scrivania, continua la scrittrice - bengalese, inglese e italiano - sono oggi lo specchio della mia identità perennemente in crisi. Il tema del doppio è ricorrente in tutta l'opera di Jhumpa Lahiri. Anche nell'ultimo romanzo, La moglie, protagonisti erano due fratelli così diversi - introverso e riflessivo il primo, idealista, passionale, assoluto l'altro - da incarnare le due metà di una stessa persona. Due metà destinate a rimanere tali. Ora scrivere in italiano è come un ponte: il diario sofferto di una nuova nascita.

Metamorfosi di una donna, metamorfosi di una scrittrice, metamorfosi di uno stile. Ispirata da Ovidio, il mentore che nel mito di Apollo e Dafne rilesse poeticamente questo processo insieme violento e rigenerativo, Lahiri interpreta la metamorfosi come un cammino esistenziale di morte/rinascita. In questa fase di transizione è come se la sua prosa elegante e accuratissima, così ricca di immagini simboliche ed evocative, all'incontro con l'italiano si fosse sfrondata d'ogni impurità mettendosi completamente a nudo, e rivelando una insondabile profondità di pensiero.

Traversata, colpo di fulmine, esilio, conversazioni, rinuncia, scambio, riparo fragile, sondare, impalcatura, imperfetto, triangolo. Fin dalla scelta delle parole per i titoli dei brani, la scrittrice rivela una fascinazione per le sonorità musicali della lingua italiana e per la sua ricchezza semantica, per i termini con una pluralità di significati. Ma l'attrazione si estende anche ai suoi interpreti, Moravia, Pavese, Manganelli, Natalia Ginzburg, di fronte ai quali rileggendosi trova la sua prosa simile a un pane sciapo: "funziona, ma di solito il sapore non c'è".

Mi pare invece, specie leggendo Penombra - il bellissimo racconto di chiusura - che Jhumpa Lahiri abbia inaugurato una nuova stagione narrativa modellando le nuove parole nella materia di cui sono fatti i sogni. Con la loro penombra. Con le loro lucide verità.

Jhumpa Lahiri
In altre parole
Guanda
154 pp., 14 euro

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