La cerimonia dei baci
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Cultura

La cerimonia dei baci

Robin, una infermiera non sposata, non fidanzata, che vive con sua sorella in un sobborgo di una città del Canada, si mette un vestito color pistacchio a vita stretta con la gonna svasata, e prende un treno per …Leggi tutto

Robin, una infermiera non sposata, non fidanzata, che vive con sua sorella in un sobborgo di una città del Canada, si mette un vestito color pistacchio a vita stretta con la gonna svasata, e prende un treno per andare a vedere Antonio e Cleopatra in un teatro di Stratford.

Alla fine dello spettacolo va in bagno, dove perde la borsetta. Torna indietro a cercarla ma non c’è più: come torna a casa? Disperata, si mette in strada, senza soluzioni. Incontra un uomo che porta a spasso un cane: le chiede se tutto vada bene. È uno straniero. Si offre di prestarle i soldi per il biglietto di ritorno. Anzi, con un po’ di impaccio e molta audacia la invita a casa sua, che è anche il suo negozio, per il tempo che manca alla partenza. Parla lento, mettendo un breve silenzio tra una parola e l’altra. Casa sua è anche il suo negozio: ripara orologi. È gentile, misurato e calmo.

Lei si accorge che forse avrebbe dovuto essere più cauta: lui la invita a restare a cena e a prendere il treno successivo. Lei accetta: mangiano gulasch e bevono vino rosso. L’uomo gentile è del Montenegro, e poco importa che sia un potenziale assassino: quando la accompagna alla stazione, le cammina accanto sfiorandole appena la schiena, come i ragazzi della sua città non avevano mai fatto. Compra il biglietto e la porta al buio, lungo la ferrovia. Mentre il treno arriva, e lei insiste per rimborsarlo, lui le scalda le braccia. Segue «la conversazione dei baci. Sommessa, eccitante, sfrontata, rivoluzionaria». Poi le chiede una promessa: tra un anno, lei si sarebbe messa quello stesso vestito, avrebbe preso il treno per Stratford, avrebbe visto lo spettacolo pomeridiano e si sarebbe presentata in negozio da lui. Lei promette.

Un anno è sufficiente per inventarsi l’amore. Robin passa ore in biblioteca a vedere dove sta il Montenegro, a immaginarne il freddo e i colori. La vita è clemente: se non avesse perso la borsetta… L’anno passa. Il vestito pistacchio, portato a stirare qualche giorno prima, quel sabato non è pronto. Sono gli scherzi del destino, che dispiega sempre la sua brutalità nel modo più banale. Ne va a comprare un altro, va a prendere il treno, arriva in città e guarda il primo tempo di Come vi piace. È troppo nervosa, ha i brividi. Torna nel bagno in cui ha perso la borsetta. L’attimo tanto atteso sta per arrivare.

Esce in strada e cerca la casa-negozio dell’uomo: eccola, si avvicina col cuore in gola. La porta è aperta: si ferma sulla soglia e lo vede: chino su un orologio, l’aria concentrata, non è cambiato, è lo stesso di un anno fa. Non sa se entrare o aspettare che la veda; decide di chiamarlo: Daniel. Lui non alza subito la testa, sembra cercare qualcosa. Infine solleva lo sguardo e la vede. Si alza svogliatamente, le va incontro. Non parla e non sorride: tutto quello che fa è mostrare appena i denti, come un cane quando è in pericolo. Lei è immobile, non sa decodificare quei segnali, col peso di un anno di attesa sulle spalle. Se avesse messo il vestito pistacchio… Infine un gesto di lui rompe tutto: mette una mano sulla maniglia e le chiude la porta in faccia.

[Spoiler]

Tanti, tanti anni dopo, nel reparto psichiatrico dell’ospedale dove lavora Robin viene ricoverato un vecchio. È lui, Daniel. O almeno, è lo stesso. Oppure no? «Shakespeare avrebbe dovuto prepararla». La cartella dice che si chiama Alexander, e che è sordomuto. «I gemelli sono spesso causa di confusione e disastri, in Shakespeare. Strumenti per giungere a una conclusione, ecco a che servono quegli scherzi del destino».

Al termine di una solitudine disperata, Robin apprende la spiegazione. Lui, Daniel, quel giorno deve essere uscito un istante lasciando lì Alexander e pensando che fosse ancora presto per la fine dello spettacolo, per vederla comparire sulla porta. Deve aver portato con sé il cane. La vergogna che Robin sente da anni sparisce ad un tratto, e al suo posto subentra la consapevolezza di aver perso tutto. Si era saltato l’innamoramento e le sue fasi, le liti, le riconciliazioni, e anche la delusione. Tanto, dove avrebbe potuto andare il loro amore? Non finisce sempre tutto, indifferentemente?

«Era sfumato tutto in un solo giorno, in un paio di minuti, e non in un susseguirsi di crisi e tentativi, lotte, speranze e delusioni, nel modo lento e faticoso in cui di solito sfumano cose come quelle. Ma poi, se è vero che alla fine tutto si guasta, non è forse piú facile sopportare che accada in fretta? (…). Era di sicuro un altro mondo, quello in cui si erano incontrati. Simile a quelli evocati sul palcoscenico. Il loro fragile accordo, la cerimonia dei baci, la stolida fiducia di entrambi che ogni cosa potesse veleggiare nella direzione auspicata. Basta una minima deviazione, in casi del genere, e si è perduti».

Un congegno armonico di crudele precisione in cui l’equivoco anticipa e sostituisce la realtà, anche quando rivela come la verità possa essere clemente.

Alice Munro, Scherzi del destino, Einaudi

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