Liberiamo gli insetti dalle nostre metafore: le mosche marxiste di Malaparte
Liberiamo gli insetti dalle nostre metafore: le mosche marxiste di Malaparte
Cultura

Liberiamo gli insetti dalle nostre metafore: le mosche marxiste di Malaparte

Ho passato i primi 30 anni della mia vita a vantarmi che io non avevo mai ucciso un ragno, che i ragni mi stanno simpatici, che anche se ne vedevo uno passeggiarmi in camera non sarei mai stata capace …Leggi tutto

Ho passato i primi 30 anni della mia vita a vantarmi che io non avevo mai ucciso un ragno, che i ragni mi stanno simpatici, che anche se ne vedevo uno passeggiarmi in camera non sarei mai stata capace di schiacciarlo – se non attraverso la declamazione delle mie poesie, la cui produzione risale a prima del Mondiale con Baggio e Vialli.

Poi, un giorno di qualche tempo fa, qualcuno mi ha spiegato che quelle che io credevo “formichine rosse del marmo”, e che avevo eletto a principale ingrediente della poltiglia che io e i miei cugini facevamo cuocere al sole per ottenere una torta (simbolica) da regalare ai nostri nonni, erano in realtà ragni. Piccoli. Rossi. Per me è stato un colpo, e mi sono convinta che uno dei motivi per cui non se vedono più tanti in giro è da attribuire alla nostra furia pseudo-culinaria. E poi mi piaceva il ruolo che mi ero data di emancipatrice dei ragni, di sceriffo dell’aracnofilia.

Ma perché, dice, i ragni sì e le formiche no? Non so che le formiche sono operosissime impiegate della perfezione geometrica e industre della natura? Non ho mai visto come scavano lunghissimi tunnel nella terra, nei quali risuona il loro muto segnale di vita? Non mi rendo conto che le loro case sono perfette metafore dei nostri condominî, ma che la loro società è strutturata sulla base di una fortissima coesione che noi ce la sogniamo?

Di solito, dato che io non rispondo, dalla formica si passa esopicamente alla cicala, al bacarozzo che se scoppia una guerra nucleare sopravvive, alle lucciole di Pasolini, e da lì a cascata a tutte le altre metafore umane, o meglio antropocentriche, applicate agli insetti.

La metafora uomo-insetto è una delle più patetiche, e offensive (per l’insetto). Benché sia molto di moda, è ridicolo voler derivare la spiegazione o la regola di condotta dell’umano dall’interpretazione di un comportamento animale, arbitrariamente scelto come equivalente in un’ipotetica griglia di atteggiamenti etici.

 

Per questo mi piacciono solo le storie, le fiabe e le filosofie che non contemplano, nel riferimento agli insetti, l’espressione “è come quando (segue la cicala/le api/le farfalle)…”.

Per questo mi interessano solo le storie descrittive (Caillois-mantide religiosa), ossessive (Nabokov-farfalle), ìncubi – o incubatiche (Kafka-scarafaggio).

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Caillois studiò il mimetismo degli insetti, e la perfetta simmetria (o asimmetria, nel caso di insetti evoluti in modo più complesso) dei loro organismi per giungere alla conclusione che tutti i loro tratti fisici, e tutti i loro comportamenti, erano perfettamente inutili. Nessun insegnamento da trarre: la bellezza è inutile. Mentre la simulazione e la dissimulazione hanno un senso evolutivo, alcuni espedienti non hanno uno scopo e non hanno equivalenti nel regno umano.

Mi piace la mosca che Giotto disegnò sul naso di un personaggio di Cimabue, che tentò di scacciarla dalla tela; la mosca del Guercino sul teschio di Et in Arcadia ego, a sua volta allegoria della vanità; quella sul piede del San Sebastiano di Benedetto Pagni. Tutti casi di mosche che non sono metafore, ma allegorie di un significato del tutto umano.

Mi piacciono gli insetti al limite tra organico e oggettuale di Ted Hughes, e le api dispendiose e velenose di Bataille.

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Mi piacciono gli insetti assassini e vagamente metallici di Mishima, e da ieri, dacché le ho scoperte, mi piacciono le mosche di Curzio Malaparte.

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Don Fortunato, protagonista del racconto I cacciatori di mosche, ha una bottega che vende mosche morte per la pesca. Gli affari cominciano ad andare male, a causa soprattutto della produzione industriale di mosche artificiali statunitensi e australiane. I poveri della città, esperti cacciatori di mosche al volo (e non con carta moschicida, ché è vietatissima) minacciano lo sciopero e chiedono un aumento del salario (ora cinque lire per ogni cento mosche, 5 centesimi a mosca). Forti del loro potere di recare sacchetti pienissimi di cadaveri di mosche in grado di sfamare mezza città e la famiglia di Don Fortunato, composta da lui e dalla sua bellissima figlia, i cacciatori sentono che i tempi stanno cambiando.

«Il loro nobile mestiere ha una tradizione antichissima, è legato a tutta la storia della città, storia gloriosa, fatta di patimenti, di miseria, di dolore. È il mestiere tipico della civiltà europea in declino, sommersa dalla nuova civiltà moderna, di tipo americano, meccanica, razionale, scientifica, e fondata sull’esaltazione dell’igiene, che nelle mosche vede il simbolo di un’età ormai condannata al tramonto, di una civiltà del motore, del vetro, dell’alluminio, delle vitamine, dell’igiene».

La stessa figlia di Don Fortunato disprezza in segreto la bottega e le mosche, e sogna un mondo «pulito, ordinato, nitido di cristalli e di nichel, scientificamente sterilizzato». Ha aspirazioni borghesi, razionali, vuole che suo padre si ripulisca. Il padre sbotta:

«Non avete capito che viviamo tutti alle spalle delle mosche?»

Ma a un tratto succede qualcosa di inaspettato. Un grande industriale del nord – si chiama Brambilla – si presenta in città con l’intenzione di aprire una industria di DDT. I ricchi della città salutano l’impresa con grato fervore. I poveri sono disperati: e adesso? Uniti contro il nemico, decidono di reagire. Il giornale annuncia che quella sera si darà al Teatro civico una serata in onore del commendatore. Don Fortunato, con la figlia e gli aiutanti, si reca sul posto. Brambilla ha il palco d’onore: efficiente, pulito, «vestito con grassa eleganza», elargisce sorrisi sordidamente disinfettati.

Il teatro è travolto da un pathos inedito: alacre, efficiente, odoroso di DDT, che viene spruzzato dalle ballerine a zaffate, a depurare l’aria dalle mosche, ad annientare quel simbolo della mancanza d’igiene e perfino di libertà. È finita. Il pubblico è in delirio: Brambilla, esponente dell’egoismo borghese, è eletto re della pulizia e della ricchezza.

Ma Salvatore, un aiutante di Don Fortunato «marxista e difensore delle mosche», che non ne ha mai uccisa una ma le porta in bottega vive e ronzanti dentro sacchetti di carta, corre a casa a prendere una scorta di mosche, torna e le libera, inutilmente, a sciami, dentro il teatro. Sono talmente tante, e sembrano così giuste e libere, che il DDT non le stermina, a parte qualcuna, che cade onorevolmente. Il gesto ridà loro speranza. Sotto gli ideali marxisti-progressisti, lungi dal resistere stupidamente alla tecnica, i poveri costruiranno un allevamento di mosche per salvare loro dallo sterminio e sé stessi dalla morte per fame.

Una storia perfetta dove gli insetti non sono metafore regressive di una saggezza che a noi manca, ma allegorie sciamanti in un teatro di superiore solidarietà e ragionevolezza umana.

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