La mente insonne in balia del nulla
La mente insonne in balia del nulla
Cultura

La mente insonne in balia del nulla

Durante l’insonnia mi ripeto, a mo’ di consolazione, che quelle ore di cui prendo coscienza le strappo al nulla, che se dormissi non mi sarebbero mai appartenute, anzi non sarebbero mai esistite. Emil Cioran, Il funesto demiurgo Ora …Leggi tutto

Durante l’insonnia mi ripeto, a mo’ di consolazione, che quelle ore di cui prendo coscienza le strappo al nulla, che se dormissi non mi sarebbero mai appartenute, anzi non sarebbero mai esistite.
Emil Cioran, Il funesto demiurgo

Ora il sonno lo abbandonava più spesso, non una o due bensì quattro, cinque volte la settimana. Che cosa faceva in quei momenti? Non passeggiava a lungo dentro gli arabeschi dell’alba. Non aveva un amico tanto intimo da sopportare il tormento di una telefonata. (…). Cercava di leggere fino ad addormentarsi, ma riusciva solo a sentirsi più sveglio. Leggeva scienza e poesia. Gli piacevano le poesie scarne collocate minuziosamente nello spazio bianco, file di tratti alfabetici impressi a fuoco nella carta. Le poesie lo rendevano cosciente del proprio respiro. (…). Una notte cercò di dormire in piedi, nella sua cella di meditazione, ma non ci riuscì, non era un vero adepto, non era un monaco. Aggirò il sonno e si arrotondò in posizione di equilibrio, una calma senza luna in cui ogni forza veniva bilanciata da un’altra. Fu un sollievo brevissimo, una piccola pausa nell’agitarsi di identità irrequiete.
Non c’era risposta alla domanda. Aveva provato sedativi e ipnotici, ma lo rendevano dipendente, lo precipitavano dentro strette spirali interiori. Ogni sua azione era sintetica, ossessionata dal proprio fantasma. Anche il più pallido pensiero recava un’ombra ansiosa. Cosa faceva? Non consultava un analista impassibile nella sedia di cuoio. Freud è finito, adesso tocca a Einstein. Stava leggendo la Teoria Speciale quella notte, in inglese e tedesco, ma mise da parte il libro, infine, e giacque completamente immobile, sforzandosi di pronunciare la parola che avrebbe spento le luci. Nulla esisteva intorno a lui. C’era soltanto il rumore nella sua testa, la mente nel tempo. Sarebbe morto ma non sarebbe finito. Il mondo sarebbe finito.
Don DeLillo, Cosmopolis

 

E ora devo lasciare la mia eroina alla notte insonne, che fa parte del destino di ogni autentica eroina, a un cuscino irto di spine e bagnato di lacrime. Potrà considerarsi fortunata, se riuscirà ad avere un’altra notte di riposo durante i prossimi tre mesi.
Jane Austen, Northanger Abbey

 

Notte insonne: si può definire con una formula: ore tormentose, trascinate senza la prospettiva di una fine o dell’alba, nel vano sforzo di dimenticare la vuota durata. Ma ad incutere spavento sono le notti insonni in cui il tempo si contrae e scorre infruttuosamente fra le dita. Uno spegne la luce nella speranza di lunghe ore di riposo, che gli possano recare qualche conforto. Ma mentre non può calmare i suoi pensieri, va sprecato per lui il tesoro prezioso della notte, e prima di essere in grado di non vedere più nulla sotto le sue palpebre accese, sa che è ormai troppo tardi, e che presto il mattino lo farà destare di soprassalto. Può darsi che, per il condannato a morte, l’ultimo spazio di tempo che gli rimane passi così, inarrestabile ed inutilizzato. Ma ciò che si rivela in questa contrazione delle ore è esattamente l’opposto del tempo realizzato.
Mentre in questo la forza dell’esperienza spezza l’incantesimo della durata e concentra nel presente il passato ed il futuro, nella notte insonne e affannosa la durata genera un orrore intollerabile. La vita umana si riduce a un istante non già perché sopprima e conservi in sé la durata, ma perché cade in balia del nulla, e si ridesta alla coscienza della sua vanità di fronte alla cattiva infinità del tempo stesso. Nel ticchettio fragoroso dell’orologio si percepisce, per così dire, lo scherno degli anni luce per la breve durata della nostra esistenza. Le ore che sono svanite come secondi prima ancora che il senso interno le abbia afferrate e fatte sue, e che lo travolgono con sé nella propria caduta precipitosa, gli dicono che anch’esso, come ogni memoria, è votato all’oblio nella notte cosmica.
Theodor W. Adorno, Minima Moralia


L’insonnia era il più benigno dei mali che si abbatterono su lui. Passava le notti in bianco, girando al buio per la casetta, fumando senza tregua, in uno stato di viva agitazione e pronunciando frammentari discorsi in cui la sua sposa si stupiva di udire una parola ricorrente: «Erode». Quando l’insonnia fu chimicamente sconfitta con sonniferi, fu ancora peggio: il sonno di Abril Marroquín era visitato da incubi in cui si vedeva intento a lacerare la figlia non ancora nata.
I suoi stonati gemiti cominciarono a terrorizzare la sposa e finirono per provocarle l’aborto di un feto di sesso probabilmente femminile. – I sogni si sono avverati, ho assassinato mia figlia, me ne andrò a vivere a Buenos Aires, – ripeteva giorno e notte, lugubremente, l’onirico figlicida. Ma neppure questo fu il peggio. Alle notti in bianco o popolate da incubi, seguivano giorni atroci. Dall’incidente in poi, Lucho Abril Marroquín concepì una fobia viscerale nei confronti di tutto quanto avesse ruote, veicoli su cui non poteva salire né come autista né come passeggero, senza provare vertigini, vomito, sudar freddo e mettersi a urlare. Tutti i tentativi di vincere questo tabù furono inutili, sicché dovette rassegnarsi a vivere, in pieno secolo ventesimo, come ai tempi degli Inca (società senza ruote).
Mario Vargas Llosa, La zia Julia e lo scribacchino


Cara signora Milena,
prima di tutto, affinché Lei non lo ricavi da questa lettera senza ch’io voglia: da circa quindici giorni soffro di un’insonnia che va sempre peggiorando; per principio non me la prendo, questi periodi vengono e vanno e hanno sempre più cause del necessario (secondo il Baedeker può essere – tutto da ridere – anche l’aria di Merano), e anche se talvolta sono quasi invisibili, in ogni caso queste cause rendono ottusi come pezzi di legno e irrequieti come animali della foresta. Ho però una soddisfazione. Lei ha dormito tranquilla benché ancora “stranamente”, benché fino a ieri “sconcertata”, ma ha dormito tranquilla. Quando dunque di notte il sonno mi passa davanti, so la via che prende, e accetto. D’altro canto sarebbe sciocco ribellarsi, il sonno è l’essere più innocente che ci sia e l’uomo insonne il più colpevole.
Franz Kafka, Lettere a Milena 

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