Il mal della pietra: rimedi contro l’amore
Il mal della pietra: rimedi contro l’amore
Cultura

Il mal della pietra: rimedi contro l’amore

Negli anni in cui Gesù Cristo era un pargolo di età tra i 4 e i 9 anni (come sapete non è nato nello 0) un poeta abruzzese, già anziano, scrisse un libercolo che chiamò Rimedi d’amore (significativamente tramandato a noi …Leggi tutto

Negli anni in cui Gesù Cristo era un pargolo di età tra i 4 e i 9 anni (come sapete non è nato nello 0) un poeta abruzzese, già anziano, scrisse un libercolo che chiamò Rimedi d’amore (significativamente tramandato a noi col titolo Rimedi contro l’amore), in cui rivolgendosi ai lettori diceva:

«Imparate da me a guarire, come da me imparaste ad amare».

Già autore degli Amores e dell’Ars amatoria, in cui aveva spiegato col canto sublime come fare innamorare chi ha l’ingenuità di cadere di fronte alla tecnica, con questa nuova elegia (che scandalo: usare una forma classica per sostenere il contrario di quanto sempre sostenuto!) si riprometteva di guarire i succubi, gli schiavi, i non ricambiati, insomma coloro con i quali i suoi insegnamenti avevano fallito.

Quante vite avrei potuto salvare!, dice ironicamente il poeta; avesse letto questo poema, dice, Didone non avrebbe guardato allontanarsi la nave di Enea, e magari sarebbe ancora viva. Insomma, anche se Properzio vi dice che l’amore è malattia immedicabile («solus Amor morbi non amat artificem»), la ricetta è qui: «finché è possibile», seguite i miei rimedi come seguireste una cura farmacologica, e ne uscirete, vivi.

Quali sono questi rimedi?

Primo: fuggire l’ozio.

«è il mio consiglio. L’ozio procura amore; come l’ha procurato, lo conserva; l’ozio è causa e alimento di questo dolce male».

In sostanza, il poeta che è stato dell’amore così come Omero lo era stato dell’ira, dice che la principale causa dell’amore è la noia. Quindi: trovati da fare, e sei già a buon punto.

Secondo: fuggi. Non pensiate male: il poeta qui non è di quelli che comprano libri di citazioni, o cioccolatini, nei cui involucri è suo malgrado finito. La fuga che suggerisce non è affatto metaforica:

«Piangerai, ti verrà in mente il nome dell’amica abbandonata (… ). Ma quanto minore voglia avrai di andare, tanto più ricordati di farlo. Non fare il calcolo del tempo, e non voltarti di continuo a riguardare Roma, ma fuggi».

Bene. Terzo:

«Rammenta a te stesso le azioni di quella scellerata, e poni davanti agli occhi i torti che hai ricevuto».

Che è come dire: ma, dico: hai presente chi ti stavi mettendo in casa? Pensaci. E subito dopo, già che ci sei, riporta alla mente anche i suoi difetti fisici (ne avrà!). Ti sarà capitato di aprire la finestra al mattino e di vedere la persona con cui ha giaciuto nella luce cruda (dice proprio così): embe’? Ti andava bene così? Sicuro? Sicuro sicuro?

Quarto: fatti altri amanti: 

«È più forte chi può averne più d’una (uno). Quando la mente, divisa, corre qua e là in due direzioni, un amore toglie forza all’altro».

Dice: e come faccio a innamorarmi di un altro? Facile, dice Ovidio: leggi la mia Ars. Ah-ah.

Quinto (importantissimo):

«Fingiti sano».

Questo vuole dire: non imprecare, non piangere, non andare sull’uscio di chi ti ha ferito.

«Se ti chiama, passa oltre, fatti altero».

Non rimproverare:

«Non ricordare le sue colpe, perché lei non le minimizzi».

Non recriminare, non spiegare, anzi:

«Smetti di lamentarti: col silenzio, avrai miglior vendetta, e lei scivolerà via dal tuo rimpianto. (…). Chi va dicendo in giro troppo spesso “non amo”, ama».

Quindi devo odiare? Ma no…

«È un delitto odiare la fanciulla che prima si amava. È sufficiente non curarsene».

Induritevi, sembra dirci, non tanto, giusto un po’; prendete distanza dalle vostre opinioni. Ma come faccio?, abbiamo ancora la fantasia di chiedere.

Be’, dice lui, intanto comincia a «non aggiustarti i capelli perché stai per incontrarla».

Ma, caro Poeta, e se proprio non ci riesco? Se ci tengo ancora troppo alla sua opinione circa i miei capelli? La magnanimità del sulmonese è tale che contempla anche questa possibilità:

«Sei troppo debole, avvinto in catene», (eccetera)

Allora, fai una cosa:

«Bevi anche più di quanto il tuo stomaco richiede. Via, goditi la fanciulla all’infinito, senza proibizioni; ti rubi le notti, come i giorni. Cerca la noia del tuo male».

Tanto – non poteva dircelo sin dall’inizio? – prima o poi l’amore finisce.

E se tutto questo ancora non bastasse, il taciturno e ironico genio che sta per essere esiliato, e incidentalmente inventerà le Metamorfosi, dice, gelido:

«Ciascuno si metta a pensare ai propri guai, e smetterà d’amare».

Ma come? Cosa può essere considerato come proprio guaio se non quello d’amore? Sta forse dicendo che ce ne sono di peggiori? Oh, sì, eccòme. Montaigne, colto dalla «peggiore di tutte le malattie,  la più improvvisa, la più dolorosa, la più mortale e la più irrimediabile», il mal della pietra, prosaicamente noto come calcolosi renale, dice nei Saggi di aver, se non altro, a causa delle coliche, smesso di pensare all’amore:

«Quando mi si ritiene più abbattuto e i presenti mi lasciano in pace, saggio spesso le mie forze e intavolo io stesso dei discorsi lontanissimi dal mio stato. Posso tutto con uno sforzo momentaneo, ma che non duri. Ah, perché non ho il potere di quel sognatore di Cicerone che sognando di abbracciare una femmina, trovò che si era liberato della pietra fra le lenzuola! Le mie mi svogliano del tutto dalle femmine».

Quindi, ricapitoliamo: non dovessero bastarvi i precetti di Ovidio, e non doveste essere riusciti a fingervi sani, diventate almeno malati, fatevi venire i calcoli renali: basta non bere acqua per un po’ di giorni, pratica che i medici, che come sappiamo è gente che non si innamora, sconsiglia. Le coliche vi toglieranno ogni mal d’amore.

Oppure, fatevi essere valida la verità ustionante (e apparentemente agevole: ma ripassateci sopra tre quattro volte e prenderà fuoco) che Nietzsche, all’aforisma intitolato (ahem!) Remedium amoris de La gaia scienza, prescrive, ovvero:

«Ancor sempre, contro l’amore è d’aiuto, nella maggioranza dei casi, quell’antico radicale rimedio: esser riamati».

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